“Ormai sono decenni che conviviamo con le sanzioni”, si sente spesso dire a Pyongyang con tono fatalista. Le restrizioni fanno parte della vita quotidiana dei nordcoreani, anche se ci sono molte differenze tra la capitale e il resto del paese, così come tra chi “nuota seguendo la corrente” di un’economia più dinamica di quanto si pensi e la maggioranza della popolazione che fa fatica a sbarcare il lunario.
Stando alla testimonianza di uno straniero che vive a Pyongyang, per ora le sanzioni si fanno sentire poco nella vita quotidiana della capitale. Il prezzo della benzina aumenta, ma i negozi continuano a vendere merci importate e le persone svolgono normalmente le loro occupazioni.
La Corea del Nord non è più così chiusa come in passato. Il paese rimane una fortezza ideologica ma l’evoluzione verso un’economia di mercato, diventata più rapida con l’arrivo al potere di Kim Jong-un alla fine del 2011, lo ha reso “più dipendente dagli scambi con l’estero e quindi più vulnerabile alle sanzioni”, osserva Kim Byung-yeon, dell’università di Seoul e autore di Unveiling the North Korean economy: collapse and transition (Cambridge University Press 2017).
Un parere condiviso da Andrei Lankov, che ha scritto molti libri sulla Corea del Nord: le sanzioni colpiscono duramente le forze emergenti di questa economia di mercato.
L’arricchimento, talvolta sfacciato, di un’élite che ormai include una “nuova borghesia rossa” di imprenditori e la comparsa di una sorta di classe media embrionale sensibile ai germi del consumismo testimoniano un abbozzo di sviluppo economico difficile da quantificare in assenza di dati precisi (nel 2016 la Banca di Corea stimava una crescita del 3,9 per cento).
Anche se per la maggior parte della popolazione le condizioni di vita rimangono misere, un miglioramento è visibile, soprattutto a Pyongyang, nel pieno di una frenesia edilizia: la capitale è attraversata da nuove strade, puntellata da grattacieli, giardini e nuovi grandi magazzini. In tono minore, questa tendenza è visibile anche nel resto del paese. Alle finestre degli edifici si moltiplicano i pannelli solari, nella capitale si cominciano a vedere biciclette elettriche e i taxi sono sempre più numerosi.
Questo relativo arricchimento, che ha creato delle aspettative, potrebbe rappresentare il punto debole nella corazza del regime. Al suo arrivo al potere, Kim Jong-un aveva promesso un miglioramento delle condizioni di vita. Ma ha mantenuto la parola solo in parte.
Come accoglierebbe la popolazione un ritorno a condizioni di estrema povertà? La drammatica carestia della seconda metà degli anni novanta non provocò rivolte. La lealtà al regime e il patriottismo farebbero, come allora, da baluardo contro l’avversità, aiutando la popolazione a resistere alle difficoltà?
Il regime nordcoreano non deve certo dimostrare la sua capacità di adattamento: è riuscito a sopravvivere alla guerra fredda, a una guerra con la Corea del Sud sostenuta dagli Stati Uniti (la guerra di Corea del 1950-1953, che provocò tra i 2,5 e i 3 milioni di morti), al crollo dell’Unione Sovietica, alle trasformazioni della Cina, alla morte del suo fondatore Kim Il-sung (nel 1994), alla carestia degli anni novanta (600mila morti su 25 milioni di abitanti), a due successioni dinastiche, all’isolamento internazionale e all’ostracismo degli Stati Uniti.
Il paese con più sanzioni
La Corea del Nord è il paese contro cui sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo statunitense dai tempi della guerra di Corea, il paese è oggetto di sanzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate nel 2017, queste sanzioni interessano quasi ogni settore: dalle cosiddette forniture “sensibili” (di carattere militare) agli articoli di lusso (comunque presenti nei negozi), passando per prodotti comuni come shampoo o ketchup. I rapporti con alcune aziende sono stati bloccati, le operazioni finanziarie sorvegliate, le esportazioni di carbone, di minerali e di prodotti ittici sospese. Ma questa strategia di soffocamento ha delle falle. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel dicembre del 2017 la Cina e la Russia hanno votato a favore delle nuove sanzioni, ma hanno cercato di contenerne gli effetti per non mettere la Corea del Nord in ginocchio: il tetto di quattro milioni di barili imposto alle importazioni annuali di petrolio dalla Cina, per esempio, è più o meno la quantità fornita ogni anno da Pechino a Pyongyang. I prodotti raffinati, compreso il cherosene, nel mirino delle ultime sanzioni, sono invece più colpiti: le importazioni sono state ridotte del 75 per cento.
I trasferimenti illegali di petrolio greggio fatti in alto mare da navi cinesi o russe, difficili da individuare, alleggeriscono l’effetto dei limiti alle importazioni. Un’altra sanzione dall’effetto mitigato è il rimpatrio di decine di migliaia di nordcoreani che lavoravano in Cina, in Medio Oriente, in Europa dell’est e in Russia. Questa misura avrà conseguenze sulle entrate di valute estere nel paese, ma i rimpatri saranno scaglionati nell’arco di due anni.
I cinesi e i russi non sono gli unici a condizionare l’applicazione delle sanzioni. Secondo un recente rapporto dell’Institute for science and international security di Washington, una cinquantina di paesi (tra cui la Germania, il Brasile, la Francia e lo Sri Lanka) applicano con moderazione o ignorano le sanzioni dell’Onu, commerciando prodotti vietati e armi o chiudendo un occhio sulle società prestanome.
Il regime nordcoreano, inoltre, è un consumato maestro nell’arte di aggirare le sanzioni. Le transazioni commerciali registrate dalle statistiche doganali sono solo una parte degli scambi che la Corea del Nord ha con l’estero. Secondo i commercianti di Dandong, città di confine nel nordest della Cina da cui transita la maggior parte del commercio nordcoreano, il contrabbando rappresenta più della metà degli scambi. Dopo le prime sanzioni dell’Onu nel 2006, le reti clandestine si sono allargate e rafforzate.
Il 27 aprile 2018, nel villaggio di Panmunjom, sul confine tra le due Coree, s’incontrano il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in. È il terzo incontro tra i leader dei due paesi da quando la Corea è divisa. L’evento è il risultato del disgelo diplomatico tra i due paesi, cominciato il 1 gennaio con un messaggio di apertura di Kim verso Seoul e proseguito con la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali in Corea del Sud e con la visita a Pyongyang di una delegazione sudcoreana di alto livello.
In vista del summit, che dovrebbe essere seguito all’inizio di giugno da un incontro tra Kim e il presidente statunitense Donald Trump, Pyongyang ha annunciato la sospensione dei test missilistici e nucleari. Non una rinuncia al nucleare, ma la conferma di quello che Kim aveva già dichiarato mesi fa: l’arsenale è completo, non c’è più bisogno di fare test.
L’incontro era molto atteso, soprattutto dopo che Seoul aveva dichiarato di voler sollevare la questione del trattato di pace. La guerra di Corea (1950-1953), infatti, finì solo con un armistizio firmato da Pyongyang, dagli Stati Uniti (che guidavano le forze Onu) per conto di Seoul, e dalla Cina. Ma il processo per un vero trattato che sostituisca l’armistizio sarebbe lungo e complesso. È più probabile che per il momento le due Coree s’impegnino semplicemente a perseguire la pace. ◆
I pesanti carichi dei contrabbandieri che ogni giorno a centinaia prendono il treno tra Dandong e Sinuiju, in Corea del Nord, e l’attività delle barche, delle chiatte e di altre imbarcazioni sul fiume Yalu, che separa i due paesi, testimoniano l’intensità dei traffici. Anche se la Cina lo volesse, farebbe fatica a sorvegliare i 1.400 chilometri di frontiera. Altri scambi invece avvengono via mare, tra Vladivostok e Chongjin.
I commercianti cinesi e nordcoreani che vanno avanti e indietro tra i due paesi riconoscono che i controlli sono diventati più severi. Il transito delle merci è più difficile e costoso a causa dei “rimborsi” da versare ai doganieri. Diverse banche cinesi, nordcoreane e russe partecipano a questi traffici, come grossisti, intermediari e importanti imprenditori nordcoreani chiamati dongu (signori dei soldi), ex speculatori e cambiavalute che hanno fatto fortuna e occupano spesso posizioni ufficiali. Di fatto molte operazioni si pagano in contanti.
Lungo la parte cinese della frontiera vivono tre milioni di coreani, che sono coinvolti in questi scambi. Degli 800mila abitanti di Dandong, un quarto fa affari con la Corea del Nord, favorito dai rapporti degli imprenditori cinesi della regione con il governo di Pechino: le autorità cinesi non sembrano disposte a destabilizzare la Corea del Nord e a rischiare di compromettere lo sviluppo delle province del nordest.
Tuttavia diverse imprese che lavorano con la Corea del Nord sono state colpite dalle sanzioni. La Dandong Hongxiang, dopo che era stata messa sulla lista nera dal governo statunitense, è stata oggetto di un’inchiesta delle autorità cinesi e il suo presidente Ma Xiaohong è dovuto scappare. Ma altri gruppi continuano i loro scambi attraverso società prestanome.
◆ La Cina e il Giappone osservano dall’esterno gli sviluppi diplomatici, presumibilmente con preoccupazione e scetticismo. In quanto unica alleata di Pyongyang, Pechino finora ha avuto un ruolo chiave nelle questioni che riguardano la Corea del Nord. Ora, secondo molti analisti cinesi, ha paura di vedere ridimensionato il suo ruolo nella regione. Quel che teme di più è una Corea unita e alleata degli Stati Uniti. L’ideale per Pechino sarebbe una versione meno pericolosa dello status quo. Quanto al Giappone, è il più cauto sulle aperture di Kim Jong-un. Tokyo ha ottenuto che Moon Jae-in sollevi con Kim Jong-un la questione dei cittadini giapponesi rapiti dai servizi segreti nordcoreani negli anni settanta e ottanta.
Disciplinati e controllati dalla polizia politica, i nordcoreani non sono però rassegnati e dimostrano un’incredibile capacità di adattamento e di iniziativa. Negli anni sessanta la Corea del Nord era più sviluppata della Corea del Sud; oggi è un paese impoverito, dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale diffusa negli ultimi anni. Si può comprare di tutto: prodotti, servizi, privilegi. Tutti cercano di trarre vantaggio dalla situazione: piccole attività commerciali informali, officine di riparazione tenute da operai “assenteisti”, insegnanti che danno ripetizioni, medici che fanno visite private, membri del partito che creano attività in settori vicini alle loro funzioni ufficiali. “Una sola cosa conta in Corea del Nord: fare soldi”, osserva Lankov.
Attività tollerate
Beneficiando di una maggiore autonomia in virtù del principio di “responsabilità socialista” introdotto nel 2014, le imprese di stato possono organizzare la loro produzione come preferiscono e dotarsi di “filiali” dirette da imprenditori indipendenti. Alcune amministrazioni possono autorizzare degli imprenditori a esercitare attività “a fini di lucro” (in settori come i trasporti, il turismo, l’industria mineraria). “L’ultimo regime staliniano al mondo dimostra di avere uno spiccato spirito imprenditoriale”, osserva Justin V. Hastings, autore di A most enterprising country: North Korea in the global economy (Cornell University Press 2016).
Quest’evoluzione dell’economia è cominciata durante la grande carestia degli anni novanta. Il crollo del sistema di distribuzione pubblico stimolò la comparsa di mercati informali poi diventati mercati liberi autorizzati. Incapace di contenere questa trasformazione partita dal basso, il regime nel 2002 liberalizzò la gestione delle imprese di stato e delle cooperative agricole. Una successiva serie di “riforme”, lanciate da Kim Jong-un dopo il suo arrivo al potere alla fine del 2011, ha dato vita a un’economia ibrida che affianca, incrocia e mescola attività del settore pubblico e iniziative private.
Tollerate, le attività “private” non sono ancora ufficialmente riconosciute. Ma il pragmatismo, incoraggiato per avere valuta estera, rende difficile stabilire i confini tra lecito e illecito. La corruzione è il lubrificante indispensabile per il funzionamento di questa economia.
Il sistema si basa su tre pilastri fondamentali: i vertici di regime, a cominciare dalla gerarchia militare che controlla interi settori dell’economia; i funzionari di partito, che si arricchiscono grazie alla corruzione; e gli operatori del mercato, che ingrassano i portafogli dei funzionari per far girare la macchina. Per ora nessuno ha interesse a rompere un equilibrio vantaggioso. Al contrario, le difficoltà spingono a rimanere ancora più uniti.
Le “riforme”, o meglio gli “aggiustamenti”, hanno portato la Corea del Nord sulla strada intrapresa dalla Cina alla fine degli anni settanta, senza però alcuna apertura politica. Tuttavia le dinamiche economiche portano con sé una trasformazione silenziosa della società e un’attenzione alle informazioni provenienti dall’estero. I contrabbandieri che ogni giorno entrano nel paese dalla Cina e i 30-40mila nordcoreani che lavorano nelle aziende cinesi forniscono informazioni e immagini.
Contagio limitato
Si sta delineando un cambio di mentalità, in particolare in quella che i ricercatori sudcoreani hanno chiamato la generazione jangmadang (del mercato nero). Nati negli anni ottanta e novanta, questi uomini e queste donne hanno vissuto la carestia quand’erano bambini, ma hanno anche un’esperienza diretta dell’economia di mercato. Rappresentano circa il 25 per cento della popolazione e “potrebbero avere più senso critico”, scrive Ahlam Lee, autore di North Korean defectors in a new and competitive society (Lexington, 2015).
Le informazioni e i video entrati clandestinamente in Corea del Nord si diffondono grazie alla moltiplicazione delle schede di memoria, alle chiavi usb e agli smartphone. I caricatori che funzionano a energia solare (le interruzioni di corrente sono frequenti) favoriscono l’uso di cellulari, il cui numero sarebbe aumentato dell’11 per cento nel 2016, arrivando a più di tre milioni. A poco a poco la generazione più giovane a Pyongyang cerca di riprodurre nella vita quotidiana quello che ha visto in questo mondo virtuale: modi di vestirsi, di parlare. “La pressione della cultura pop sudcoreana agisce come un virus”, osserva Kim Soo-chul dell’università Hanyang di Seoul.
Per ora il contagio è limitato. La sorveglianza della polizia scoraggia i giovani che potrebbero immaginare collettivamente un cambiamento sociale, osserva Cho Jeong-ah, dell’Istituto sudcoreano per l’unificazione nazionale. A tutto questo si aggiunge una certa affinità tra i giovani e Kim Jong-un. Su di loro il leader punta per rinnovare il Partito dei lavoratori e la pubblica amministrazione. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati