La Guyana spende così tanti soldi e in tempi così rapidi per diversificare la sua economia che, stando alle parole del presidente Irfaan Ali, diventerà una “Norvegia sotto steroidi”. Il paese sudamericano, dove nel 2015 la Exxon Mobil ha scoperto ricchi giacimenti di petrolio, negli ultimi cinque anni ha quadruplicato il bilancio nazionale per finanziare strade, ponti, scuole e centrali elettriche, ma ha anche distribuito soldi ai cittadini. Queste spese sono parte di un piano ambizioso e potenzialmente rischioso per usare le entrate degli impianti offshore gestiti dalla Exxon e ridurre la dipendenza dal greggio.
“Per 25 anni la Norvegia ha usato le sue risorse costruendo infrastrutture e investendo nelle persone e nelle tecnologie necessarie ad arrivare al punto in cui è ora”, ha dichiarato Ali. “Se considerate dove ci troviamo noi ora e il tipo di investimenti che abbiamo fatto nell’istruzione e nella tecnologia, secondo me è come se fossimo la Norvegia sotto steroidi”.
In passato la Guyana, che ha meno di un milione di abitanti, era uno dei paesi più poveri del continente americano, ma da quando la Exxon ha cominciato a estrarre greggio, il pil è quintuplicato. Oggi è il principale produttore di petrolio pro capite del mondo. Il rischio a questo punto è la cosiddetta maledizione delle risorse: altri stati petroliferi, come il Venezuela, la Nigeria e l’Angola, hanno dimostrato che un improvviso aumento di ricchezze provenienti dalle materie prime può stimolare l’inflazione e la corruzione, togliendo spazio ad altri settori.
Ali, che nel 2025 ha ottenuto un secondo mandato di cinque anni, vuole evitarlo grazie a un piano di spesa in più direzioni. Punta sull’agricoltura e sull’industria mineraria, settori in cui la Guyana potrebbe crescere e produrre beni ad alto valore aggiunto, come gli alimenti confezionati o l’alluminio, invece delle materie prime vendute in passato. Il presidente vuole inoltre portare il gas naturale dagli impianti petroliferi della Exxon alla terraferma per alimentare centrali elettriche e fabbriche, trasformando la Guyana in uno snodo regionale per i data center e il turismo sostenibile.
I cambiamenti nella capitale Georgetown sono evidenti. Di recente è stato inaugurato un imponente ponte di 2,7 chilometri sul fiume Demerara per collegare la parte orientale del paese a quella occidentale. In città svettano le gru dei cantieri di nuovi alberghi e centri commerciali. Le piantagioni di palme sono state sostituite da depositi di macchinari pesanti per i giacimenti petroliferi, illuminati da scintillanti luci bianche. Immigrati venezuelani e cubani arrivano in massa per lavorare nel settore edilizio.
Il fondo sovrano
Tutto questo ha un prezzo. Nel 2025 la Guyana ha prelevato quasi tutti i soldi messi nel suo fondo sovrano, mentre il debito è in aumento. Il 31 dicembre 2025 nel fondo rimanevano 3,4 miliardi di dollari, la metà di quello che la Exxon e i suoi soci hanno pagato dal 2019. Nel 2026 il governo prevede di spendere circa 7,5 miliardi di dollari, una cifra record.
La verità è che per la Guyana la strada da fare è ancora lunga: il salario minimo nel settore pubblico è ancora di 478 dollari al mese, nonostante un aumento del 37 per cento dal 2021; i prezzi dei generi alimentari e delle case sono aumentati in modo vertiginoso; il costo dell’elettricità è tra i più alti del Sudamerica e i blackout sono ancora frequenti; la produzione di petrolio rappresenta al momento il 75 per cento dell’economia.
Ali vuole incentivare il turismo sostenibile in un paese con milioni di ettari di foresta pluviale, corsi d’acqua e natura incontaminata. Per questo serviranno aeroporti, strade e altre infrastrutture. La spesa del governo si concentrerà su strade, alloggi, sanità e istruzione, ma finora i risultati sono stati deludenti: una centrale elettrica vicino a Georgetown è in ritardo di due anni sulla tabella di marcia e i costi sono arrivati a due miliardi di dollari.
Ali è comunque ottimista: “Dirò con molta umiltà che la Guyana ha dimostrato al mondo di poter creare un modello di uso delle entrate petrolifere per la crescita e lo sviluppo del capitale umano”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati