Nei dibattiti sul proliferare di notizie false nei mezzi d’informazione, i commentatori di sinistra sottolineano tre eventi che, messi insieme, stanno determinando la cosiddetta “morte della verità”. Il primo è la diffusione del fondamentalismo religioso ed etnico e del suo opposto, il politicamente corretto troppo rigido, che ripudiano il ragionamento razionale e manipolano i dati: i fondamentalisti cristiani mentono in nome di Gesù, la sinistra politicamente corretta oscura le notizie che mettono in cattiva luce le sue vittime preferite (o denuncia chi diffonde notizie simili come “razzista islamofobo”) e così via. Poi ci sono internet e i social network, che permettono alle persone di formare comunità definite da interessi ideologici, nelle quali si scambiano notizie e opinioni al di fuori di uno spazio pubblico unificato e in cui le teorie complottiste si diffondono senza ostacoli (come nei siti neonazisti e antisemiti). Infine c’è l’eredità del “decostruttivismo” postmoderno e del relativismo storico, secondo i quali non esiste una verità valida per tutti e ogni verità è radicata in un punto di vista soggettivo che dipende dalle relazioni di potere. La posizione opposta, ovviamente, si basa sull’idea che i fatti esistano e che si debba distinguere tra libertà d’opinione e libertà dei fatti.

I progressisti possono occupare lo spazio della verità e rifiutare entrambi gli schieramenti, l’estrema destra e la sinistra radicale. I problemi cominciano con la distinzione tra fatti e opinioni: in un certo senso esistono davvero “fatti alternativi” (ovviamente non nel senso che l’Olocausto sia esistito o meno). I “dati” sono un universo impenetrabile, a cui ci avviciniamo sempre da un determinato orizzonte di comprensione, privilegiandone alcuni e omettendone altri. La nostra storiografia è una combinazione di dati inseriti in narrazioni coerenti, non una riproduzione fotografica della realtà.

Il passato non era più vero del presente, ma l’egemonia ideologica era più forte. Al posto della mescolanza odierna di verità locali, prevaleva una singola verità

Uno storico antisemita potrebbe scrivere uno studio sul ruolo degli ebrei nella vita sociale della Germania degli anni venti, evidenziando come alcune professioni (avvocati, giornalisti, artisti) fossero numericamente dominate dagli ebrei: un dato (più o meno) vero, ma al servizio della menzogna. Le bugie più efficaci sono quelle che contengono alcune verità. Pensate alla storia di un paese: può essere raccontata dal punto di vista politico, da quello dello sviluppo economico, da quello degli scontri ideologici o ancora delle sofferenze del popolo. Tutti gli approcci potrebbero essere esatti, ma non sono “veri” in senso assoluto. Non c’è niente di “relativista” nel dire che la storia è sempre raccontata da un certo punto di vista. La cosa difficile è dimostrare in che modo alcuni di questi punti di vista sono più veri di altri. Se vogliamo raccontare le vicende della Germania nazista attraverso le sofferenze degli oppressi, non stiamo solo adottando un punto di vista diverso: questa riscrittura è più vera perché descrive meglio la totalità sociale che ha fatto nascere il nazismo. Gli interessi soggettivi non sono tutti uguali, perché non solo alcuni sono eticamente preferibili ad altri ma perché fanno parte della totalità sociale. Il titolo del vecchio capolavoro di Jürgen Habermas, Conoscenza e interesse, è più attuale che mai.

Esiste un problema ancora più grande nell’assunto di base delle persone che proclamano la morte della verità: parlano come se prima (fino agli anni ottanta del novecento), nonostante le manipolazioni, la verità riuscisse in qualche modo a prevalere, e come se la morte della verità fosse un fenomeno recente. Non è così. Quante violazioni dei diritti umani sono rimaste invisibili in passato, dalla guerra in Viet­nam all’invasione dell’Iraq? Basti pensare ai tempi di Reagan, Nixon o Bush.

Il passato non era più “vero” del presente. Ma l’egemonia ideologica era più forte: al posto della grande mescolanza odierna di verità locali, prevaleva una singola verità (o meglio una grande menzogna). In occidente era la verità liberaldemocratica (di sinistra o di destra, a seconda dei casi). Oggi, con la scossa data dai populisti all’establishment, anche la verità/menzogna che era la base ideologica di quell’ordine sta cadendo a pezzi. E la ragione di questa disintegrazione non è l’ascesa del relativismo postmoderno, ma il fallimento della classe dirigente al potere, che non è più in grado di mantenere la sua egemonia ideologica.

Chi si lamenta per la morte della verità rimpiange la fine di una grande storia accettata dalla maggioranza. Quelli che maledicono il relativismo storicista in realtà rimpiangono una situazione in cui una grande verità era la mappa cognitiva della realtà. Quelli che lamentano la morte della verità sono i più radicali agenti della sua morte. Il loro motto è quello attribuito a Goethe, Lieber besser Unrecht als Unordnung, meglio l’ingiustizia che il disordine, meglio una grande menzogna che un misto di bugie e verità. Ma non si può tornare alla vecchia egemonia ideologica. L’unico modo di tornare alla verità è ricostruirla a partire da un nuovo interesse per l’emancipazione universale. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati