Sia gli Stati Uniti sia il Brasile si affacciano sull’Atlantico. Un oceano su cui viaggia tanto il banzo (la malinconia tipica delle persone ridotte in schiavitù e strappate alla loro terra) quanto la creazione culturale. Le immaginarie linee che separano i due paesi nascondono potenti legami culturali e politici, malgrado la dottrina ufficiale dell’impero statunitense faccia di tutto per nasconderli.

Infatti il movimento per i diritti civili e altri movimenti di sinistra degli Stati Uniti hanno avuto la loro influenza sulla mobilitazione nera in Brasile, ma questa influenza vale anche nell’altro senso. Come testimonia per esempio l’importanza, tra i rivoluzionari del Black panther party, del Minimanual do guerrilheiro urbano di Carlos Marighella (1911-1969), celebre oppositore marxista alla dittatura.

E anche se in ambito culturale il Brasile soffre effettivamente di una forma di ingerenza degli Stati Uniti, la musica brasiliana ha alimentato il rap nordamericano: i produttori, in maggioranza neri, nei loro campionamenti hanno attinto abbondantemente alla bossa nova, alla música popular brasileira (mpb) e ad altri suoni locali.

Popolare ma controverso

È da uno di questi tanti casi d’influenza reciproca tra le comunità nere dei due paesi che in Brasile sono nati i bailes black, balli in cui si celebrava l’identità afrobrasiliana animati dalla musica soul e poi dal funk, di cui James Brown fu uno dei principali interpreti. Si può dire che James Brown non è stato solo precursore del rap, ma anche del funk brasiliano. Insieme al funk psichedelico – come quello del gruppo statunitense Parliament-Funkadelic fondato da George Clinton – e al Miami bass ha contribuito a far nascere qualcosa di radicalmente diverso, qualcosa che si può definire afro-brasiliano.

Erano gli anni ottanta, il Brasile ritrovava la democrazia, dopo il ventennio della dittatura militare (1964-1985) e l’inflazione galoppante schiacciava i dannati della terra a Rio de Janeiro come in molte altre grandi città del paese. Tuttavia questo tipo di musica non ha goduto di un consenso unanime. Gli artisti di musica popolare e gli intellettuali di ogni orientamento lo accolsero male, la stessa sorte che toccò al rap. Ma, come scriveva il filosofo Frantz Fanon nel 1961: “Ogni generazione deve, in una relativa opacità, scoprire la propria missione: compierla o tradirla”. E quella generazione ha scelto di compierla.

Da Rio a São Paulo

Il funk si diffuse prima nelle favelas di Rio, sull’asfalto dei quartieri, dando vita a balli e collettivi molto animati, liberando i corpi delle persone emarginate, conquistando le tribune sportive e le associazioni di tifosi, al punto da diventare (per la verità anche più del rap) il sound dei cariocas esclusi. Del resto, il significato della parola funk, che originariamente nell’inglese statunitense indicava un cattivo odore, dice molto sul fenomeno: peggiorativo per i bianchi statunitensi, ha assunto nella comunità nera un valore molto specifico, indicando il sudore del musicista e quindi il frutto del suo lavoro. Tra i jazzisti degli anni cinquanta e sessanta, chiedere più funk significava aspirare a un suono “più sincopato e più adatto a ballare”, come ha scritto il Guardian nel necrologio del batterista Earl Palmer (1924-2008).

Funk. Um grito de ousadia e liberdade (Wellington Almeida, Museu da Lingua Portuguesa)

“Periferia é periferia, em qualquer lugar” (la periferia è periferia, ovunque tu sia), cantavano nel 1997 i Racionais, il gruppo rap più influente del Brasile, fondato a São Paolo. Ed è esattamente quello che dice il funk, sia attraverso la sua ricezione globale in Brasile sia nelle sue declinazioni locali. Basta considerare il suono, la danza e il look del funk nelle tre grandi città di Rio de Janeiro, São Paolo e Belo Horizonte: non esiste un solo funk brasiliano, ma tanti funk diversi, e i suoi tre decenni di vita lo dimostrano.

Lo fa capire molto bene anche la curatrice Renata Prado nella mostra Funk. Um grito de ousadia e liberdade (Funk. Un grido di coraggio e libertà), che si può visitare al Museo della lingua portoghese di Saõ Paolo fino al 30 agosto 2026.

Insieme a una squadra di grandi artisti, Prado è riuscita a dare a questa mostra, inizialmente creata a Rio, un volto più paulista, perché anche la città ha la sua versione locale del funk brasiliano. L’allestimento ricostruisce questa storia d’influenze e confluenze: attraversa l’intero funk paulista, con le sue origini a Rio e i riferimenti alla musica nera statunitense, ma soprattutto con tutti i brasiliani, artefici di questo movimento nazionale nero.

Festa e resistenza

La libertà dei corpi femminili che danzano, la spontaneità dei balli, in strada e nei locali, la ricchezza delle fotografie, le opere create per la mostra e quelle che raccontano il funk, il ricordo dei “Mortos em abril” (i quattro mc originari della regione di São Paolo, tutti e quattro uccisi nel mese di aprile, tra il 2010 e il 2012, probabilmente colpiti da squadroni della morte) e quello dei nove giovani morti della favela di Paraísópolis, a sud della capitale paulista, nel 2019, dopo un violento intervento della polizia durante un baile, tutto s’intreccia per ricordare che il funk è festa, è divertimento, ma può essere anche resistenza politica.

Chi non era mai andato oltre le parole, i balli e i look, capirà quindi più chiaramente questa natura profonda.

La capirà attraverso le associazioni che difendono la memoria di questi giovani assassinati, e anche grazie alle parole della curatrice Prado, i testi della mostra, e la sezione dedicata alle opere politiche (prevalentemente di autori brasiliani) che hanno influenzato il funk nel paese sudamericano.

Questo “grido di coraggio e libertà” è un’occasione da cogliere al volo per tutti coloro che non conoscono ancora questo genere musicale, ma anche per tutti coloro che già se ne interessano.

Sarà l’occasione per approfondire il dibattito su una delle produzioni artistiche più popolari degli ultimi decenni, e scoprire quattrocento opere diverse. Per capire il funk così com’è: un movimento culturale e una risposta a quel Brasile che si rifiuta di riconoscere e accettare la propria maggioranza. ◆ adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati