“I tarantini ora sanno cosa significa piangere di gioia, finalmente!”, scrive l’associazione Genitori tarantini. Ma i sindacati non sono d’accordo: secondo loro a Taranto sta per scoppiare “una bomba sociale” con conseguenze potenzialmente disastrose per economia e occupazione.

Le due parti commentano una decisione presa l’11 settembre dalla corte d’appello di Milano che ha disposto lo spegnimento dell’ultimo altoforno della città entro il 28 ottobre, segnando la definitiva chiusura dell’intera area a caldo dell’acciaieria più grande d’Italia. Potrà proseguire le attività solo l’area a freddo.

Si tratta di un traguardo per cui l’associazione Genitori tarantini si batte da cinque anni, spinta dalle conseguenze catastrofiche che per decenni hanno avuto sulla salute di cittadini e cittadine quegli impianti inquinanti collocati nel mezzo della città.

Tonnellate di amianto

La corte d’appello ha affermato che il diritto alla salute delle persone prevale su quello all’esercizio dell’attività d’impresa. E così gli impianti rimarranno fermi finché non saranno rimosse le 2.600 tonnellate di amianto inglobate negli altiforni e l’emissione di polveri sottili non sarà riportata sotto i limiti di sicurezza. Già a luglio, quando lo spegnimento era stato disposto dal tribunale di primo grado, era stato calcolato che il numero di morti per tumore ai polmoni superava del 33 per cento la media nazionale, mentre i casi di mesotelioma, un altro tipo di tumore riconducibile all’amianto, erano addirittura il 400 per cento della media nazionale.

Insomma, potrebbe davvero calare il sipario sull’acciaieria più grande d’Italia, in funzione dal 1964, quando faceva parte della società a partecipazione pubblica Italsider. Con la privatizzazione del 1995, entrò a far parte del gruppo Riva, cambiando nome in Ilva. La famiglia Riva ne ha ampiamente beneficiato, senza mai premurarsi di investire sulla sostenibilità ambientale. E intanto l’Ilva avvelenava la città di Taranto, soprattutto il quartiere Tamburi, vicino agli impianti.

Nel 2012 i proprietari dell’acciaieria sono finiti sotto processo per disastro ambientale e altri gravi reati e l’Ilva è stata prima messa sotto sequestro e poi commissariata dallo stato. Questo passaggio avrebbe potuto essere il punto di svolta verso una produzione siderurgica in grado di conciliare la salvaguardia dei posti di lavoro con la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Nel 2018 quella che ormai tutti in Italia chiamano l’ex Ilva è stata acquisita da ArcelorMittal, senza che però ci fosse alcuna svolta. I gestori franco-indiani sono stati accusati di sfruttare l’acciaieria principalmente per fare profitti a breve termine, senza investire i miliardi necessari nel lungo periodo. Non è cambiato niente neanche tre anni dopo, quando lo stato italiano ha acquistato una quota del 38 per cento (cambiando il nome della struttura in Acciaierie d’Italia).

In seguito sono affluiti altri miliardi di soldi pubblici. Dal 2012 lo stato ha versato circa 2,5 miliardi di euro in aiuti diretti agli impianti, a cui si aggiungono altri miliardi di euro per gli interventi indiretti, come la cassa integrazione. Negli ultimi quattordici anni lo stato ha speso tra i 4,5 e i 5 miliardi per l’acciaieria tarantina.

Nel 2024 ArcelorMittal è uscita definitivamente dalla gestione e il governo guidato da Giorgia Meloni è alla disperata ricerca di un nuovo acquirente. Ha manifestato interesse il gruppo indiano Jindal, che però vorrebbe acquisire solo l’area a freddo e non gli altiforni. Questo significherebbe perdere la metà degli ottomila posti di lavoro di Taranto, con la conseguente esplosione della tanto temuta “bomba sociale”.

Solo il passaggio all’acciaio green potrebbe garantire un futuro all’ex Ilva. Ma i costi stimati si aggirano tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Vedremo se in futuro il governo riuscirà a presentare un piano con qualche speranza di riuscita. ◆sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati