“La crescita demografica dei musulmani rohingya è dieci volte superiore a quella dei rakhine buddisti”. Parola di Win Myaing, portavoce del Rakhine, lo stato della Birmania occidentale da cui negli ultimi tre mesi sono scappati più di 600mila rohingya. La dichiarazione risale al 2013, quando lo stato approvò una legge che imponeva alle coppie musulmane di avere al massimo due figli. Il mese scorso un funzionario di un villaggio “senza musulmani” vicino a Rangoon ha dichiarato: “I rohingya non sono benvenuti qui perché sono violenti e si moltiplicano come pazzi, con tante mogli e tanti figli”. Il ministro dell’immigrazione birmano ripete: “Non sarà la terra a ingoiare un popolo fino a farlo estinguere, sarà un altro popolo a farlo”.

Il mito di una popolazione rohingya in piena esplosione, alimentato dai social network, è stato trasformato in un’arma per giustificare la pulizia etnica in corso in Birmania. Ossessiona tutti, dai militari ai nazionalisti buddisti, fino ai cittadini comuni. Sui mezzi d’informazione è facile imbattersi in quest’affermazione. Anche se a diffonderla sono monaci estremisti, ho cominciato a chiedermi se per caso non fosse vero. Be’, non lo è.

Una donna rohingya in un campo profughi in Bangladesh, 2 dicembre 2017 (Ed Jones, Afp/Getty Images)

In realtà, secondo uno studio pubblicato nel 2013, dopo gli anni cinquanta c’è stata un’emigrazione dei rohingya dalla Birmania, molto prima dell’esodo senza precedenti a cui si è assistito recentemente. Stando ai censimenti ufficiali, inoltre, la popolazione musulmana della Birmania è stabile intorno al 4 per cento.

L’idea che i musulmani abbiano “troppi figli” ha molto potere ovunque ci sia un numero consistente d’immigrati musulmani o una minoranza musulmana di un certo rilievo, dall’India all’Europa occidentale.

I nazionalisti indù spesso alimentano i timori sulla crescita della popolazione musulmana. La proporzione di musulmani in India è cresciuta dello 0,8 per cento tra il 2001 e il 2011, arrivando al 14,2 per cento. “Se la situazione rimarrà stabile, entro il 2025 la loro presenza nel paese diventerebbe irrilevante”, ha dichiarato nel 2016 il leader di un’importante organizzazione nazionalista indù. In India, però, il divario nei tassi di fecondità tra musulmani e indù si sta rapidamente assottigliando, e oggi le maggiori disparità si registrano tra uno stato e l’altro, non tra una comunità religiosa e l’altra: le donne indù nel poverissimo stato del Bihar hanno in media due figli in più rispetto alle donne musulmane nel più sviluppato Andhra Pradesh.

Percezione sbagliata

Preoccupazioni simili risuonano in paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Paesi Bassi. Anche se in questi paesi i musulmani sono meno del 10 per cento della popolazione totale, la percezione di una sovrappopolazione è stata centrale per costruire argomenti contro gli immigrati. Il 7,5 per cento circa dei francesi è musulmano, eppure in media i francesi sono convinti che nel paese sia musulmana una persona su tre. Anche se le donne musulmane in Europa occidentale di solito sono quelle che hanno più figli, le ricerche dimostrano che i tassi di fecondità nel giro di poco tempo si allineeranno (in questo contesto, però, il tasso di fecondità non è l’unico dato influente: l’ondata di immigrati musulmani degli ultimi anni ha rafforzato in alcuni europei i timori legati all’aumento della popolazione musulmana).

Come mai il mito della sovrappopolazione persiste in tutto il mondo, anche se generalmente è facile dimostrarne la falsità (come in Birmania) o la distanza dalle dimensioni epidemiche suggerite da chi lo alimenta (come in Europa e in India)? È vero che la popolazione musulmana globale sta crescendo in fretta. Tuttavia non sta crescendo alla stessa velocità in tutte le aree del pianeta. E il luogo comune sembra più forte non dove i musulmani stanno crescendo più rapidamente, come nell’Africa subsahariana, ma nei paesi dove sono una minoranza culturalmente distinta.

Da sapere
La verità nei numeri

◆ Nel luglio del 2016 il governo birmano ha pubblicato i risultati del censimento legati alla religione, tenuti nascosti per due anni “per non turbare la stabilità”. Secondo il Myanmar Times i dati sono stati accolti con “sollievo, scetticismo e confusione” dall’opinione pubblica. I numeri hanno smentito la propaganda nazionalista secondo cui la maggioranza buddista del paese era minacciata da un afflusso incontrollato di musulmani. Dal 1973 al 2014, infatti, la popolazione musulmana in Birmania è cresciuta di poco, passando dal 3,9 al 4,3 per cento. “Il governo non ha fatto nulla per contrastare la falsa credenza alimentata dai nazionalisti a danno dei rohingya. Se avesse pubblicato i dati subito avrebbe contribuito a calmare le acque”, ha scritto il quotidiano.


Non c’è niente di connaturato all’islam che lo possa collegare a una maggiore fertilità. In realtà non è una religione che incoraggia particolarmente l’incremento della natalità. Otto delle nove scuole classiche di diritto islamico consentono la contraccezione. Molti stati musulmani, compreso il Pakistan, hanno promosso la pianificazione familiare. Secondo un rapporto del 2011 realizzato dal Pew center, la crescita della popolazione musulmana nel mondo è dovuta sia a un “boom di giovani musulmani” culminato nel 2000, sia a un tasso di fecondità complessivamente più alto delle donne musulmane.

Su quest’ultimo punto, una considerazione importante del rapporto del Pew, ribadita quest’anno, riguarda il fatto che il tasso di fecondità non ha a che fare tanto con la religione quanto con le condizioni economiche, i servizi sociali, il maggior potere delle donne e i conflitti. Il tasso di fecondità in tutti i 49 paesi a maggioranza musulmana è sceso da una media di 4,3 figli per ogni donna nel periodo 1990-1995 a circa 2,9 figli per donna nel 2010-2015. Un tasso di fecondità più alto rispetto alla media globale del 2015, ma comunque in calo in modo molto rapido, tenuto conto del fatto che in alcuni paesi europei c’è voluto un secolo per passare da sei a tre figli per donna.

Se esaminata più da vicino, l’idea della sovrappopolazione musulmana va in frantumi in molti modi. Il calo di fecondità più rapido della storia moderna si è verificato nella teocrazia islamica dell’Iran. Nel 1950 le donne iraniane avevano in media circa sette figli ciascuna; oggi ne hanno circa 1,68, meno delle statunitensi. Cos’è cambiato? Nel 1989 i leader del paese capirono che l’alto tasso di fecondità avrebbe danneggiato la giovane repubblica. La guida suprema rispose emanando delle fatwa a favore del controllo delle nascite e della contraccezione, e il ministero della salute moltiplicò i servizi per la pianificazione familiare e i centri sanitari nelle zone rurali. I contraccettivi furono distribuiti in tutto il paese. L’istruzione delle bambine diventò una priorità per il governo, che cercava di ricostruire la società civile dopo la guerra con l’Iraq, finita nel 1988. Le bambine cominciarono così a frequentare di più la scuola (subendo rigide discriminazioni di genere).

Ovunque c’è una relazione inversa tra il livello di scolarizzazione e il tasso di fecondità. In Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana del mondo, tra gli anni sessanta e gli anni novanta il tasso di fecondità è sceso da circa 5,6 a 2,3 bambini per donna, dopo che la dittatura di Suharto aveva istituito un programma di pianificazione familiare centralizzato e aveva migliorato l’istruzione delle bambine. Questi servizi governativi furono decentralizzati nel 1998, con l’arrivo della democrazia nell’arcipelago e, com’era prevedibile, da allora il tasso di fecondità ha ricominciato a crescere. Oggi le provincie orientali dell’Indonesia, a maggioranza cristiana ma meno sviluppate, hanno tassi di natalità più alti rispetto alle provincie occidentali, più sviluppate e a maggioranza musulmana, a testimonianza della relazione tra lo sviluppo economico e la fecondità.

Tuttavia è improbabile che questi o altri dati sulle tendenze demografiche dei musulmani possano modificare le false credenze. Come scrivono Nicholas Eberstadt e Apoorva Shah, ricercatori dell’American enterprise institute: “Resta un’opinione ampiamente condivisa, perfino all’interno dei circoli intellettuali, accademici e politici in occidente e non solo, il fatto che le società ‘musulmane’ siano particolarmente refrattarie a intraprendere il percorso di cambiamenti demografici e familiari che ha modificato i profili della popolazione in Europa, in Nordamerica e in altre aree ‘più sviluppate’”.

In paesi come la Birmania, dove il luogo comune sulla sovrappopolazione musulmana è ormai profondamente radicato, i dati di fatto possono avere un’influenza ancora minore. “La prolungata esposizione è un fattore importante nel determinare la ‘persistenza’ della disinformazione”, affermò Sander van der Linden, uno psicologo sociale dell’università di Cambridge. Van der Linden pone l’attenzione sull’effetto della mera esposizione, cioè la tendenza a sviluppare una preferenza per alcune cose solo perché ci sono familiari, e sull’effetto della verità illusoria, la tendenza a credere a un’informazione dopo un’esposizione ripetuta. “Entrambi gli effetti indicano che più una falsità viene ripetuta, più è probabile che la gente ci creda”, dice, aggiungendo che i leader politici hanno intuito da tempo questo concetto. “Consideriamo la legge della propaganda sulla ‘grande bugia’: ‘Se dite una bugia abbastanza grande e continuate a ripeterla, la gente finirà per crederci’. Nei dibattiti in corso abbiamo visto volare molte ‘grandi bugie’, e alcune persone continuano a crederci”. Dopo aver letto qualche centinaio di storie sulla crisi dei rohingya, stavo per essere una di loro.

Per di più in Birmania, dove solo da una decina d’anni si può accedere liberamente a internet, le notizie non vengono necessariamente valutate criticamente. Come ha affermato un osservatore, per i birmani “internet è Facebook, e Facebook è internet”: perciò c’è un’altissima possibilità di essere esposti di continuo a false notizie incendiarie sui rohingya.

Triste ironia

Le conseguenze del mito della sovrappopolazione musulmana sono agghiaccianti. Sono anche tristemente ironiche, perché il mito si è probabilmente ritorto contro chi ha contribuito a propagarlo. Tenuto conto delle basi socioeconomiche della fecondità, la persecuzione mirata contro i rohingya in Birmania potrebbe aver reso gli alti tassi di natalità tra la minoranza una profezia che si autoavvera. In un paese in via di sviluppo pochi fattori possono contribuire a far diminuire il tasso di fecondità: una maggiore istruzione per le bambine, la sicurezza che i neonati possano sopravvivere (grazie all’assistenza sanitaria e all’assenza di conflitti), l’accesso alla contraccezione e le opportunità di lavoro per le donne. Negando alle donne rohingya tutto questo, l’esercito birmano potrebbe creare proprio il risultato che i suoi sostenitori temevano. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati