La pandemia di covid-19 ha colpito il mondo mentre ci sono ricchi raccolti e grandi riserve alimentari. Tuttavia gli effetti di restrizioni a carattere protezionistico, le interruzioni nei trasporti e il blocco dei processi produttivi hanno danneggiato la filiera alimentare globale e messo in grave pericolo i paesi più poveri. “È possibile che ci sia una crisi alimentare anche se non manca da mangiare”, ha dichiarato Abdolreza Abbassian, economista della Fao.

I prezzi di prodotti di base come il riso e il grano sono aumentati in molte città, in parte a causa della corsa agli acquisti scatenata dalle restrizioni alle esportazioni imposte da paesi che volevano garantirsi sufficienti scorte interne. Le interruzioni degli scambi commerciali e le misure di distanziamento sociale stanno rendendo più difficile il trasporto dei prodotti nei mercati, negli impianti di lavorazione e nei porti, lasciando in molti casi la merce a marcire nei campi. Allo stesso tempo, con la contrazione delle economie e i redditi che diminuiscono o addirittura si azzerano, cresce in tutto il mondo il numero di persone che ha meno soldi. Le svalutazioni monetarie nei paesi in via di sviluppo dipendenti dal turismo o il deprezzamento di materie prime come il petrolio hanno aggravato ulteriormente questi problemi, rendendo i prodotti alimentari importati ancora meno accessibili. A differenza del passato, “questa è una crisi della domanda e allo stesso tempo una crisi dell’offerta, e ha una dimensione globale. Non ha precedenti e non offre appigli”, osserva Arif Husain, economista del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp).

New Delhi, India, 23 aprile 2020 (Danish Siddiqui, Reuters/Contrasto)

Secondo il Wfp, più di trenta paesi potrebbero essere colpiti da una carestia entro la fine dell’anno, spingendo altri 130 milioni di persone sull’orlo della fame. Una delle nazioni più a rischio è il Sud Sudan. I dati della Fao dimostrano che da febbraio il prezzo del grano nella capitale Juba è aumentato del 62 per cento, quello della manioca del 41 per cento. Sempre secondo i dati della Fao, a febbraio i prezzi delle patate sono aumentati del 27 per cento a Chennai, in India. A Rangoon, in Birmania, i prezzi della fabacea, un tipo di cece locale, sono cresciuti del 20 per cento. A Lahore, in Pakistan, l’autista di furgoni Muhammad Asif ha raccontato che prima della pandemia la sua famiglia cucinava il pollo due volte alla settimana e il montone una volta al mese. Ora mangiano il meno possibile e vanno avanti solo con alimenti di base a causa del crollo del 60 per cento del suo reddito e di un aumento dei prezzi dei generi alimentari del 25 per cento.

Rivolte sociali

Nel corso della storia umana la penuria di viveri ha spesso provocato rivolte sociali. Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008 un aumento globale dei prezzi dei generi alimentari contribuì a scatenare un’ondata di disordini e rivolte in molte aree del Medio Oriente e dell’Africa. Le ribellioni della primavera araba cominciarono nel 2010, quando un venditore di verdure tunisino si diede alle fiamme. Oggi molti governi temono che le interruzioni nelle forniture alimentari possano ispirare rivolte simili.

Man mano che le economie di tutto il mondo escono dal lockdown, i problemi logistici potrebbero gradualmente risolversi, le frontiere riaprire e il commercio alimentare riprendere, attenuando in parte i rischi. Tuttavia non è chiaro quanti mesi ci vorranno ancora, una variabile che dipende dall’andamento futuro della pandemia. Secondo gli economisti, il pericolo più grave del prossimo futuro è che gli sconvolgimenti provocati dalla pandemia influiscano non solo sulle riserve alimentari esistenti, ma anche sulla semina e sui raccolti dei prossimi mesi. Questo sta già succedendo in alcune parti del mondo, proprio mentre sciami di locuste si fanno strada in ampie regioni dell’Africa e dell’Asia, divorando tutto quello che trovano.

Ad aprile in India i raccolti di pomodori e banane di Minati Swain, 33 anni, sono andati a male nei campi perché le restrizioni sugli spostamenti hanno reso impossibile portare i prodotti sui mercati nello stato dell’Orissa. Poi le forti piogge hanno distrutto il raccolto di melanzane di Swain. “Ora non abbiamo neanche i soldi per comprarci da mangiare al mercato”, dice. “E se non ci sono soldi, come faremo a seminare per la prossima stagione?”.

Nel mondo
Berlino e Parigi per la ripresa

Il 18 maggio la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno presentato una proposta per il recovery fund, il fondo con cui l’Unione europea intende contrastare la crisi economica provocata dalla pandemia di covid-19. Come spiega il Financial Times, “i due leader politici prevedono la creazione di un fondo da 500 miliardi di euro. La cifra sarà raccolta dalla Commissione europea attraverso prestiti garantiti dal nuovo bilancio comunitario”, per il quale Bruxelles presenterà una proposta il 27 maggio. Si tratterebbe di una “svolta significativa”, osserva il quotidiano britannico, visto che per la prima volta la Francia e la Germania “sono d’accordo sull’emissione di debito in comune”. Secondo la proposta, il denaro sarà usato per sostenere la ripresa in base al “bisogno”, cioè valutando la gravità delle conseguenze della pandemia nei singoli paesi. “Questo aspetto”, continua il Financial Times, “ha sollevato dubbi da parte dei paesi nordeuropei, che preferirebbero la formula della concessione di prestiti ai singoli stati, poi responsabili del rimborso”. Secondo la proposta di Merkel e Macron, invece, i prestiti contratti per realizzare il fondo saranno rimborsati da tutti i paesi in base a tempi e condizioni che dovranno essere stabiliti. I due leader, però, hanno precisato che il fondo “sarà basato su un chiaro impegno dei paesi coinvolti a seguire solide politiche economiche e un ambizioso programma di riforme”. Inoltre, aggiunge la Süddeutsche Zeitung, “i soldi dovrebbero essere usati per investimenti innovativi, come la digitalizzazione o l’intelligenza artificiale, ma nella categoria rientrerà anche la lotta al cambiamento climatico. Una condizione fondamentale, comunque, è che sia i singoli governi sia i parlamenti dei paesi dell’Unione europea approvino il programma”. Realizzare questa svolta, scrive Le Monde, significherebbe “smentire chi annuncia la fine dell’integrazione europea. Proprio ora che la pandemia ridà fiato al nazionalismo, sarebbe una grande notizia, per l’Europa e non solo”. ◆


In tutto il mondo è diventato proibitivo il trasporto di provviste deperibili, soprattutto della frutta, della verdura e del pesce. Tra il 1 gennaio e il 10 aprile la capacità di trasporto merci delle navi container è crollata del 30 per cento a causa dei viaggi annullati. Quelle che raggiungono i porti devono affrontare ulteriori ritardi a causa delle misure di quarantena e della chiusura degli uffici doganali e di altre strutture. A volte questo ha rovinato le merci sulle navi. L’India è il principale esportatore di riso del mondo e contribuisce a nutrire molti paesi in tutta l’Africa e l’Asia. In questo periodo lo Shri Lal Mahal group, un’azienda di New Delhi che esporta riso, sta facendo partire solo il 15-20 per cento del suo normale volume di esportazioni. In alcuni dei primi dieci paesi esportatori di riso sono in vigore anche restrizioni alle esportazioni. Il Vietnam ha bloccato tutte le spedizioni a marzo. Anche la Birmania e la Cambogia hanno imposto dei limiti. Ad aprile la Russia ha bloccato tutte le esportazioni di grano fino a luglio. Anche la Romania, l’Ucraina e il Kazakistan, altri importanti produttori di grano, hanno imposto un limite alle vendite. La Turchia ha limitato le esportazioni di limoni, la Thailandia quelle di uova, la Serbia quelle di semi di girasole.

Anche se di recente alcune restrizioni sono state revocate, per esempio in Vietnam, il protezionismo ha alimentato un aumento globale dei prezzi di alcuni prodotti nonostante raccolti eccezionali. Ad aprile il riso tailandese costava il 14 per cento in più, il grano del mar Morto il 7 per cento in più. I prezzi globali dei cereali da foraggio sono diminuiti, ma soprattutto a causa dei problemi nell’industria della carne.

I principali importatori di cibo stanno reagendo accaparrandosi vitali alimenti di base. L’Egitto, il principale importatore di grano al mondo, difficilmente compra grano straniero durante la sua stagione del raccolto. Tuttavia ad aprile ha comprato grandi quantitativi di cereali francesi e russi. Importatori più ricchi, come Giappone, Taiwan ed Emirati Arabi Uniti, possono offrire di più rispetto ai paesi più poveri che già devono affrontare carenze alimentari. Taiwan ha accumulato 900mila tonnellate di riso in una riserva governativa, una quantità tre volte superiore a quella normale. Queste riserve sono state ammassate prima ancora che il covid-19 si diffondesse in tutto il mondo. Ora Taiwan dichiara che nei prossimi sei mesi produrrà altri 1,2 milioni di tonnellate di riso, così il paese avrà riserve sufficienti a nutrire la sua popolazione per 21 mesi. Gli Emirati Arabi Uniti importano il 90 per cento del cibo di cui hanno bisogno. Una rete di 105 negozi di generi alimentari della catena Carrefour ha aumentato le sue scorte da tre a quattro mesi a causa della pandemia, ha dichiarato Alain Bejjani, amministratore delegato del Majid al-Futtaim group, che gestisce 300 punti vendita Carrefour in sedici paesi. I rivenditori al dettaglio e il governo, ha aggiunto Bejjani, vogliono aumentare le riserve di prodotti di base fino ad arrivare a 12 mesi.

I danni maggiori

Nell’Africa subsahariana l’inflazione alimentare sta provocando i danni maggiori. La Nigeria soffre per le conseguenze combinate di esportazioni più care, interruzioni nella produzione locale e nei trasporti e crollo dei prezzi globali del petrolio, il suo principale prodotto di esportazione. Haresh Keswani, che gestisce quindici ipermercati nel paese, ha dichiarato di aver dovuto chiudere cinque punti vendita perché non riusciva ad avere abbastanza scorte in magazzino o lavoratori. “Gli agricoltori hanno aumentato i prezzi dei prodotti alimentari a causa del lockdown e dell’impossibilità di accedere alle loro fattorie, e noi acquirenti ci ritroviamo in una posizione di svantaggio”, dice Sadiq Usman, un operaio di Abuja. “Non è stato facile dare da mangiare alla mia famiglia. Mangiamo solo una volta al giorno”.

Operazioni come quelle di Taiwan sarebbero impossibili in Nigeria, dichiara Keswani. Per questo motivo ultimamente i supermercati nigeriani spesso hanno gli scaffali vuoti. Solo il 26 per cento degli ordini di Keswani è evaso dai fornitori. “Neanche loro hanno la merce, non sono produttori o non sanno come farcela arrivare”, dice il manager. “La lista dei prodotti non disponibili è lunga. Arrivano frutta e verdura? No. E la carne? Neanche. Non ce n’è abbastanza”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati