Gli enocioni erano grandi più o meno come i lupi grigi di oggi, ma avevano una corporatura più robusta e denti più grossi. Probabilmente si nutrivano di megafauna ormai estinta, come i bradipi terrestri giganti. Dopo aver prosperato per molti millenni, si estinsero circa diecimila anni fa.

Ma ora sono tornati. O almeno, un’azienda chiamata Colossal Biosciences sostiene che l’enocione sarà la prima specie a essere riportata in vita. E non è l’unico animale a essere stato scelto per la resurrezione. Sono in corso progetti per fare lo stesso con il dodo, il mammut lanoso, il piccione migratore, il moa e altri ancora. Ma è davvero possibile far rivivere una specie estinta? Questi tentativi spingono anche a chiedersi se – al di là dell’ovvio fascino di vedere creature scomparse da tempo in carne e ossa – ci siano validi motivi per provarci, e perché organizzazioni come la Colossal stiano investendo grosse somme di denaro in questa impresa.

L’idea di resuscitare una specie estinta risale ad almeno un secolo fa. In Germania, negli anni venti del novecento, si cercò di ricreare l’uro, un bovino selvatico, attraverso l’allevamento selettivo dei suoi discendenti, i bovini domestici, in parte perché si pensava che la specie fosse stata indebolita dalla domesticazione. Il risultato fu un animale che somigliava un po’ a un piccolo uro. Negli anni ottanta del novecento si provò ad allevare zebre con la stessa pelliccia del quagga, una sottospecie estinta della zebra striata di pianura, che portò alla nascita di esemplari simili al quagga ma privi di strisce sui quarti posteriori. “Non penso che si possa definirli quagga”, afferma Claudio Sillero dell’università di Oxford. L’allevamento può creare animali che fisicamente somigliano ai quagga o agli uri, ma geneticamente non sono la stessa cosa, aggiunge.

Oggi, tuttavia, esistono alternative all’allevamento selettivo. Cosa succederebbe se si potesse estrarre il dna di un animale estinto, inserirlo in una cellula vivente e creare un clone di quell’individuo? Questa, ovviamente, è l’idea che ha suggestionato l’immaginario collettivo quando è stata presentata nel film del 1993 Jurassic park. Non esiste una definizione scientifica ufficiale di “de-estinzione”, ma questa possibilità – creare una copia identica di un animale scomparso da tempo – è ciò che molti intendono con il termine.

Si presume anche che sia un obiettivo irrealizzabile. “Nessuno dei percorsi attuali porterà a una replica fedele di una specie estinta, a causa di differenze genetiche, epigenetiche, comportamentali, fisiologiche e di altro tipo”, si legge in un rapporto del 2016 sulla de-estinzione dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). “È una questione di definizione”, afferma Tom Gilbert dell’università di Copenaghen, in Danimarca. “Se de-estinzione significa riportare in vita un animale estinto, con lo stesso genoma dell’originale, allora sì, è probabilmente impossibile”. Questo perché per la stragrande maggioranza degli animali estinti non si può recuperare un genoma completo. Ci saranno sempre delle lacune dovute alla degradazione del dna nel tempo.

Cellule ben conservate

Tuttavia potrebbero esserci alcuni casi eccezionali di animali estinti molto recentemente di cui esistono cellule ben conservate. Nel 2020 l’organizzazione non profit statunitense Revive & restore ha usato le cellule crioconservate di un furetto dai piedi neri morto nel 1988 per creare tre cloni, trasferendo il dna intatto dalle cellule congelate in ovuli vivi. “È una vera e propria resurrezione”, afferma Ben Novak di Revive & restore. “Abbiamo recuperato varianti genetiche già estinte di una specie in via di estinzione”.

Non si tratta, però, di una de-estinzione, perché i furetti dai piedi neri non si sono mai estinti completamente. A un certo punto erano rimasti solo sette esemplari imparentati tra loro, quindi la clonazione di un esemplare non imparentato ha aumentato enormemente la diversità genetica e, di conseguenza, le prospettive di sopravvivenza della specie.

Sono stati fatti alcuni tentativi di far rivivere specie estinte usando questo tipo di clonazione. Per esempio, l’ultimo bucardo – una sottospecie della capra di montagna iberica – è morto nel 2000 schiacciato da un albero. Le sue cellule sono state clonate e nel 2003 è nato un bucardo, ma è sopravvissuto solo dieci minuti, probabilmente a causa di problemi di salute legati alla clonazione.

È stata la cosa più vicina a una vera de-estinzione, ma anche se il clone fosse sopravvissuto, non sarebbe stato un bucardo al 100 per cento. Una piccola parte del suo dna proveniva dalla donatrice dell’ovulo, sotto forma di organelli cellulari chiamati mitocondri. E senza maschi della specie – quindi senza cromosoma Y – non ci sarebbe stato modo di creare una popolazione pura in grado di riprodursi.

Sono stati crioconservati campioni di poche altre specie estinte, come le rane Rheobatrachus silus e R. vitellinus, che covano le uova nello stomaco. Queste rane originarie dell’Australia orientale si sono estinte poco dopo essere state scoperte, negli anni settanta. Finora i tentativi di clonarle si sono rivelati infruttuosi.

Per le specie estinte di cui non esistono cellule crioconservate, l’unica opzione è ricorrere al dna contenuto nelle ossa e nei denti, e talvolta nei tessuti congelati trovati nel permafrost. Nel 2024, per esempio, la Colossal ha affermato di aver estratto da un dente una sequenza genomica quasi completa del tilacino, un marsupiale carnivoro australiano estinto nel 1936. Non disponiamo ancora della tecnologia necessaria per convertire quella sequenza nel dna di una cellula vivente, ma in futuro forse sarà possibile.

Due miliardi di piccioni

Poiché il dna si frammenta progressivamente, più tempo è passato da quando una specie si è estinta, più frammentata sarà la sequenza genetica che potremo recuperare. Questo significa che non c’è nessuna possibilità di creare cloni esatti di animali estinti da più di un secolo. E i frammenti di dna più antichi sequenziati finora hanno solo due milioni di anni. Quindi mi dispiace, ma niente dinosauri.

Per le specie estinte da molto tempo, il dubbio non è solo se possiamo farle rivivere, ma anche se vale la pena di provarci. Dopotutto, il mondo in cui vivevano è scomparso da tempo.

Questo tipo di problemi è stato affrontato dal rapporto della Iucn del 2016, secondo cui bisognerebbe cercare di ricreare una specie estinta solo se c’è un vantaggio per la conservazione, come il ripristino di un ecosistema in cui l’animale svolgeva un ruolo chiave.

Ricostruzione di un mammut (Flying Puffin, Wikimedia commons)

A questo scopo, non importa se un animale resuscitato è una copia esatta di quello estinto, purché faccia più o meno le stesse cose. In gergo si dice “creare un surrogato di una specie estinta a beneficio della conservazione”, ed è questo che alcuni biologi intendono quando usano il termine “de-estinzione”. Ma è una cosa molto diversa dalla de-estinzione in stile Jurassic park.

In effetti, per molti scopi gli animali viventi sono più che sufficienti. “Dovremmo sempre considerare prima le specie esistenti come potenziali sostituti ecologici”, afferma Philip Seddon dell’università di Otago in Nuova Zelanda, che ha contribuito al rapporto del 2016.

I vari progetti di de-estinzione rispettano il criterio del beneficio per la conservazione? Prendiamo l’uro, il bovino selvatico estinto. Grandi erbivori come questo hanno un impatto immenso sugli ecosistemi, afferma Claus Kropp del progetto Auerrind in Germania. Le enormi quantità di escrementi che producono innescano reazioni a catena che coinvolgono molti altri animali e piante, e le profonde impronte dei loro zoccoli creano habitat per animali come le rane.

Tuttavia i bovini creati negli anni venti sono grandi meno della metà degli uri, dice Kropp. Quindi il progetto Auerrind sta cercando di ricrearli di nuovo tramite l’allevamento convenzionale, ma questa volta ha un’idea più precisa di cosa intende fare, dato che ora disponiamo di sequenze genomiche parziali di decine di antichi uri. Un progetto simile è in corso nei Paesi Bassi.

I bovini di grossa taglia esistenti non potrebbero svolgere la stessa funzione ecologica? La maggior parte delle razze moderne non è adatta a vivere all’aperto tutto l’anno, afferma Kropp, e non ha le corna rivolte in avanti che aiutavano gli uri a difendersi dai predatori.

Poi c’è il progetto della Revive & restore di creare un uccello che si comporti come il piccione migratore estinto modificando il suo parente vivente più prossimo, il piccione codafasciata. Prima di essere sterminati, gli enormi stormi di piccioni migratori appollaiati sugli alberi potevano depositare centimetri di guano sul suolo delle foreste, afferma Novak. L’ipotesi è che questo influenzasse la struttura delle foreste e aumentasse la biodiversità.

Ricostruzione di un dodo (Ruphus cucullatus) (Richard Bizley, Science photo library/Agf)

Il team stima che ci sia abbastanza foresta per sostenere due miliardi di uccelli simili ai piccioni migratori, anche se resta da vedere se la gente accoglierebbe con favore il ritorno di stormi così grandi.

Raggiungere questo obiettivo rappresenterà un’enorme sfida tecnica. Innanzitutto, modificare gli uccelli è particolarmente difficile perché nessuno ha ancora trovato un modo per localizzare il dna all’interno della cellula gigante che costituisce il tuorlo di un uovo – un problema che anche la Colossal dovrà affrontare con il suo piano, annunciato l’8 luglio, di “de-estinguere” i moa, giganteschi uccelli senza ali della Nuova Zelanda.

Poi ci sono i 25 milioni di differenze tra i genomi del piccione codafasciata e quelli del piccione migratore, sottolinea Novak, anche se lui si augura che bastino poche migliaia di modifiche per riprodurre le loro caratteristiche chiave. Il piano è di sostituire ampi segmenti del genoma del piccione codafasciata con le parti equivalenti del genoma del piccione migratore. Questi frammenti saranno scelti perché contengono varianti ritenute importanti per il comportamento dei piccioni migratori, ma la speranza è che molte altre varianti presenti in quei tratti si rivelino importanti.

“Non sappiamo bene quale sia la funzione di tutte quelle mutazioni”, spiega Novak. “Ma se apportiamo solo una dozzina di modifiche, e ognuna riguarderà centomila coppie di basi, otterremo decine di migliaia di mutazioni”.

Anche se il progetto avesse successo, a livello scientifico il risultato sarebbe una sorta di ibrido tra il piccione codafasciata (Patagioenas fasciata) e il piccione migratore (Ectopistes migratorius). Per questo Novak ha proposto il nome Patagioenas neoectopistes. La Revive & restore parla a volte di “riportare in vita il piccione migratore” per comodità, ma Novak dice chiaramente che ricrearlo non è possibile: “Non possiamo resuscitare il piccione migratore originale. È estinto”.

Missione improbabile

Il tentativo della Colossal di rendere i lupi grigi più simili agli enocioni del passato era molto meno ambizioso. Ci sono milioni di differenze tra le due specie, ma l’azienda ha apportato solo venti piccole modifiche al genoma delle cellule di lupo grigio, di cui quindici basate sul genoma dell’enocione. Le cellule sono state poi clonate, dando vita a tre lupi grigi geneticamente modificati.

Le venti modifiche mirano a rendere gli animali più grandi e muscolosi, e la loro pelliccia più lunga e bianca, un po’ come quella dei lupi raffigurati nella serie Il trono di spade, menzionata tre volte nel comunicato stampa della Colossal del 7 aprile. Solo quando i tre animali saranno completamente cresciuti sarà chiaro quanto sia riuscito il tentativo, afferma Beth Shapiro, responsabile scientifica della Colossal. “Dobbiamo aspettare che siano più grandi per fare gli esami necessari”.

Secondo l’Iucn bisognerebbe cercare di ricreare una specie solo se c’è un beneficio per la conservazione, come il ripristino di un ecosistema

Tuttavia, invece di descrivere questi animali come ibridi, la Colossal continua a sostenere che si tratta del “primo animale al mondo de-estinto con successo”.

“Con queste modifiche abbiamo riportato in vita l’enocione. Abbiamo usato il concetto di de-estinzione funzionale fin dall’inizio, ed è quello che la Colossal ha ottenuto”, ha dichiarato l’azienda.

Non solo questi lupi geneticamente modificati sono ben lontani dall’essere copie genetiche esatte degli enocioni estinti, ma non ci sono prove che possano svolgere un ruolo ecologico diverso da quello dei lupi grigi. Anche se potessero, non avrebbero nessuno spazio da colmare, dato che non resta nessuna preda più grande dei bisonti. Inoltre, la Colossal non ha intenzione di liberare gli enocioni geneticamente modificati in natura: uno dei tanti potenziali problemi è che potrebbero incrociarsi con i lupi grigi normali.

Il verdetto scientifico è chiaro. “I tre animali prodotti dalla Colossal non sono enocioni”, ha dichiarato il gruppo di esperti sui canidi dell’Iucn.

Sostituendo più porzioni del genoma del lupo grigio con quelle dell’enocione, come Novak vuole fare con i piccioni, sarebbe possibile creare “ibridi” con più dna originale rispetto ai tre lupi grigi modificati. Con un impegno sufficiente, si potrebbero perfino creare ibridi più vicini agli enocioni che ai lupi grigi. Ma dato che per la Colossal l’obiettivo di far rivivere il lupo preistorico sarebbe già stato raggiunto, sembra improbabile che riesca a farlo.

I problemi del progetto della Colossal di “de-estinguere” il mammut lanoso modificando gli elefanti sono simili a quelli dell’enocione. Anche in questo caso, il risultato sarà una sorta di ibrido tra elefanti e mammut – probabilmente più elefanti che mammut – e non è chiaro a cosa servirebbero.

I fautori del progetto sostengono che i grandi erbivori potrebbero contribuire a rallentare la perdita di permafrost in alcune zone dell’Artide. In effetti un piccolo studio ha scoperto che il permafrost rimane più freddo quando i grandi animali appiattiscono la neve, che così non fa più da coltre isolante tra il terreno e l’aria fredda sovrastante.

Ma anche i cavalli potrebbero svolgere lo stesso ruolo, afferma Richard Grenyer dell’università di Oxford. “Ci sono ottime prove scientifiche che non servono i mammut”, continua. “E il problema più grande è la scala: la superficie necessaria per fare la differenza dal punto di vista climatico supera la portata di qualsiasi altro progetto di conservazione”.

C’è anche la questione del perché un’azienda come la Colossal si stia impegnando così tanto nella de-estinzione. Come riuscirà a recuperare le ingenti somme investite? Grenyer, per esempio, dubita che possa farcela solo con la de-estinzione. Sospetta che il vero obiettivo sia sviluppare nuove tecnologie, e che il progetto sull’enocione sia solo una vetrina per le competenze dell’azienda nella modificazione genetica. “Non si tratta di de-estinzione, non riporteranno mai davvero in vita qualcosa, perché non è quello che fanno”, suggerisce Grenyer. La Colossal, ovviamente, sostiene di esserci già riuscita.

L’azienda non fa mistero del fatto che punta a trarre profitto dalle applicazioni secondarie. Afferma che le sue ricerche potrebbero portare a progressi in molti campi, dalla fecondazione in vitro allo sviluppo di farmaci, dalla medicina rigenerativa ai “miglioramenti genetici”. “Abbiamo un team di diciassette persone che sta lavorando a un utero artificiale completamente esogeno che potrebbe avere un’ampia applicazione”, afferma Shapiro.

Tutti i biologi con cui New Scientist ha parlato pensano che l’azienda sta facendo passi avanti significativi. Ma se sperate in un Jurassic park, la cosa migliore che potete fare è guardare il film. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati