Il convoglio di sei suv dell’Ice si è fermato e all’istante decine di persone lo hanno assalito, tutte con il telefono in mano, mentre altre uscivano di corsa dalle case vicine – una donna era in pantaloncini, con sei gradi sotto zero – e circondavano gli agenti mascherati e pesantemente armati che erano scesi dai veicoli neri. La furia della folla sembrava quasi una forza fisica, reale quanto la cacofonia di fischi, clacson e cori rabbiosi: “Via l’Ice! Vaffanculo! Tornate a casa!”.
Gli agenti hanno gettato un manifestante sull’asfalto fangoso e gli sono saliti sopra. Poi lo hanno ammanettato e trascinato via. Il volume delle urla è aumentato. Visto che la strada era bloccata da quelli che li contestavano e dalle loro auto, gli agenti si sono fatti largo lanciando candelotti lacrimogeni. Le nuvole di fumo bianco hanno cominciato a gonfiarsi nell’aria invernale. Un uomo ferito mi è passato accanto ed è andato a vomitare sulla neve.
Dalla mia posizione, a pochi metri dagli scontri, mi è sembrato di assistere a una caricatura brutale della spaccatura che oggi divide gli Stati Uniti: da un lato c’erano uomini in assetto militare che cercavano di imporre l’ordine con le armi, dall’altro persone infuriate che gridavano chiedendo giustizia.
Ma dietro la violenza di Minneapolis, immortalata nelle ultime settimane da centinaia di fotografie sconvolgenti, si nasconde una realtà diversa: la meticolosa coreografia di una rivolta civile. Se ne possono vedere le tracce nei tanti fischietti tutti uguali usati dai manifestanti, nei loro cori, nelle loro strategie e nel modo in cui seguono gli agenti dell’Ice senza però impedirgli di portare a termine i loro arresti. Nell’ultimo anno migliaia di cittadini del Minnesota sono stati formati per diventare osservatori legali e hanno partecipato a lunghe simulazioni in cui provare scene identiche a quella a cui ho assistito io. Pattugliano i quartieri giorno e notte, a piedi, restando in contatto attraverso applicazioni criptate come Signal e usando reti che sono state create dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020.
Ho sentito decine di persone definirsi non semplici manifestanti ma “protettrici”: delle loro comunità, dei valori, della costituzione. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che le proteste sono il frutto di un “caos architettato ad arte” dagli attivisti di sinistra in combutta con le autorità locali, ma la realtà sul campo è molto più strana e interessante. La contestazione non riguarda solo il nucleo di attivisti di cui parlano in continuazione i notiziari, soprattutto dopo l’omicidio di Renée Good, la donna uccisa da un agente dell’Ice il 7 gennaio. A differenza di quanto sostengono Vance e altri funzionari del governo, non c’è una direzione centralizzata.
In alcuni momenti Minneapolis mi ricorda ciò che ho visto durante la primavera araba del 2011, con scontri di piazza tra manifestanti e polizia degenerati rapidamente in una rivolta più vasta contro l’autoritarismo. Come ai tempi di piazza Tahrir, al Cairo, a Minneapolis è nata una rivolta civile stratificata, in cui un’avanguardia ha acquisito forza man mano che molti altri – pur senza avere convinzioni progressiste – si univano almeno emotivamente, se non sempre di persona. Ho ascoltato lo stesso tono d’indignazione da genitori, leader religiosi, insegnanti e anziani che vivono nei quartieri ricchi. I temi che fino a qualche settimana fa dividevano i cittadini di Minneapolis, dall’operato della polizia fino a Gaza e alla legge di bilancio, sono scomparsi davanti alla volontà di collaborare per contrastare l’Ice. “Nel complesso questa comunità ha mostrato grande autocontrollo”, mi ha detto Allison Sharkey, direttrice del Lake street council, un’organizzazione che rappresenta molti commercianti delle minoranze, colpiti duramente dalle retate dell’Ice. “Ma loro hanno continuato a provocarci, a spingerci verso la ribellione civile. Probabilmente lo hanno fatto di proposito”.
Come restare in piedi
Come durante le rivolte arabe, a Minneapolis c’è una profonda inquietudine per la piega che potrebbe prendere lo scontro, soprattutto dopo che due persone sono state uccise in situazioni molto simili a quelle a cui ho assistito. Ma allo stesso tempo si percepisce la speranza che il Minnesota possa offrire al resto del paese un modello di resistenza democratica.
Nell’ultimo anno un edificio di mattoni su tre piani nel sud della città è diventato una sorta di calamita per le persone che sentono di aver bisogno di protezione – per sé o per i propri vicini – dal governo. L’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce l’addestramento nel palazzo mi ha chiesto di non rivelarne l’indirizzo. Quando ho visitato la struttura Emilia Gonzales Avalos, un’attivista entusiasta, era sul palco davanti a una platea gremita per parlare dei sistemi di riconoscimento facciale usati dagli agenti dell’Ice, che hanno l’abitudine di fotografare i manifestanti. “Oggi siamo tutti in pericolo”, ha detto Avalos. Alle sue spalle uno schermo mostrava uno schema con alcuni consigli su come osservare e documentare legalmente le retate dell’Ice.
Avalos mi ha spiegato che 65mila persone hanno ricevuto questa formazione, la maggior parte a partire dal dicembre 2025. “Abbiamo cominciato con uno spirito molto diverso, per prepararci. Ma ora la gente capisce qual’è la posta in gioco”.
Sono salito all’ultimo piano per assistere ai seminari in cui si spiega come gestire i confronti diretti con le forze federali. Decine di persone tra i quattordici e i settant’anni affrontavano tre istruttori che interpretavano agenti dell’Ice, in una simulazione rumorosa che è durata diversi minuti. Alla fine gli insegnanti hanno dato una valutazione agli allievi. Una donna dai capelli grigi ha ammesso che per lei quell’esercizio era stato difficile. “Non sono una persona aggressiva”, ha spiegato. Altri hanno ricevuto suggerimenti su come posizionarsi meglio per evitare di essere immobilizzati a terra facilmente.
Prima di andarmene ho assistito ad altre due simulazioni: un’irruzione improvvisa dell’Ice in una casa e una protesta in un aeroporto usato dall’agenzia per trasferire gli immigrati arrestati. Il secondo scenario è diventato realtà pochi giorni dopo, quando un centinaio di membri di una congregazione sono stati arrestati davanti all’aeroporto internazionale di Minneapolis–Saint Paul.
Le persone con cui ho parlato non sembravano abituate a manifestare. “Non mi piacciono gli scontri, per me è strano seguire questi corsi”, mi ha detto Dave, uno di loro, un istruttore di guida che mi ha chiesto di essere identificato solo con il nome. Ma quando ha visto cosa stava succedendo, ha aggiunto, si è sentito in dovere di partecipare. “È stato molto intenso”, mi ha detto sua figlia di 14 anni, presente all’addestramento. “Ma non credo che sia esagerato. Sono situazioni realistiche”.
I messaggi in chat
I gruppi che gestiscono i corsi non organizzano né guidano le proteste contro l’Ice nelle Twin Cities (l’area metropolitana che comprende Minneapolis e Saint Paul). Il movimento non ha una struttura né dei leader. Al contrario, è nato in modo spontaneo a livello locale, come nel caso delle primavere arabe. Le persone che seguono i convogli dell’Ice si coordinano per quartiere, attraverso i gruppi su Signal. Will Stancil, l’uomo che mi ha accompagnato alle retate dell’Ice – avvocato, attivista e figura conosciuta sui social network – aveva un cellulare agganciato al parabrezza dell’auto. Grazie a una chat audio su Signal, mentre guidava ascoltavamo i messaggi sulla posizione del convoglio. Era come trovarsi in un’auto di pattuglia della polizia e ricevere aggiornamenti dalla centrale.
Non serve essere a tiro di lacrimogeno per rendersi conto del livello di coordinamento. Basta camminare per le strade di Minneapolis. In una mattinata particolarmente fredda mi sono avvicinato a un uomo che stava in piedi sul marciapiede di fronte a una scuola elementare, con un fischietto blu al collo. Mi ha detto di chiamarsi Daniel (non ha voluto aggiungere il cognome, perché sua moglie è un’immigrata) e mi ha spiegato che ogni mattina se ne sta lì per un’ora, fino a quando i bambini non sono al sicuro in classe. Altri volontari gli portano caffè e dolci e gli passano informazioni. Questa sorveglianza collettiva si svolge davanti alle scuole, ai ristoranti, agli asili e a tutti i posti dove ci sono immigrati o persone che potrebbero essere scambiate per immigrati. “È una specie di organizzazione non organizzata”, mi ha spiegato Daniel quando gli ho chiesto come funzionasse la vigilanza nelle scuole. “La vicenda di George Floyd ha creato una grande connessione tra la gente”.
Le reti create dopo l’omicidio di Floyd non si interessavano solo a combattere il razzismo. Nelle settimane tra maggio e giugno del 2020 le strade erano state invase da saccheggiatori e provocatori di ogni genere, mentre la polizia, infastidita dalle proteste e dalle critiche, si rifiutava d’intervenire per ristabilire l’ordine in diverse aree della città. Così in molti quartieri erano nati gruppi per sorvegliare e difendere la comunità. Mentre parlavo con Daniel, si è avvicinato un uomo piuttosto alto che ha detto di essere un “genitore-osservatore”. Mi ha chiesto d’identificarmi. Quando gli ho mostrato il tesserino da giornalista è diventato più amichevole, anche se ancora un po’ sospettoso. Mi ha spiegato di aver sentito dire che a volte gli agenti dell’Ice si spacciano per giornalisti. Gli ho chiesto di parlarmi della vigilanza dei genitori, ma si è scusato dicendo che non poteva rivelare informazioni.
Barricati nella scuola
Nell’ultimo anno molti dirigenti scolastici si sono organizzati in autonomia per prepararsi a un eventuale intervento dell’Ice. Amanda Bauer, maestra di una scuola elementare di Minneapolis frequentata da molti studenti di origine straniera, mi ha raccontato che nel 2025 la direzione dell’istituto aveva informato i genitori sui piani di emergenza in caso di retate degli agenti federali, al telefono o di persona, temendo che le email potessero essere lette dalle autorità. Bauer, che ha 49 anni, non riusciva a mantenere la calma mentre raccontava del giorno di inizio gennaio in cui gli uomini dell’Ice si erano presentati fuori dalla scuola. Già da dicembre avevano cominciato a girare intorno all’istituto, a quanto pare per fare sopralluoghi. Prima della pausa invernale avevano arrestato alcuni genitori, ma a gennaio si erano presentati in tenuta antisommossa e avevano fatto irruzione negli appartamenti davanti alla scuola, dove vivono molti studenti.
“Ci siamo barricati nella scuola con bambine e bambini, mentre i genitori formavano una catena umana per bloccare l’ingresso”, mi ha raccontato Bauer. “Un alunno guardava fuori e ha visto gli agenti fare irruzione nel suo appartamento. Si è messo a piangere. Ripeteva ‘quella è casa mia!’ Abbiamo chiuso le tapparelle, ma era troppo tardi”.
Bauer insegna da venticinque anni, un periodo in cui sono aumentate le sparatorie nelle scuole e le esercitazioni per proteggere i bambini sono diventate la norma. “Non ho mai pensato che un giorno saremmo stati costretti a proteggerli dal nostro governo”. Mentre parlava, le sue mani tremavano. Quando se n’è accorta, ha provato a tenerle ferme e a sorridere, senza riuscirci, poi ha detto: “Non credo che le mie mani abbiano mai smesso di tremare nelle ultime due settimane”. Molte persone con cui ho parlato sentivano l’obbligo morale di proteggere i bambini, non solo i figli degli immigrati, che rischiano di perdere i genitori o essere espulsi, ma anche gli altri bambini nelle scuole e negli asili. Ho parlato con Dan e Jane, una coppia di settantenni che mi hanno confessato di non aver mai pensato di partecipare a una manifestazione fino a quando gli agenti dell’Ice non sono arrivati in città. A quel punto hanno capito che la nipote rischiava di trovarsi in mezzo a una retata. Dan e Jane vivono in una grande casa in un sobborgo benestante, dove mi hanno accolto offrendomi tè e biscotti. “Per i bambini e le bambine assistere alla violenza o a un crimine ha conseguenze diverse che per un adulto”, mi ha detto Dan. “Queste esperienze lasciano cicatrici profonde”.
Una rosa rubata
Dan e Jane non si definiscono attivisti. Lei preferisce la parola “umanisti”. La loro rabbia era evidente mentre mi spiegavano che l’amministrazione Trump sta violando i princìpi basilari del cristianesimo. “È chiaro che non c’è nessuna differenza tra l’Ice e i Proud Boys o i Boogaloo (due gruppi di estrema destra). Sono le stesse persone, semplicemente qualcuno gli ha dato un’uniforme e gli ha permesso di agire impunemente”, mi ha detto Dan, che ha frequentato un corso per osservatore legale lo stesso giorno in cui Good è stata uccisa. La coppia consegna regolarmente pasti alle famiglie d’immigrati della città. La settimana precedente Dan aveva partecipato a una protesta sfidando temperature rigidissime (22 gradi sotto zero) che gli avevano congelato le dita.
Sono arrivato a Minneapolis undici giorni dopo l’omicidio di Good. La sua immagine era ovunque in città, come un’icona religiosa. Per molte persone che fino a quel momento non erano ancora coinvolte nella protesta, la sua morte è stata una chiamata all’azione.
Tra questi “ritardatari” c’è Chad Knutson, regista di documentari di 46 anni. La mattina dell’8 gennaio, il giorno dopo l’uccisione di Good, Knutson era in casa con i due cani da caccia e guardava le immagini trasmesse in diretta dal Whipple Building, sede dell’Ice che si trova a cinque minuti di macchina dal suo appartamento. Un manifestante aveva lasciato una rosa davanti a un memoriale improvvisato dedicato a Good. Un agente dell’Ice aveva preso in mano la rosa, se l’era appuntata sul bavero e poi, in modo scherzoso, l’aveva data a una collega. Entrambi gli agenti erano scoppiati a ridere.
◆ Dopo settimane di scontri e repressione, il 27 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una “piccola de-escalation” a Minneapolis, la città del Minnesota presa di mira dagli agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice). La decisione segue la morte di Alex Pretti, infermiere di 37 anni ucciso da due agenti della polizia di frontiera (che come l’Ice, dipende dal dipartimento per la sicurezza nazionale). Pretti, che stava partecipando a una protesta contro l’Ice, è stato picchiato e immobilizzato a terra; anche se inerme, gli hanno sparato dieci colpi alla schiena da distanza ravvicinata. Inizialmente l’amministrazione Trump ha sostenuto che gli agenti avevano sparato perché Pretti aveva in mano una pistola, ma i video dei testimoni hanno smentito questa versione. Le critiche di molti esponenti del Partito repubblicano e il calo dei consensi nei sondaggi hanno spinto Trump a cambiare tattica. Il presidente ha rimosso dal lavoro sul campo Gregory Bovino, capo dell’operazione e simbolo dell’approccio violento adottato dai federali, e l’ha sostituito con il suo consigliere sull’immigrazione Tom Homan, che ha posizioni meno estreme. Una parte degli agenti dell’Ice ha cominciato a lasciare il Minnesota il 27 gennaio. Lo stesso giorno Ilhan Omar, deputata del Partito democratico proveniente dal Minnesota e di origine somala, è stata aggredita durante un incontro pubblico a Minneapolis. Un uomo le ha spruzzato una sostanza non identificata, prima di essere bloccato dal servizio d’ordine. Cnn
Knutson mi ha detto che in passato non aveva mai partecipato alle proteste, perché gli sembrava inutile o al massimo un modo per placare il senso di colpa. Ma dopo aver visto la scena della rosa, qualcosa dentro di lui si è spezzato. “Ho preso le chiavi, ho messo il cappotto e sono salito in macchina”, mi ha raccontato. “Ho parcheggiato senza troppa attenzione e mi sono messo a correre piangendo e gridando: ‘Avete rubato un cazzo di fiore da una donna morta. C’è ancora un essere umano tra voi?’”. Mi sono di nuovo tornate in mente le proteste di piazza Tahrir, quando molti sembravano aver raggiunto un punto di rottura politico e morale.
Knutson va davanti al Whipple Building quasi ogni giorno, portando thermos di caffè caldo per chi regge i cartelli e inveisce contro gli agenti e i convogli che entrano ed escono dall’edificio. Ha respirato talmente tanto gas lacrimogeno che la sua voce è diventata rauca. Quando l’ho incontrato nel suo appartamento di Saint Paul, sul bancone della cucina ho notato una fila di megafoni: li distribuisce insieme al caffè. Una volta ha portato ai manifestanti una tenda per la pesca sul ghiaccio, per aiutarli ad affrontare le temperature polari. Knutson mi ha raccontato che i suoi vicini “hanno adottato un bambino nero e ieri lo hanno nascosto nello scantinato”. A Minneapolis storie simili non suonano più strane. Molte persone si chiudono in casa, e questo spiega perché non ho visto quasi nessun nero o ispanico in strada. La situazione ha creato una crisi economica che peggiora giorno dopo giorno: molte attività commerciali gestite dagli immigrati hanno registrato un crollo delle vendite fino all’80 per cento, spiega Allison Sharkey del Lake street council. Tanti negozi hanno chiuso i battenti per paura che gli agenti arrestassero i proprietari o i dipendenti. Sharkey parla di “assalto contro il nostro sistema commerciale”.
Il Karmel Mall, labirintico mercato dove si ritrovano gli immigrati dall’Africa orientale, di solito è pieno di persone attirate dall’aroma di capra al forno, caffè e sambusa. Ma quando sono andato a visitarlo, era silenzioso e quasi tutte le bancarelle erano vuote. I venditori con cui ho provato a parlare mi sono sembrati spaventati, quasi tutti mi hanno detto che non parlavano inglese o che il proprietario sarebbe tornato tra un’ora.
Ho scambiato due parole con Ziad, un uomo di 42 anni che beveva caffè da solo. Mi ha mostrato il suo passaporto e mi ha spiegato di essere arrivato negli Stati Uniti dalla Somalia molti decenni fa. Ha una laurea in amministrazione sanitaria e lavora in un centro di comunità, che però al momento è chiuso. “Nessuno viene pagato,” mi ha detto. “Hanno tutti paura”. I figli di Ziad frequentano le lezioni online, come durante la pandemia. Sua moglie non esce quasi mai di casa. Le visite alla moschea e agli amici per il momento sono fuori discussione. “Trump prima o poi se ne andrà, noi invece resteremo qui”, mi ha detto. “Noi somali sappiamo come sopravvivere. Abbiamo passato di tutto, dalle guerre civili ai campi profughi”.
I somali arrivati nelle Twin Cities all’inizio degli anni novanta si sono integrati grazie all’aiuto delle organizzazioni religiose, a cominciare dalle chiese cattoliche e luterane che hanno una lunga storia di accoglienza delle persone in fuga dalla guerra e dalla fame. Le stesse organizzazioni oggi sono in prima fila nella resistenza contro l’Ice. Alcuni esponenti religiosi si fanno domande difficili: quando una protesta supera il limite e diventa violenza? Quando è moralmente accettabile infrangere la legge? Come si fa a mantenere la fiducia di persone che si sentono a disagio a sfidare le autorità? “Sappiamo che le nostre azioni possono creare disagio”, mi ha detto Ingrid Rasmussen, che guida la Holy trinity lutheran church ed è una delle guide religiose più impegnate nella protesta.
Un rapporto migliore
A giugno, quando gli agenti federali hanno fatto irruzione in un ristorante messicano vicino alla sua chiesa, Rasmussen si è precipitata sul posto e ha trovato una folla di manifestanti che si scontravano con gli agenti armati, protetti anche dalla polizia locale. Lei indossava la toga pastorale, ma è stata comunque gettata a terra da uno sceriffo in borghese. Secondo il servizio fornito da un canale locale, alcuni manifestanti hanno lanciato spazzatura, bottiglie e pneumatici in direzione degli agenti federali. Online è circolato un video che mostrava Rasmussen mentre urlava al capo della polizia di Minneapolis: “Sei venuto nella mia chiesa, mi hai promesso un rapporto migliore!”.
“A Minneapolis non avevo mai visto niente di simile”, mi ha detto Rasmussen. Sono parole notevoli, considerando che la sua chiesa si trova poco lontano dall’epicentro della rivolta esplosa dopo l’omicidio di George Floyd. “All’epoca tutto quello che stava a ovest del nostro edificio era in fiamme”, mi ha raccontato, aggiungendo che in quel periodo la chiesa era diventata un ambulatorio per le persone ferite. Per anni lei e suoi parrocchiani hanno lavorato per ricostruire il quartiere.
La nuova ondata di violenza dell’Ice ha colpito ancora più da vicino la chiesa, che comprende molti immigrati. Rasmussen, che ha figli piccoli, ha continuato a esporsi in prima persona. Era tra quelli che il 15 gennaio hanno partecipato a un sit-in davanti alla sede della catena di grandi magazzini Target, per convincere l’azienda a prendere posizione contro le retate. Il 23 gennaio è stata arrestata insieme ad altri leader religiosi alla manifestazione di fronte all’aeroporto di Minneapolis.
La mattina del 24 gennaio ha ricevuto la notizia che l’Ice aveva sparato a un uomo. Ha indossato il suo cappotto più pesante e si è diretta verso il luogo dell’incidente, pensando che sarebbe rimasta fuori per ore. Quando è arrivata, Alex Pretti, giovane infermiere di terapia intensiva, era morto. Gli agenti lo avevano gettato a terra e poi gli avevano sparato, prima di cominciare a lanciare lacrimogeni e granate stordenti verso una folla di manifestanti infuriati. Nel pomeriggio, Rasmussen ha partecipato a un’altra protesta. Qualche ora dopo ci siamo incontrati per parlare. La sua voce era stanca, come se non fosse più sicura di cosa ottenere con quei gesti di sfida. Mi ha detto che osservare la brutalità del suo governo, giorno dopo giorno, era ormai “quasi insopportabile”, così come lo era ascoltare i rappresentanti del potere che sostenevano di agire per difendere la libertà. Le strade di Minneapolis, intanto, somigliavano ancora a una zona di guerra, tra le esplosioni di granate stordenti e il gas lacrimogeno che riempiva l’aria. ◆ as
Robert F. Worth è un giornalista statunitense. Ha lavorato come inviato del New York Times in Medio Oriente, Europa e Asia.
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati