Il 28 marzo 2026, per la terza volta in un anno, i cartelli con la scritta “No kings” (no ai re) hanno invaso le strade degli Stati Uniti. I contestatori di Donald Trump hanno denunciato la sua deriva autoritaria in più di tremila manifestazioni, dalle piccole città del midwest alle metropoli delle coste. Il collettivo all’origine della protesta ha parlato di otto milioni di partecipanti, una cifra impossibile da verificare.
L’evento che ha attirato più attenzione è stato quello di Minneapolis, in Minnesota, a cui hanno partecipato tra gli altri i cantautori Bruce Springsteen e Joan Baez, l’attrice Jane Fonda e il senatore del Vermont Bernie Sanders, figura di spicco della sinistra statunitense. Minneapolis è diventata il simbolo dell’opposizione a Trump dopo l’operazione contro gli immigrati lanciata dalla Casa Bianca a gennaio, che ha provocato la morte di due cittadini statunitensi, Renée Good e Alex Pretti, uccisi dagli agenti federali. Alla fine il presidente è stato costretto ad arretrare davanti alla resistenza pacifica dei cittadini, che si sono mobilitati per difendere gli immigrati, una strategia che è stata poi adottata in altre città del paese.
“Ci siamo sentiti rafforzati”, racconta Jérôme Chateau, presidente del comitato organizzatore nel quartiere di South Uptown, a Minneapolis, ed esponente del Partito democratico. Chateau racconta che alla manifestazione del 28 marzo “l’atmosfera era allegra, c’era umorismo, combattività, ci sono stati momenti toccanti. Ne abbiamo bisogno, perché la verità è che siamo tutti traumatizzati da quello che è successo. Ma è stata anche una festa. Proviamo una sorta di orgoglio, perché in fondo abbiamo ottenuto una vittoria”.
Le due manifestazioni precedenti, a giugno e a ottobre del 2025, avevano l’aspetto di una terapia collettiva per un’opposizione che faceva fatica a trovare risposte allo stile di governo frenetico imposto da Trump. Ma ora la dinamica si è invertita: il presidente sta soffrendo una sconfitta dopo l’altra, e il fallimento della sua strategia brutale sull’immigrazione sembra aver inceppato l’amministrazione.
Un figlio al fronte
Da gennaio Trump ha dovuto fare i conti con la sentenza della corte suprema che ha bocciato i suoi dazi, ha visto crollare la sua popolarità nei sondaggi e ora è impantanato in uno shutdown (il blocco parziale delle attività del governo), con il congresso che si rifiuta di votare un provvedimento per finanziare il dipartimento per la sicurezza nazionale. Intanto ha scatenato una guerra in Medio Oriente senza riuscire a spiegarne le ragioni, facendo aumentare il costo della vita, la principale preoccupazione degli statunitensi.
A New York, altra roccaforte dell’opposizione, un corteo di decine di migliaia di persone ha sfilato da Central park fino alla 34a strada, costeggiando gli schermi giganti di Times square. Gli abitanti della metropoli hanno mostrato striscioni e costumi fantasiosi contro il trumpismo.
“Siamo davvero allarmati dal modo in cui la democrazia americana è stata compromessa e indebolita nei primi quindici mesi di questa amministrazione”, dice Matthew Nichols, 56 anni, che ha manifestato con il marito Sebastian Li, di 65 anni. Nichols è preoccupato “dalla minaccia che aleggia sulle elezioni di metà mandato” che si terranno a novembre. “Sempre che si vada a votare”, aggiunge Li. In molti stati i repubblicani hanno lanciato una vasta offensiva per ridisegnare i distretti elettorali in modo da sfavorire i candidati del Partito democratico (e i democratici hanno risposto facendo lo stesso negli stati che controllano) e per modificare le leggi elettorali, soprattutto riguardo al voto per corrispondenza, che negli ultimi anni ha favorito i democratici.
Il 28 marzo gli slogan erano diversi da quelli del 2025. Si continuano a denunciare l’Immigration and customs enforcement (Ice), la polizia federale dell’immigrazione, e le responsabilità dei repubblicani nella vicenda di Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per pedofilia con cui il presidente ebbe legami stretti fino all’inizio degli anni duemila. Ma oggi al centro c’è soprattutto la guerra in Iran, con molti partecipanti che mostravano cartelli pacifisti. Milan Milosevic, sessant’anni, ha incollato al suo una foto del figlio, arruolato nella 82a divisione aviotrasportata (mobilitata in questi giorni dalla Casa Bianca per un possibile intervento militare in Iran), accanto alla frase: “Donald, a combattere mandaci tuo figlio, non il mio”. “Questo criminale voleva che l’unità di mio figlio occupasse le città democratiche americane e ora vuole mandarlo in Iran? Cosa c’è per noi laggiù? Gli Stati Uniti, in questa storia, sono dalla parte sbagliata”, accusa Milosevic. Nato in Serbia e residente nel Queens, Milosevic scuote la testa. “Vogliono andare a fare la guerra, ma non hanno idea di cosa sia”.
Gail Nathan, 78 anni, ha messo sul suo cartello i volti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di Trump. “Il primo è un fascista, il secondo è un idiota che fa quello che l’altro vuole”, dice la donna, convinta che “Bibi ha forzato la mano per avere la guerra”. Nathan, che viene da una famiglia ebrea dell’Europa dell’est e oggi abita nel Bronx, è molto prudente nel dirci il suo nome (“Oggi se la prendono con tutti…”). Ai suoi occhi il governo di Trump “è corrotto, malato, incompetente e francamente spaventoso. Pensate al negazionismo climatico. Stanno cancellando tutti i progetti sulle energie rinnovabili. Bisogna fermarli”.
Dopo l’ultima protesta dell’ottobre 2025 il presidente aveva preso in giro i manifestanti con un video generato dall’intelligenza artificiale in cui versava escrementi sulla folla. Il 28 marzo la Casa Bianca ha tenuto un atteggiamento più sobrio, ma tutt’altro che cortese. Un portavoce ha definito le manifestazioni l’espressione di un “delirio anti-Trump”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati