È un piccolo gruppo selezionato quello che osserva il primo ministro svedese Stefan Löfven salire nella cabina di una pala caricatrice e azionare una leva: pellet di minerale di ferro viene depositato dal macchinario su un nastro trasportatore che lo trascina per un po’, fino a quando scompare nelle fauci di un edificio industriale color grigio argento. I presenti applaudono. Se non fosse per il covid-19, la piccola cerimonia avrebbe meritato un pubblico più ampio. L’evento, che si è svolto a Lulea, nel nord della Svezia, segna un cambiamento epocale nell’industria pesante del paese scandinavo, che vuole produrre acciaio senza generare emissioni di anidride carbonica.
La produzione siderurgica in Svezia rappresenta il 36 per cento delle emissioni industriali e il 10 per cento di quelle totali. È per questo che il paese supera del 7 per cento la media globale di emissioni. Il resto della sua economia, infatti, è piuttosto sostenibile. Ora le emissioni della filiera dell’acciaio dovranno essere gradualmente ridotte fino a scomparire nel 2045.
Per dimostrare che l’obiettivo è raggiungibile è stato realizzato un impianto pilota nello stabilimento della Ssab, un’acciaiera di Lulea. Tutti sono convinti che il metodo funzionerà anche su larga scala. La Ssab ha collaborato con il gruppo minerario Lkab e con l’azienda energetica Vattenfall. Ma come si dovrebbe ottenere l’acciaio “a emissioni zero”? Lo spiega Martin Pei, vicepresidente della Ssab e responsabile del progetto, che si chiama Hybrit (Hydrogen breakthrough ironmaking technology): “Nella produzione dell’acciaio si usa il carbone per estrarre l’ossigeno dal minerale di ferro e ottenere la ghisa, e questo genera una grande quantità di anidride carbonica. Con l’idrogeno, invece, si ottiene vapore acqueo”.
Detta così, sembra semplice. Ma tradurre questa idea in concreto, aggiunge Pei, è una grande sfida. In Svezia, tuttavia, ci sono condizioni che la rendono più facile da realizzare. Per esempio, nel nord del paese ci sono grandi quantità di energia rinnovabile, come quella idroelettrica ed eolica, e giacimenti di minerali ferrosi di qualità nelle miniere di Kiruna e Malmberget. Inoltre, secondo Pei, l’industria siderurgica locale è specializzata da tempo nella realizzazione di prodotti di livello superiore.
Nel progetto Hybrit, la Lkab fornisce il pellet di minerale di ferro altamente concentrato, mentre la Vattenfall assicura le grandi quantità di energia rinnovabile necessarie per l’estrazione dell’idrogeno. Per Jan Moström, amministratore delegato della Lkab, è un’innovazione fondamentale, perché riguarda uno dei materiali industriali più importanti della nostra civiltà. Si spera così di stabilire un nuovo standard per la produzione dell’acciaio, a cui a poco a poco si adegueranno anche gli altri. Il processo di riduzione diretta del minerale di ferro attraverso l’idrogeno non è nuovo. I primi studi in questo ambito risalgono alla metà del novecento, ma il processo fu usato per la prima volta su base industriale nel 1999, in uno stabilimento di Trinidad. All’epoca non si rivelò competitivo in termini di prezzo. Viene quindi da chiedersi perché la Svezia sia così sicura che ora le cose andranno meglio, in un settore dove la produzione è ancora dominata, a livello globale, dall’altoforno con il coke come agente riducente. “Secondo le nostre analisi, il nuovo acciaio a emissioni zero, con le condizioni svedesi e una piena capacità produttiva, nella fase iniziale rischia di costare tra il 20 e il 30 per cento in più rispetto all’acciaio tradizionale”, ammette Pei.
Ma ci sono variabili che, in futuro, potrebbero far pendere la bilancia in favore del modello svedese. Secondo Pei, per il successo commerciale del progetto sono determinanti i costi per l’energia sostenibile e per l’estrazione e lo stoccaggio dell’idrogeno. Inoltre, le emissioni di gas serra potrebbero diventare insostenibili, anche economicamente. La scommessa è che l’energia a zero emissioni e le tecnologie basate sull’idrogeno diventino sempre più economiche e che le sanzioni per l’inquinamento da anidride carbonica aumentino. D’altra parte la Svezia può contare su condizioni favorevoli in tutto il paese, spiega Pei: nel nord c’è una sovrapproduzione di energia idroelettrica ed eolica, e biomasse in abbondanza da usare come combustibile pulito per la pellettizzazione del minerale di ferro. Ecco perché non ci si può aspettare che il metodo Hybrit si affermi ovunque, anche se in Svezia un giorno batterà sul piano commerciale i classici altiforni.
Anche gli impianti tradizionali possono ridurre le loro emissioni, ma difficilmente riuscirebbero a tagliarne più del 50 per cento usando il processo di cattura e sequestro del carbonio (Ccs), aggiunge Pei. Questa opzione era stata presa in considerazione dai produttori svedesi, ma poi scartata perché, per esempio, avrebbe richiesto un trasporto logisticamente impegnativo del diossido di carbonio catturato verso i siti di stoccaggio in Norvegia.
In prima linea
Il piano della Ssab è di passare dal coke all’idrogeno entro il 2025 nell’impianto di Oxelösund, a sud di Stoccolma. Tra il 2030 e il 2040 toccherà poi allo stabilimento di Lulea e a quello finlandese di Raahe. Lo sviluppo di Hybrit è finanziato in parte dalle tre aziende partner e per il resto dallo stato svedese. Per il primo ministro Löfven, ex metalmeccanico e sindacalista, l’acciaio ecologico non sta solo mettendo l’industria svedese in prima linea sul fronte del progresso e dell’innovazione. Dimostra anche che la società del benessere non è necessariamente in conflitto con il rispetto dell’ambiente.
A diversi osservatori, tuttavia, non è sfuggita una leggerezza all’inaugurazione dell’impianto pilota di Lulea: la pala caricatrice azionata da Löfven funzionava grazie a un motore diesel. Come la mettiamo con le emissioni zero? Pei ammette che Hybrit è solo all’inizio del viaggio. Ma, entro il 2040, ne è convinto, le emissioni non ci saranno più. Nemmeno quelle del parco veicoli. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 115. Compra questo numero | Abbonati