Pochi elementi sono così tipici del paesaggio urbano come un bar lungo una via o in una piazzetta, che invita ad entrare con il suo arredamento più o meno standard e il vociare animato delle conversazioni all’interno e ai tavolini all’aperto. Eppure in Europa questa scena è sempre più rara, soprattutto lontano dalle zone turistiche.
La crisi dei pub dovrebbe impensierire non solo i frequentatori abituali, ma anche chi si preoccupa per l’erosione degli spazi collettivi della classe lavoratrice. L’alternativa a questi locali è spesso la progressiva alienazione e la cancellazione dalla nostra vita quotidiana di tutte quelle relazioni interpersonali non legate al lavoro retribuito.
Oggi i pub non se la passano bene nemmeno nei paesi dov’è più radicata la cultura della birra. Anche se ogni anno si celebra in pompa magna la famosa Oktoberfest, la situazione del settore birrario tedesco non è affatto rosea, e a risentire maggiormente della crisi sono proprio i bar che servono le birre di produzione locale.
Nella regione del Nordreno-Vestfalia, il più grande land tedesco, negli ultimi vent’anni ha chiuso i battenti un locale su due. In alcune parti del Brandeburgo la situazione è ancora più drammatica: nell’arco di un solo decennio ha chiuso il 70 per cento delle birrerie
La Germania non è un’eccezione, ma rientra nella tendenza generale europea. Negli anni sessanta in Francia c’erano circa duecentomila pub e caffè. Oggi ne restano meno di un quinto. Nel Regno Unito, dall’inizio di questo secolo, ha chiuso un pub su quattro, cioè circa quindicimila esercizi. Nulla fa pensare che questa tendenza sia destinata a rallentare, anzi: nel 2025 hanno cessato l’attività circa 380 pub, più di uno al giorno.
Nella maggior parte dei casi a chiudere sono i bar dei piccoli centri; la crisi, tuttavia, colpisce anche i quartieri meno alla moda delle grandi città. Nelle zone più frequentate, invece, è l’aumento dei prezzi ad allontanare i clienti, aggravando i problemi del settore. Le ragioni di questo fenomeno sono diverse.
Sicuramente la pandemia di covid e l’impennata dei costi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina non hanno aiutato, ma il declino era iniziato molto prima ed era legato alla crisi generale delle attività comunitarie nell’era del neoliberismo orientato al consumo individuale. Alcuni giocano a bowling da soli, altri siedono in un bar deserto. Almeno fino a che rimarrà aperto.
Il problema dell’alcolismo
Sicuramente molti non condivideranno il tono preoccupato di questo articolo. In fondo, la scomparsa di locali in cui si servono alcolici dovrebbe essere una buona notizia. Oggi si discute molto degli effetti negativi del consumo di alcol, e le autorità sono sottoposte alla pressante richiesta di limitarne la disponibilità, per esempio introducendo divieti notturni, vietandone la vendita nelle stazioni di servizio o aumentando le accise.
Sarebbe però un errore ridurre il ruolo di pub, bar e taverne esclusivamente alla piaga dell’alcolismo. Questi locali sono infatti un centro della vita sociale nelle comunità locali e sono spazi di svago per loro natura ugualitari. Storicamente, in molti paesi il loro sviluppo e la loro diffusione sono stati legati all’ascesa della classe operaia.
Erano tra i pochi luoghi in cui la gente comune, dopo lunghe ore di fatica, poteva incontrarsi al di fuori del controllo del datore di lavoro, della chiesa o dello stato. Nei pub si mantenevano i legami di vicinato, si integravano i nuovi arrivati e si costruiva l’identità locale; nascevano sindacati, si organizzavano iniziative politiche e vedevano la luce società di mutuo soccorso.
Se si tiene presente questo, la crisi dei pub non sembra affatto casuale, ma legata alla deindustrializzazione e all’indebolimento dei legami sociali tra i lavoratori all’interno delle loro comunità.
Per il capitalismo contemporaneo è più vantaggioso che chi frequenta abitualmente il pub di quartiere si concentri su altre forme di svago: un abbonamento tv più costoso, una nuova piattaforma di streaming, i social media, i centri commerciali o un hobby individuale, preferibilmente che faccia spendere molto.
Naturalmente, gestire un pub non è una forma di altruismo o di servizio sociale, si tratta pur sempre di un’attività commerciale. Oggi, però, sta perdendo terreno rispetto ad altre attività più aggressive. E questo può essere un danno per molti.
Diversi studi dimostrano che frequentare regolarmente il pub sotto casa ha un effetto positivo sulla salute mentale, perché favorisce lo sviluppo delle relazioni interpersonali e la costruzione di un senso di appartenenza. Molte interazioni sociali non avrebbero luogo se non fosse per l’atmosfera amichevole di questi luoghi, difficile da ricreare in altre circostanze.
Anche se si frequenta un bar principalmente per consumare alcolici, cedere al vizio in compagnia è comunque preferibile che bere da soli davanti alla tv, un’abitudine che si sta difendendo per la mancanza di alternative disponibili. In una situazione del genere cosa si può fare, oltre a rimpiangere la chiusura del proprio locale preferito? Ci sono varie possibilità.
L’idea cooperativa
Oggi c’è chi propone un sostegno finanziario per i pub a rischio di fallimento, la riduzione dell’iva (per rendere i prezzi più competitivi rispetto a quelli degli alcolici venduti nei supermercati) o almeno l’abolizione di alcune norme che penalizzano questi locali.
La questione della scomparsa dei bar e dei caffè dai centri di provincia è già stata affrontata dal parlamento francese, che all’inizio del 2025 ha approvato, quasi all’unanimità, una serie di misure per facilitare il funzionamento dei locali nei comuni con meno di 3.500 abitanti. Il cambiamento fondamentale consiste nella semplificazione della procedura per ottenere la licenza per la vendita di alcolici, anche se la decisione finale spetta comunque alle autorità locali.
Dall’altra parte della Manica, i laburisti britannici, al governo dal 2024, si stanno invece meritando l’ira dei proprietari e dei frequentatori dei pub grazie alle loro riforme fiscali, che aumenteranno i costi di gestione, rischiando di provocare una nuova ondata di fallimenti. Se solo guardassero alla storia del loro paese, troverebbero una soluzione radicale al problema: la nazionalizzazione dei pub.
Più di cent’anni fa le autorità britanniche decisero di assumere il controllo di centinaia di locali per promuovere standard più alti nel settore e diffondere modelli positivi e più sani per il consumo di birra nel tempo libero e in compagnia. L’esperimento ebbe successo e solo mezzo secolo dopo fu interrotto dai conservatori, da sempre ostili alla proprietà pubblica.
Oggi una soluzione più realistica, e allo stesso tempo accettabile da sinistra, potrebbe essere la promozione dei pub cooperativi, che nel Regno Unito sono già centinaia. In genere funzionano su base non profit, grazie al sostegno della comunità locale e approfittando di un quadro giuridico favorevole.
In Polonia non ci sono strutture simili. Forse varrebbe la pena di prendere in considerazione l’idea. Per ora, tuttavia, sarebbe già qualcosa riuscire a respingere le proposte che danneggerebbero i bar locali: a Varsavia, per esempio, di tanto in tanto si lanciano campagne contro i tavolini all’aperto, senza i quali molti bar sarebbero condannati a chiudere.
I pub e i bar non sono solo luoghi dove bere birra (alcolica o analcolica), vino o superalcolici. Rappresentano una parte importante della cultura popolare europea e sono presidi sociali. Ogni locale di questo tipo crea uno spazio di aggregazione, influendo positivamente sul mantenimento dei legami comunitari e sul livello di benessere dei clienti. Con questa consapevolezza, quando avrò finito di scrivere quest’articolo andrò a prendermi una birra nel mio pub preferito. E consiglio a chi legge di fare lo stesso.
(Traduzione di Simone Bergalla)
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