Il 30 maggio migliaia di cittadini giordani hanno cominciato a manifestare contro una proposta di legge che prevede un forte aumento delle tasse, e rischia di danneggiare una popolazione già in difficoltà. Le manifestazioni, tra le più imponenti degli ultimi anni, hanno mobilitato professionisti di vari settori.

La legge, che rientra tra le condizioni imposte dal piano triennale del Fondo monetario internazionale (Fmi) per la riduzione del debito pubblico, abbasserebbe significativamente la soglia minima dell’imposta sul reddito. Banche e industrie sarebbero costrette a pagare delle tasse in un momento in cui la crescita è stagnante e i consumi si stanno riducendo. Ashraf al Karaki, un dentista di Amman che partecipa allo sciopero, è preoccupato: “La classe media giordana è in difficoltà e con questa legge lo sarà ancora di più. Anche i poveri dovranno pagare più tasse”.

Una manifestazione ad Amman, il 1 giugno 2018 (Muhammad Hamed, Reuters/Contrasto)

In passato la maggior parte delle manifestazioni in Giordania era organizzata dai partiti. A questa, invece, partecipano 33 associazioni, compresi molti sindacati e ordini professionali, in diverse città del paese. Ad Amman ha aderito anche l’Associazione giordana dei medici e i due principali ospedali della capitale sono rimasti attivi solo per le emergenze. Hanno chiuso anche molti negozi e attività del centro. La partecipazione di contadini e grossisti ha lasciato sforniti i mercati, le macellerie e i supermercati. Gli esami scolastici, invece, non sono stati sospesi, nonostante la partecipazione del sindacato degli insegnanti con i suoi 140mila iscritti. “La maggior parte delle persone che protestano non è politicizzata,” spiega Al Karaki.

Il governo sostiene che le misure ridurranno le disuguaglianze perché prevedono imposte maggiori sui redditi più alti e lasciano per lo più inalterate quelle applicate agli impiegati pubblici che guadagnano poco. Ma secondo l’avvocata Taghreed al Dugh­mi ci sono vari punti critici: “La legge attuale fissa la soglia di esenzione fiscale a dodicimila dinari giordani, mentre la nuova legge l’abbasserebbe a ottomila. Inoltre ogni cittadino maggiore di diciotto anni dovrebbe presentare la dichiarazione dei redditi”. Sarebbero tassate anche le pensioni e le eredità. E le tasse per le banche e le assicurazioni aumenterebbero del 40 per cento, un costo che, sostiene Al Dughmi, sarebbe scaricato sui consumatori. “La legge prevede la reclusione da tre a dieci anni per chi non riesce a pagare: la maggioranza dei giordani finirebbe in carcere”.

Il commento
Un nuovo ruolo nella regione

◆ Le sfide che la Giordania deve affrontare crescono di giorno in giorno, non solo a causa dell’instabilità regionale, ma anche per l’aggravarsi delle questioni interne. Senza dubbio la sicurezza è la priorità, ma anche la situazione economica minaccia la stabilità del paese. I giordani sono preoccupati perché il governo non ha un piano per risolvere le loro difficoltà economiche.

Il ruolo della Giordania nella regione si sta riducendo: si fanno risoluzioni e si cambiano alleanze senza alcuna considerazione per il paese. I politici giordani devono capire che le cose sono cambiate e le politiche internazionali sono determinate dal pragmatismo economico. Per sopravvivere la Giordania deve trovare interessi comuni con altri paesi. Questo non succederà senza una nuova prospettiva e nuove strategie, e senza un riavvicinamento ai nostri vicini, in particolare alla Siria e all’Iraq.

Amman deve avere un ruolo nella regione portando avanti i negoziati di pace, lavorando con la Russia e con i suoi alleati tradizionali: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Inoltre deve rimodellare i rapporti con gli Stati Uniti, sulla base degli interessi comuni. I cittadini devono vedere un nuovo atteggiamento di fronte alle sfide interne ed esterne per poter sperare in tempi migliori. Altrimenti la disperazione prenderà il sopravvento.

Amer al Sabaileh,

The Jordan Times


Delusi e sfiduciati

Durante le manifestazioni la folla ha intonato slogan che riecheggiano quelli della primavera araba del 2011: “Il popolo vuole la caduta del governo” e “Sciopero oggi per vivere domani”. Sui social network circola l’immagine del primo ministro Hani al Mulki con la frase: “Non potevamo combattere la povertà, quindi combatteremo i poveri” (Al Mulki si è dimesso il 4 giugno). Il presidente del parlamento Atef al Tarawneh ha preso le distanze dalla proposta di legge, dicendo che i deputati non si faranno condizionare dalle pressioni del governo.

Negli ultimi anni la Giordania ha fronteggiato molti problemi, nazionali e internazionali, soprattutto l’aumento dei tassi di disoccupazione e criminalità. È riuscita a non farsi contagiare dal fermento che agita la regione dal 2011 e dai conflitti nei paesi vicini, la Siria e l’Iraq. Al Karaki è consapevole di questi problemi, ma critica l’incapacità del governo di elaborare una politica economica di lungo termine efficace: “L’unica soluzione che è stato capace di trovare è una nuova imposta sul reddito. La gente è delusa e sfiduciata, e ha rivolto le sue speranze alle associazioni”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati