Il protagonista di Daddy è un uomo che rimane vedovo dopo una relazione durata tutta la vita. Incoraggiato da un’amica, approda su Grindr, dove scopre d’incarnare un daddy, idolo del nuovo (neppure così tanto) immaginario gay e feticcio di giovani uomini. Trovo affascinante la maniera in cui Gardini passa da un linguaggio volutamente scurrile nel raccontare il sesso (e le parti anatomiche che coinvolge) a un registro quasi ironicamente elevato, e in stretta relazione con il mondo greco, per incorniciare la sociologia delle relazioni del protagonista, invece spesso mediate dal gergo social. Mi diverte anche il continuo rimando di questo lessico alla sfera religiosa (“Un po’ come Dio, Grindr elimina tutte le distanze”). Qui e là note a piè di pagina e passaggi che alternano le chat in inglese con la narrazione in italiano. Proprio per questo il romanzo di Gardini attraversa grandi distanze: lo sguardo critico alle app di incontri, la formazione del protagonista bambino, la complessità del rapporto con Adrians, l’estetica queer e camp, la psicologia nelle relazioni con i padri, il dolore del lutto, l’erotismo. L’autore non attraversa questi paesaggi con lo stesso passo, e non tutti riescono con la stessa grazia. La lingua e la grammatica sono il collante più evidente: definiscono e spostano i confini identitari, i rapporti di potere e di classe, l’ambiguità tra il reale e il virtuale. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati





