Ilaria Matteoni
La terra tersa. Diario di un’estinzione
Effequ, 176 pagine, 17 euro

Una lingua archeologica scava tra le macerie per trovare le parole necessarie a descrivere la vita nel 2078. Il futuro distopico non è espediente narrativo per giustificare fantasiosi effetti speciali, quanto per osservare la fragilità umana a distanza ravvicinata, schiacciata sulla pagina dalla forma diaristica e dalla presenza fantasmatica del collasso ambientale. L’esordio di Ilaria Matteoni, classe 1996, è un’eco sintattica, ritmica e introspettiva della poesia: “S’alzava che ancora il gelsomino bruiva assopito”. La prosa rarefatta replica il mondo in cui si aggira l’anziana superstite, uno spazio fatto di rovine e popolato di ricordi, piccoli gesti, odori, spiriti di sorelle e figlie e madri. La sua solitudine straziante s’intuisce in una singola frase: “Finsi d’avere un segugio per non sentirmi sola nel viaggio”. Qui la realtà com’era un tempo è morta o è una natura marcescente, e dunque l’una e l’altra chiedono un vocabolario, un paroliere nuovo, in grado di mutare pelle e abbandonare il vetusto sul pavimento. Tutto può essere rinominato in questa biografia fittizia, mentre il sogno e il fatto non si possono dire separati nel resoconto della narratrice. Un romanzo raffinato, intimista e dolce, nella cui lettura non mi abbandona però la sensazione che sfugga qualcosa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati