Una vertiginosa spirale di guerra in Medio Oriente. Un bilancio che conta già migliaia di vittime tra Iran e Libano. I prezzi dell’energia alle stelle. Il Golfo paralizzato dagli attacchi iraniani. Siamo in una di quelle epoche che appaiono sconcertanti, incomprensibili, fuori controllo. Eppure, alla radice della situazione c’è una spiegazione logica semplice: tutto quello che sta succedendo è il risultato dell’occupazione israeliana della Palestina.
Man mano che il conflitto si espande, la connessione con la Palestina si offusca. Tuttavia, è chiaro quanto la stabilità della regione sia stata garantita a spese dei palestinesi. Guardiamo a com’era la regione prima del 7 ottobre 2023. La politica statunitense riguardo all’area era incentrata sull’idea di “integrazione”: contenimento dell’Iran, coinvolgimento di altri paesi arabi nella normalizzazione delle relazioni con Israele e, di conseguenza, creazione di un blocco d’interessi economici e di sicurezza sotto l’ombrello militare di Washington.
Benjamin Netanyahu ha già ottenuto tutto quello che voleva: ha raso al suolo Gaza, sta procedendo verso l’annessione della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo
L’Iran avrebbe finito per ritrovarsi isolato da questa alleanza arabo-israeliana e il dossier palestinese sarebbe stato archiviato. I paesi arabi avrebbero continuato a sostenere a parole la causa, chiedendo garanzie di impegni per la creazione di uno stato palestinese, o per scongiurare l’annessione della Cisgiordania. Ma in realtà il piano era semplicemente quello di continuare a tempo indeterminato l’occupazione dei territori palestinesi.
La fiducia nella durata di questo status quo è sempre stata velleitaria: un rifiuto di vedere quanto instabile, imprevedibile ed esplosiva stesse diventando la situazione con l’andare avanti dell’occupazione e della colonizzazione delle terre di tre milioni di persone in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e dell’isolamento e dell’assedio di altri due milioni di persone a Gaza. Anche perché, nel frattempo, nessuno lavorava per facilitare una prospettiva di autodeterminazione.
Poi Hamas ha colpito con gli attacchi del 7 ottobre e il piano di creare un nuovo Medio Oriente a spese dei palestinesi è andato completamente in pezzi. Quell’assetto non era in grado di reggere un’aggressione a Israele che ha innescato una reazione sanguinosa del governo di Tel Aviv, sia a Gaza sia in Cisgiordania, rivelando al mondo la spietatezza e l’impunità del regime israeliano.
Per loro natura, l’occupazione, l’apartheid e il dominio di Israele sulle vite di tutti i palestinesi tendono a valicare i confini. Non si tratta solo di un crimine morale, che avanza pretese sulle case, sulle vite e sulla dignità delle persone, ma di un’assurdità messa in pratica. E così i cerchi concentrici in Palestina hanno cominciato ad allargarsi altrove.
Dopo il 7 ottobre Israele ha affermato che la sua sicurezza a quel punto dipendeva dall’eliminazione non solo di Hamas a Gaza, ma di tutti quei gruppi che considera suoi alleati. Ha portato avanti questa missione in Libano e in Siria più o meno come ha fatto in Palestina, occupando nuovi territori e uccidendo migliaia di civili.
Anche immaginando che il conflitto riesca ad abbattere il regime iraniano, per miliardi di persone nella regione e in tutto il mondo la Palestina resta una questione aperta
Con gli attuali attacchi all’Iran lo stato ebraico, aiutato dagli Stati Uniti, sta ulteriormente ampliando la definizione di quel che è necessario per la propria sicurezza, fino a includere il cambio di regime nel paese che sostiene quei gruppi.
E questo succede anche se Benjamin Netanyahu ha già ottenuto tutto quello che voleva: ha raso al suolo la Striscia, sta procedendo verso l’annessione di fatto della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo per corruzione nel suo paese o di essere arrestato all’estero, come chiede la Corte penale internazionale. Riducendo il Medio Oriente alla sua definizione arbitraria di ciò che è una minaccia, Israele è arrivato a dettare il destino dell’intera regione e di conseguenza del resto del mondo.
Il tentativo fallito di soffocare la questione palestinese è il motivo per cui oggi in Iran i bambini vengono uccisi dagli attacchi statunitensi, i paesi del Golfo attraversano una crisi epocale e il pieno di benzina delle nostre automobili costa di più. È il motivo per cui la mappa elettorale nel Regno Unito sta cambiando e negli Stati Uniti ci sono studenti in carcere.
Naturalmente, alcuni elementi hanno accelerato questi processi: in particolare un’amministrazione Trump particolarmente squilibrata e suprematista, al pari del governo di Netanyahu. Ma le circostanze che hanno portato il mondo al punto in cui siamo oggi esistevano già prima: l’idea comune che il problema della Palestina potesse essere gettato nel dimenticatoio, mentre gli accordi commerciali, le vendite di armi e gli aiuti statunitensi (sia a Israele sia ai paesi arabi) avrebbero creato una regione stabile piena di floridi alleati dell’egemonia di Washington.
La stupidità di questa idea ormai è evidente. Le ultime due settimane hanno reso lampante che i partner e gli alleati, anche quelli che avevano normalizzato i rapporti con Tel Aviv, come gli Emirati Arabi Uniti, non sono mai stati considerati veramente dei partner, ma dei leccapiedi, tenuti a pagare un prezzo sempre più alto per le campagne irresponsabili di Israele e Stati Uniti. Oggi, inoltre, gli viene ordinato di unirsi alla guerra contro l’Iran e vengono minacciati se non lo fanno. “Speriamo che i paesi del consiglio di cooperazione del Golfo si facciano coinvolgere di più dato che questa battaglia si sta svolgendo nel loro cortile di casa”, ha scritto in un post su X il senatore Lindsey Graham, repubblicano del South Carolina e fervente sostenitore della guerra. “Altrimenti ci saranno conseguenze”. Un colossale schiaffo per paesi che hanno sacrificato la propria economia e il proprio spazio aereo a causa della guerra contro l’Iran, e ceduto i loro territori e le loro risorse alle basi aeree statunitensi. Le alleanze difensive vanno in una sola direzione, a beneficio degli interessi di Washington e dei suoi alleati.
Ci sono malumori crescenti nella regione per l’asimmetria di questo rapporto. Ma questi malumori diventeranno significativi solo se questi paesi metteranno in discussione la scommessa originaria, che non sta dando i frutti: la scelta d’impostare gli assetti politici, economici e militari orientandoli agli interessi statunitensi (e per estensione israeliani), invece di affermare la volontà della regione e coordinare uno sviluppo del potere panarabo. Un potere che possa agire a beneficio dei cittadini, esprimere i loro legami e le loro solidarietà e rafforzarli contro le potenze che oggi tengono la regione in ostaggio.
Accettare l’asservimento di milioni di arabi nella regione significa accettare il proprio asservimento. E restare in silenzio di fronte al costante flusso di nefandezze, morte, sfollamento e predominio militare causato dallo stato ebraico in Palestina e altrove significa non aver capito che prima o poi potrebbe arrivare anche il proprio turno, in un modo o nell’altro.
Sottolineo che queste strade conducono tutte alla Palestina non per fare una considerazione retorica, ma per mostrare l’unica traiettoria percorribile per invertire le ripercussioni globali.
Il peccato originale è l’assenza di pace e di autodeterminazione per i palestinesi; tutto il resto viene da lì. Netanyahu preferisce tenere in piedi una costosa guerra apparentemente senza fine piuttosto che permettere l’esistenza di una Palestina libera. Il suo governo invece di risolvere la questione di fondo ha trascinato Israele, il Medio Oriente e il mondo intero in una crisi in espansione.
Anche ammesso che il conflitto riesca a eliminare ogni singolo componente di Hezbollah e ad abbattere il regime iraniano, oggi per miliardi di persone nella regione araba e in tutto il mondo la Palestina resta una questione di vitale importanza. Dimenticare questo concetto, rimuovere il fatto che i massacri e l’occupazione infiammano le passioni e creano resistenze alla normalizzazione, significa ripetere gli stessi errori fatti in passato dalle potenze mondiali. Se vogliamo sicurezza la Palestina non può essere integrata, può essere solo liberata. Fino ad allora tutti ne pagheremo il prezzo. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 39. Compra questo numero | Abbonati





