I leader autoritari tendono a pensare di saperla lunga su tutto, e sono ferocemente intolleranti verso qualsiasi critica. Questa supponenza alla fine ha spinto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sull’orlo del disastro in Siria, dopo nove anni di enfatiche minacce, guerre per procura e interventi militari diretti.
Erdoğan è ormai isolato da ogni lato, in conflitto con gli altri principali attori della crisi siriana. Dopo aver inviato altri settemila soldati e mezzi corazzati a Idlib per rafforzare le sue postazioni militari, la Turchia si è gettata in uno scontro militare diretto con il regime di Bashar al Assad. Ha attaccato aeroporti e sistemi antiaerei ben oltre quella che è di fatto la “linea del fronte”. E ha dichiarato che tutti gli “elementi” del regime sono obiettivi legittimi.
Ancora una volta Erdoğan raccoglie quello che ha seminato
A metà del 2011, quando la primavera araba era ancora in corso, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu incontrò Assad a Damasco, invitandolo a discutere le richieste dei manifestanti. Assad rifiutò, e quella possibilità svanì. Con l’intensificarsi della repressione siriana, la Turchia cominciò a sostenere i ribelli, compresi i gruppi islamici.
Ma quello che sta succedendo oggi nel nordovest della Siria non è più una guerra per procura. È uno scontro diretto tra due stati confinanti e pesantemente armati. E rischia di trascinare la Turchia in un conflitto militare con la Russia, il principale alleato di Assad. I portavoce di Erdoğan e la stampa filogovernativa continuano a suggerire che la responsabilità del disastro del 27 febbraio, quando almeno 34 soldati turchi sono stati uccisi durante un attacco al loro convoglio nella provincia di Idlib, sia del regime siriano. La verità sembra essere molto diversa. Il conto dei morti potrebbe essere arrivato a 55, secondo Metin Gürcan, un analista militare del sito Al Monitor. Sembra inoltre probabile che la maggior parte delle vittime non sia stata provocata dal raid siriano, ma da successivi bombardamenti russi.
Erdoğan ha evitato di incolpare la Russia, e il Cremlino ha declinato ogni responsabilità. Ma la sequenza degli eventi, cominciata quando i turchi hanno attaccato gli aerei russi che sorvolavano la provincia di Idlib, suggerisce altrimenti. Le forze turche hanno anche preso di mira la base russa di Khmeimim. I comandanti russi (o forse l’ordine è venuto da Mosca) avrebbero quindi cercato di tracciare una linea dopo settimane di scaramucce. Il convoglio turco è stato colpito la sera stessa. Gürcan ha riferito che Mosca ha rifiutato la richiesta di Ankara di aprire lo spazio aereo per permettere l’evacuazione dei feriti.
Il prezzo da pagare
Il presidente russo Vladimir Putin potrebbe non essere disposto per fare un passo indietro. È ansioso di mettere fine alla guerra in Siria, dove le forze russe sono impegnate da quasi cinque anni al prezzo di considerevoli costi umani e finanziari. Vuole una vittoria per il suo protetto Assad a Idlib, l’ultima provincia controllata dai ribelli, e per le sue mire espansionistiche nella regione. Vuole dichiarare un trionfo strategico epocale contro l’occidente, in particolare a spese degli Stati Uniti.
Il prezzo che Putin potrebbe far pagare a Erdoğan per cavarsi dagli impicci potrebbe essere un ritiro totale o parziale della Turchia da Idlib, ma anche dagli altri territori siriani occupati da Ankara a ovest dell’Eufrate. E anche dalla regione nordorientale dominata dai curdi che Erdoğan ha invaso nel 2019. L’idea del presidente turco di mantenere delle “zone sicure” quasi permanenti all’interno della Siria, dove i profughi scappati in Turchia avrebbero in teoria potuto tornare, sembra morta o moribonda.
L’intrinseca debolezza della strategia di Erdoğan è stata confermata dall’incapacità degli estremisti islamici appoggiati da Ankara a Idlib di resistere all’avanzata russo-siriana. E dal rifiuto di Stati Uniti e Nato di sostenere la Turchia in modo significativo.
Ancora una volta Erdoğan raccoglie quello che ha seminato. Ha ripetutamente criticato la Nato, gli Stati Uniti e i paesi europei in termini sprezzanti e ingiuriosi. Ha acquistato un sistema di difesa aereo russo nonostante le forti obiezioni degli Stati Uniti. Ha messo in pericolo la lotta dell’occidente contro il gruppo Stato islamico attaccando i curdi di Siria. E ha cercato di sfruttare la crisi dei profughi siriani per ricattare l’Europa, provocando il caos e il dolore che osserviamo oggi alla frontiera tra Grecia e Turchia. Non sorprende che l’opposizione interna stia crescendo.
Con l’intensificarsi della crisi a Idlib negli ultimi mesi, Erdoğan ha sostenuto che il suo unico obiettivo era far rispettare la parziale tregua del 2018 ed evitare un altro arrivo di massa di profughi in Turchia. Sono obiettivi ragionevoli. Ma le sue tattiche aggressive e la sua rabbiosa retorica, come al solito, si sono ritorte contro di lui. Un milione di abitanti di Idlib potrebbe presto ritrovarsi indifeso di fronte alla spietata avanzata di Assad.
L’Europa e gli Stati Uniti non hanno motivo di festeggiare. L’umiliazione della Turchia dimostra che spetta a loro la responsabilità, finora vergognosamente elusa, d’intervenire nella crisi di Idlib per proteggere i civili, fermare i combattimenti e mettere fine al conflitto in generale. Lasciare questa responsabilità a Erdoğan è un’idea che non poteva funzionare. Le democrazie occidentali hanno un’ultima possibilità di fare la cosa giusta in Siria: mettere a punto e far rispettare un accordo giusto e duraturo. E dire a Putin e ai suoi bombardieri di tornare a casa. ◆ ff
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati