Nel luglio del 2019 Michaela Coel si è presentata in una suite nel cuore di Bloomsbury, un quartiere centrale di Londra. Davanti a lei c’erano le sue truppe schierate. Gli attori che avrebbero interpretato la serie I may destroy you (in cui Coel interpreta la protagonista Arabella Essiedu, una scrittrice molto popolare sui social network) erano pronti per la lettura ad alta voce dei dodici episodi. Il personale della produzione si era sistemato al tavolo di lettura, e i produttori della Hbo e della Bbc erano seduti in trepidante attesa.

A 31 anni, Coel aveva già vinto un premio della British academy of film and television arts (Bafta) per la sua serie d’esordio, Chewing gum, andata in onda su Channel 4, e aveva da poco rifiutato un contratto da un milione di sterline con Netflix. Si trovava in quella suite in qualità di autrice, regista, produttrice e protagonista, con un controllo totale sulla sua serie: un racconto, solo in parte romanzato, del suo mondo londinese, che parla di amicizie, violenze sessuali e angosce. La tensione montava silenziosa.

“C’erano cinquanta persone in quella stanza, un numero piuttosto alto”, ricorda l’altro regista, Sam Miller. “E le letture ad alta voce a volte fanno uno strano effetto. Non sempre vanno bene. Gli attori sono nervosi, alcune cose possono suonare buffe quando invece non lo sono, e al contrario dei passaggi divertenti non risultano tali. Ma quella volta è stato tutto straordinario”.

Alla fine del secondo giorno, la stanza ribolliva d’entusiasmo. Dodici mesi dopo, la serie di Coel – che è stata trasmessa l’estate scorsa nel Regno Unito e negli Stati Uniti – è diventata uno degli eventi culturali più riusciti e discussi del 2020. “I may destroy you è forse la serie dell’anno?”, si è chiesto il Guardian. “Un mondo appassionante e dalle sfumature complesse”, ha scritto la rivista statunitense Vanity Fair. “La serie più sublimemente sconvolgente dell’anno”, ha commentato la rivista New York.

Il percorso che Michaela Coel ha compiuto per arrivare a suscitare queste reazioni – una raffica di elogi da cui di solito gli autori vengono a malapena sfiorati – è straordinario sotto molti punti di vista. Per una donna nera cresciuta con la madre nelle case popolari di un quartiere povero di Londra si potrebbe definire un risultato storico. Phil Clarke, ex responsabile delle sitcom di Channel 4 e produttore di molti programmi di successo, definisce Coel un’artista straordinaria. “L’unica altra persona con cui ho lavorato che aveva la stessa inesauribile energia e che portava avanti un’incrollabile ricerca dell’eccellenza è stato Chris Morris”, dice rife­rendosi al comico britannico. “Sono talenti che si vedono una volta in una generazione”.

Il teatro come salvezza

Nata come Michaela Ewuraba Boakye-Collinson da genitori ghaneani, Coel ha cambiato nome quando aveva 23 anni. La sua era una delle pochissime famiglie nere nelle case popolari dov’è cresciuta, proprio al confine tra la municipalità di Londra e il sobborgo di Tower Hamlets.

Ci sono state risate e silenzi imbarazzati quando Coel ha denunciato la patina dorata e il lato più oscuro del mondo della tv

Sullo schermo, Coel ha un aspetto affascinante: un volto dai profili netti, tagliati come un diamante, con gli occhi e gli zigomi che creano una perfetta simmetria. Quando era piccola le dicevano che era brutta, e lei si sentiva fuori posto. Curiosa, ma un po’ persa. Sua madre faceva le pulizie e studiava all’università. Coel e la sorella Jasmine si tenevano occupate partecipando ai circoli teatrali, guardando la tv e navigando su internet quando ancora si usava il modem.

Una volta, di fronte all’ingresso di casa, qualcuno lasciò un mucchietto di escrementi di cane. In seguito ne misero altri nella sua buca delle lettere. Coel era l’unica studente nera della sua scuola elementare, ed era un bersaglio facile per i bulli. Ma sapeva come rispondere.

Per tutta l’adolescenza ha sopportato gli insulti razzisti che le venivano indirizzati con indifferenza. Come usava in quegli anni, Coel creò delle pagine web stile blog e si prese la sua rivincita raccontandosi al mondo senza filtri. A diciott’anni s’innamorò di Gesù e, per usare le sue parole, diventò una “cristiana estremista”.

Dopo aver abbandonato l’università due volte, a 23 anni decise che la scelta giusta era iscriversi a una scuola di teatro. Lì strinse amicizia con un gruppo di omosessuali e il suo fervore religioso si dissipò quasi con la stessa energia con cui era nato. “Era difficile non accorgersi di lei”, racconta l’attore Paapa Essiedu. “Tanto per cominciare, eravamo solo tre neri in tutto il corso”.

Essiedu e Coel sono diventati grandi amici, ma almeno all’inizio hanno cercato di tenere l’amicizia separata dalle loro carriere. Essiedu ha ottenuto la parte di Kwame in I may destroy you facendo un’audizione come tutti gli altri. “Michaela è sempre stata speciale e unica”, dice. “Per me non è una sorpresa che oggi tutti la celebrino”.

Una notte del 2016

Anche Phil Clarke si è reso conto subito di aver a che fare con una persona di grande talento. I produttori della FremantleMedia avevano apprezzato lo spettacolo teatrale del 2013 Chewing gum dreams, in cui Coel recita da sola, e l’avevano aiutata a ottenere un incontro con i responsabili di Channel 4 per realizzarne una versione televisiva. Anche qui Coel propone una versione comica della sua vita, nel periodo in cui la fede evangelica cristiana si è scontrata con i suoi ormoni impazziti. Clarke le ha commissionato due stagioni, che sono state poi comprate da Netflix per trasmetterle negli Stati Uniti.

Alcuni anni dopo Coel si è presentata senza appuntamento alla casa di produzione di Clarke per presentargli l’idea di quella che poi sarebbe diventata I may des­troy you. Tutti ricordano che non era per nulla intimidita dalle regole di etichetta del settore e sapeva far valere le sue idee. Voleva creare una serie che raccontasse la verità di un trauma che lei stava ancora elaborando.

Una notte del 2016 Coel si trovava negli uffici della Fremantle per finire di scrivere la seconda stagione di Chewing gum. A un certo punto ha fatto una pausa per andare a bere qualcosa con un amico in un bar. Nel locale è stata drogata e violentata da due sconosciuti. Alle prime ore dell’alba è tornata negli uffici della Fremantle e si è messa a scrivere per cercare di dissipare la nebbia che le avvolgeva la mente. Ma l’azienda non le ha concesso proroghe sulla consegna della sceneggiatura. La faccenda è stata messa a tacere. La mancanza di empatia l’ha ferita profondamente.

Richiesta di trasparenza

Suscitando molto scalpore, Coel ha rivelato l’accaduto nel 2018, quando è stata chiamata a tenere la prestigiosa conferenza intitolata a James MacTaggart al festival della televisione di Edimburgo. Era la persona più giovane, e la prima nera, invitata a parlare in quel contesto. Per un’ora Coel ha rivelato il razzismo e le violenze di cui era stata vittima nel settore. Il suo racconto è stato feroce e onesto. E ha fatto sussultare molte persone tra il pubblico.

Ci sono state risate e silenzi imbarazzati, e momenti di leggerezza ispirata quando Coel ha denunciato la patina dorata e il lato più oscuro del mondo della tv. “L’euforia che provavo per il fatto di essere apprezzata mi ha reso felicissima”, ha raccontato. “All’improvviso avevo trovato il mio posto. Ho partecipato a eventi organizzati per i giornalisti e a feste, e ho provato la cocaina. Non avevo l’obbligo di svegliarmi presto per lavorare, e quindi la sera andavo ad altre feste. Dove prendevo altra cocaina”.

Nel suo discorso ha chiesto al pubblico di addetti ai lavori più trasparenza e apertura verso le persone come lei, non semplicemente di masticarle e sputarle via.

Biografia

1 ottobre 1987 Nasce a Londra da genitori ghaneani. Il suo vero nome è Michaela Ewuraba Boakye-Collinson.
2009 Studia da attrice alla Guildhall school of music and drama di Londra. Recita nella compagnia Talawa, la prima fondata da attori neri nel Regno Unito.
2012 Porta in teatro lo spettacolo Chewing gum dreams, di cui è la protagonista.
2015-2016 La pièce diventa una serie, Chewing gum, che va in onda sulla Bbc. Coel sta per finire di scrivere la seconda stagione quando una notte viene drogata e stuprata in un bar.
2018 Al festival della tv di Edimburgo tiene un discorso in cui denuncia la mancanza di trasparenza e di empatia in quest’industria.
2020 La sua serie tv I may destroy you, che esplora i traumi dello stupro e il tema del consenso, ottiene un grande successo di pubblico e di critica.


Nel settembre dello stesso anno Coel era impegnata a promuovere la serie Black earth rising, creata da Hugo Blick, una produzione della Hbo e della Bbc sul genocidio ruandese del 1994 in cui interpretava il suo primo ruolo drammatico. In un’intervista all’Observer Coel ha minimizzato la portata del suo discorso di Edimburgo. “Ho perso ogni contatto… Spero solo che le persone riusciranno a farsi un’idea della situazione generale, e che non ne conserveranno solo dei frammenti”.

Alcuni amici, che preferiscono mantenere l’anonimato, parlano del suo “spettacolare calore umano” e della sua “incredibile dedizione e onestà sul lavoro”. Coel spesso scompare, per andare a scrivere in uno chalet in riva al lago in Svizzera e negli Stati Uniti, o nelle seconde case di ricchi mecenati, insomma dovunque possa trascorrere un periodo d’isolamento e tranquillità.

“Ha un’innegabile presenza e non riesce a fare a meno di voler bene a tutti”, racconta un amico. “Ci sono situazioni assurde, in cui dobbiamo spingerla su un’auto perché sennò si ferma a parlare con chiunque l’avvicini. Ma sa anche prendere le distanze quando serve. A volte non manda messaggi per mesi, quando si sta occupando di se stessa o lavora. Però quando sei insieme a lei, le conversazioni sono davvero sempre interessanti”.

Un altro amico la definisce “una spugna”: “Non dice mai apertamente ‘Ah, potrei scrivere di questo’. Ma hai l’impressione di vedere il suo cervello muoversi e assorbire tutto. Non smette mai di creare”.

Clarke è d’accordo. “Ha sempre fatto molte domande: perché così, perché non così? E questo si riflette in ciò che scrive. Le sue sceneggiature sono fatte di molti strati e ci sono diversi motivi che spiegano perché una certa cosa viene detta o fatta in un certo modo. C’è molto di più di quel che si legge nel testo, si può sempre trovare qualcos’altro. Se posso permettermi, è qualcosa di shakespeariano”.

A quanto pare Coel ha scritto 191 versioni della sceneggiatura di I may destroy you, per riuscire a creare qualcosa che avesse un sapore e un suono autentici. Le riprese si sono concluse a gennaio del 2020, dopo 96 giorni durante i quali Michaela Coel ha mandato all’aria le tradizionali gerarchie sul set.

“Ha dimostrato di essere in grado di gestire tutto, con una visione a 360 gradi”, racconta il coregista Sam Miller. “Pensavo che il mio compito fosse proteggerla dalle complicazioni legate alla produzione, lasciandole più libertà e tempo per concentrarsi sulla recitazione. Ma non ne ha avuto bisogno. È stupefacente, davvero”. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati