A quanto pare gli Stati Uniti sono minacciati e assediati da partner commerciali che mettono in pericolo la capacità dell’industria siderurgica americana di rispondere a un potenziale sforzo bellico. L’argomento usato dal presidente statunitense Donald Trump per giustificare l’introduzione di dazi doganali del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento su quelle di alluminio, approvata per decreto l’8 marzo, lascia senza parole. Facendo riferimento a una legge che risale alla guerra fredda e che lo autorizza ad adottare misure protezionistiche in nome della “sicurezza nazionale”, il presidente rischia seriamente di entrare in rotta di collisione con gli alleati e di indebolire l’economia del suo paese.
Da candidato alla presidenza, a giugno del 2015, Trump aveva fatto del protezionismo commerciale il pilastro della sua campagna elettorale. Da presidente rimane convinto che gli Stati Uniti siano la principale vittima di una globalizzazione che ha portato benefici solo agli altri paesi, distruggendo i posti di lavoro e facendo chiudere le fabbriche americane. Appena entrato in carica Trump ha deciso di uscire dal Partenariato transpacifico (Tpp) – il trattato commerciale tra dodici paesi del Pacifico voluto da Barack Obama – e ha avviato le trattative per rinegoziare l’Accordo di libero scambio con Canada e Messico (Nafta), entrato in vigore negli anni novanta. E oggi la sua crociata contro il libero scambio è arrivata a una nuova tappa, con la minaccia di scatenare una guerra commerciale che potrebbe compromettere la crescita dell’economia mondiale.
Non è un rischio da prendere alla leggera, anche se l’amministrazione Trump non ha ancora chiarito del tutto come saranno applicati i dazi, e le opinioni del presidente in materia sembrano estremamente volubili. All’inizio i consiglieri economici di Trump avevano assicurato che i dazi avrebbero colpito tutti i paesi, ma in un secondo momento la Casa Bianca ha deciso di lasciare fuori dal decreto il Canada e il Messico. Questo a condizione che i due paesi, grandi esportatori di acciaio negli Stati Uniti, accettino di rivedere il Nafta per renderlo più “equo”. Il ricatto ha avuto come unico effetto quello di far ulteriormente impantanare la trattativa in corso.
Il paradosso delle misure proposte da Washington è che avranno effetti molto limitati sulla Cina, il paese che più di tutti ha contribuito a creare uno squilibrio nel mercato mondiale dell’acciaio e dell’alluminio. Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti hanno un ruolo marginale, ma con la sua sovrapproduzione Pechino trascina i prezzi verso il basso.
Washington avrebbe dovuto elaborare una risposta comune con i suoi alleati, a partire dal Canada, dall’Unione europea e dalla Corea del Sud. Al contrario, i dazi annunciati colpiscono soprattutto i partner storici, che non avranno altra scelta che rispondere al fuoco. Gli europei stanno già valutando ritorsioni commerciali contro i jeans Levi’s, le moto Harley Davidson o il bourbon. “Anche noi possiamo essere stupidi”, ha dichiarato il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.
In tutto questo è difficile che i dazi sull’acciaio e sull’alluminio bastino a proteggere i posti di lavoro negli Stati Uniti. I due settori danno lavoro ad appena 140mila persone, mentre gli statunitensi che lavorano nei settori dell’aviazione, dell’edilizia e delle automobili (in cui acciaio e alluminio si usano molto) sono 6,5 milioni. I dazi faranno salire i costi di queste industrie, rendendole meno competitive e quindi obbligandole a tagliare il personale.
Il 2 marzo Trump ha dichiarato che “le guerre commerciali sono un bene e sono facili da vincere”. Al contrario, la storia ci insegna che il protezionismo, quando applicato in modo cieco e sistematico, produce solo sconfitti. ◆ as4.0
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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati





