La tendenza militarista degli Stati Uniti a cui stiamo assistendo con la guerra in Iran tradisce prima di tutto un’ammissione di debolezza da parte di Washington. Le élite statunitensi sono sempre più coscienti della fragilità finanziaria, commerciale e politica del loro paese. I nazionalisti hanno deciso che l’unica soluzione era sfoderare le armi. L’obiettivo è chiaro: non si tratta di promuovere qualche ideale collettivo, ma di rafforzarsi e sfruttare economicamente il fatto di disporre dell’esercito più grande del mondo.
Bisogna prendere sul serio le affermazioni di Donald Trump: il presidente statunitense è disposto a trovare accordi con tutti i mullah e tutti i chavisti del pianeta, purché le aziende americane possano mettere le mani sulle ricchezze dell’Iran o del Venezuela. Lo stesso vale per i minerali della Groenlandia, dell’Ucraina o della Russia. Trump vuole usare la forza per fare affari ovunque ce ne sia la possibilità, cannoniere alla mano, come le potenze coloniali europee del passato.
La soluzione non è aumentare sempre di più le spese militari, che sono già alte. Bisogna creare strutture che permettano di prendere decisioni insieme, in modo democratico
Quello che sta succedendo oltreoceano dall’inizio del 2025 mostra i limiti del modello democratico statunitense e i rischi legati alla personalizzazione del potere. Nessuno aveva previsto fino a che punto sarebbe stato possibile governare gli Stati Uniti firmando decreti presidenziali a raffica, senza un vero contrappeso né al congresso né alla corte suprema (oppure con un contrappeso tardivo e parziale, com’è successo per i dazi doganali).
Questo dimostra quanto la democrazia debba essere costantemente reinventata nei suoi fondamenti istituzionali. Niente dev’essere dato per scontato. Ma non bisogna illudersi: la deriva nazionalista ed estrattivista del Partito repubblicano probabilmente è destinata a durare anche dopo la fine del mandato di Trump. In primo luogo perché la propensione dei repubblicani per l’uso delle armi non è nuova: ricordiamo George W. Bush e l’invasione dell’Iraq nel 2003. Poi perché la situazione finanziaria e commerciale del paese è peggiorata negli ultimi vent’anni. Non avendo investito abbastanza in formazione e infrastrutture e senza un’adeguata regolamentazione collettiva, gli Stati Uniti hanno accumulato disavanzo commerciale, con un debito estero netto che è arrivato al 70 per cento del prodotto interno lordo. Anche se i tassi restassero bassi, il che non è detto, gli interessi da versare al resto del mondo raggiungeranno rapidamente livelli sconosciuti nella storia per una grande potenza. Da qui la tentazione di usare le armi per risollevarsi.
Questa strategia brutale è destinata a fallire, prima di tutto perché non riuscirà a risolvere gli squilibri economici e poi perché l’opinione pubblica statunitense non la accetterà a lungo. Il problema è che potrebbe ciclicamente ritornare alla ribalta. Questa condotta inoltre permette ai repubblicani di distinguersi dai democratici a favore del libero mercato e di presentarsi come i difensori della classe lavoratrice. In realtà siamo di fronte a un gioco di ruolo tra le élite nazionaliste e le élite liberali, che in fondo sono allineate nel voler mantenere il loro dominio sui poveri e sul resto del mondo.
La cosa più grave è che la fragilità statunitense non è solo commerciale e finanziaria: è anche politica e di civiltà. Tutti sanno che la questione dei danni fatti al resto del pianeta dominerà il ventunesimo secolo e che prima o poi Washington dovrà fare i conti con le richieste di giustizia economica e di riparazioni climatiche da parte del sud globale. I trumpiani possono fare quello che vogliono, ma non riusciranno a fermare il declino economico del loro paese.
Di fronte a questo disastro annunciato, l’Europa deve dotarsi degli strumenti per avere un peso nel mondo. L’uso della forza contro un regime che massacra i manifestanti può essere giustificato, a condizione di riunire coalizioni più ampie possibili e soprattutto di proporre un modello di sviluppo e un metodo democratico per un processo di transizione che sia valido, non solo in Iran. Senza un piano per il futuro e senza un’attenzione a quello che succede sul campo dopo aver sganciato le bombe, l’intervento franco-britannico in Libia nel 2011 è stato tanto fallimentare quanto quello statunitense in Iraq.
Per non trovarsi in un vicolo cieco come in passato, la soluzione non è aumentare le spese militari, che sono già alte in Europa. Bisogna creare strutture comuni che permettano di prendere decisioni insieme, in modo democratico e pluralistico, sia sull’Iran sia sull’Ucraina. La cosa più triste oggi è l’incapacità di Francia e Germania di trovare un’intesa su qualsiasi cosa. Anche quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha difeso la confisca dei patrimoni russi, il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso incomprensibilmente di opporsi. I leader europei devono dimostrarsi all’altezza della situazione. ◆ fdl
Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde.
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati




