Gli Stati Uniti bombardano l’Iran senza un mandato dell’Onu, in assenza di minaccia imminente e con l’obiettivo di rovesciare un regime, dopo aver mandato all’aria un negoziato in corso. La sedia dell’Europa in questa storia è vuota. Trump ha reso possibile la guerra quando nel 2018 ha fatto saltare l’accordo sul nucleare che sottometteva il programma atomico iraniano a rigidi controlli. La linea dura si è rafforzata, il regime si è isolato, la repressione si è intensificata e l’Iran si è ritrovato militarmente indebolito dopo tre round di scontri con Israele. Con questo attacco, Trump non sta risolvendo una minaccia: sta portando all’estremo quella da lui stesso creata.
La risposta di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, è pura retorica istituzionale. La stessa che usa per ogni crisi, in ogni luogo, di fronte a qualunque aggressore. Non fa nomi, non punta il dito, non fa distinzioni. Ora che le bombe cadono, la posizione europea muta di ora in ora. Alcuni paesi sapevano cosa sarebbe successo e altri l’hanno scoperto solo dopo. Questa non è politica estera: è sonnambulismo strategico. La posizione dell’Europa è dettata dagli avvenimenti ed è sempre più allineata con Washington, senza averlo deciso esplicitamente.
Dal 2022 l’Europa si basa su un principio: la sovranità è inviolabile, l’uso unilaterale della forza è inammissibile, l’ordine fondato sulle regole non è negoziabile. Ma questi princìpi o sono universali o non sono princìpi. Lindsey Graham, senatore repubblicano e alleato di Trump, ha accusato l’Europa di essere “pateticamente blanda” e di reagire solo quando la minaccia è “alla sua porta”. Ha ragione per le ragioni sbagliate, ma la diagnosi è corretta: quella che l’Europa chiama prudenza è provincialismo strategico. Ha un costo morale e, quando verrà il momento, anche di sicurezza, che non ha ancora cominciato a calcolare. ◆ gz
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati