A metà aprile, in piena pandemia, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che il suo paese avrebbe smesso di finanziare l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a cui aveva garantito fino a quel momento più di quattrocento milioni di dollari all’anno. Una settimana dopo il presidente cinese Xi Jinping ha promesso di versare trenta milioni in più rispetto al solito. La cifra è chiaramente insufficiente a colmare il divario tra i contributi delle due superpotenze, per non parlare dei 60 milioni ancora dovuti dalla Cina all’Oms (che prevede di incassarli entro la fine dell’anno). Eppure la vicenda segna un successo della “diplomazia degli assegni” messa in piedi da Pechino. Evidentemente le cifre contano meno del messaggio, che è: “Non potete fidarvi degli Stati Uniti, ma potete fidarvi di noi”.

Fino a quando Trump ha ordinato di chiudere i rubinetti, gli Stati Uniti erano il primo finanziatore dell’Oms, con un contributo economico dieci volte superiore a quello della Cina. Già prima che Trump accusasse l’Oms di essere “sinocentrica”, le autorità statunitensi temevano che Pechino stesse incrementando la sua influenza globale pur spendendo molto meno di Washington. “I cinesi cercano di sborsare il meno possibile”, conferma Kenneth Bernard, in passato consulente politico del direttore generale dell’Oms e assistente speciale per la biosicurezza del presidente George W. Bush. “Versano lo stretto necessario per guadagnare influenza”.

Il minimo indispensabile

L’Oms non è l’unico esempio di questa tendenza. Nel 2019 gli Stati Uniti hanno contribuito con più di 670 milioni di dollari al budget operativo delle Nazioni Unite, mentre la Cina non è andata oltre i 370 milioni. Eppure oggi quattro delle quindici agenzie speciali dell’Onu sono guidate da funzionari cinesi. “Nessun altro paese controlla più di un’agenzia”, sottolinea Melanie Hart, direttrice del dipartimento di studi politici sulla Cina del Center for american progress. “Contribuire è un conto, cercare d’influenzare pesantemente l’attività di un’agenzia, come fanno i cinesi, è un altro”.

Pechino mostra i muscoli in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti manifesta disinteresse (spesso disprezzo) verso le organizzazioni internazionali, cancellando o sospendendo i contributi per alcune e criticando l’operato di altre.

Probabilmente la prima potenza mondiale può permettersi un atteggiamento simile. Del resto gli Stati Uniti hanno ignorato per decenni le organizzazioni internazionali, come dimostrano i bombardamenti nella guerra del Kosovo negli anni novanta e in Iraq negli anni duemila. Per la Cina, invece, queste organizzazioni non sono ostacoli, ma strumenti per aumentare il suo peso. All’inizio dell’anno l’amministrazione Trump ha indicato un inviato speciale per opporsi “all’influenza malefica” della Cina e di altri paesi sulle Nazioni Unite, e ha finalmente nominato il suo rappresentante nel consiglio direttivo dell’Oms, incarico rimasto vacante per anni. Ma è evidente che Washington ha ormai quasi del tutto abbandonato il campo.

L’esempio più lampante del modo in cui la Cina usa la sua influenza riguarda Taiwan, l’isola rivendicata da Pechino

Oltre a promettere un nuovo contributo per l’Oms, tanto sbandierato quanto esiguo, a fine aprile Pechino ha deciso di inviare un suo rappresentante a una conferenza sui vaccini contro il covid-19 organizzata dall’Unione europea. Gli Stati Uniti, invece, hanno declinato l’invito. Durante una telefonata con i giornalisti, un importante funzionario statunitense ha ripetutamente evitato di precisare il motivo di quell’assenza, ribadendo che “la cooperazione con i nostri partner europei continua a essere estremamente solida”.

La stessa situazione si ripresenta in altri settori. Ogni anno gli Stati Uniti versano miliardi in aiuti all’estero, nei contesti più disparati, dalla sanità, all’addestramento militare, dai servizi igienici ai diritti delle donne. Tuttavia molti paesi che ormai considerano scontata l’assistenza degli Stati Uniti vedono la Cina come un promettente nuovo arrivato.

Negli ultimi quindici anni Pechino ha finanziato grandi progetti come aeroporti e dighe, investimenti strategici e appariscenti che testimoniano l’ambizione e la forza della Cina. Tra l’altro questi contributi non sono accompagnati da un impegno per la trasparenza e il rispetto dei diritti umani paragonabile a quello degli Stati Uniti, e questo li rende più appetibili per i governi autoritari. In sostanza la Cina, pur spendendo meno, pubblicizza meglio le sue spese.

I leader cinesi, inoltre, presentano il loro governo come la voce dei paesi in via di sviluppo nella lotta contro le potenze occidentali dominanti. David Hohman, ex vicedirettore dell’Ufficio per gli affari globali del dipartimento della salute statunitense, sottolinea che “la Cina ha avuto un ruolo cruciale” nel tentativo di spostare l’attenzione dell’Oms sui problemi dei paesi in via di sviluppo. “Fortunatamente l’Oms non stabilisce il proprio programma con una votazione. Se così fosse la Cina avrebbe i voti che le servono. È un grande vantaggio”.

Attraverso la sua presenza nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Pechino ostacola da decenni le ambizioni degli altri paesi membri, ma solo di recente ha cominciato a sfoggiare la propria forza. Negli ultimi quindici anni la Cina ha messo il veto su undici risoluzioni del Consiglio, mentre nei quindici anni precedenti lo aveva fatto in appena due occasioni (il primato spetta ancora agli Stati Uniti, che hanno bloccato 18 risoluzioni negli ultimi trent’anni).

Oms
Un’indagine indipendente

All’assemblea annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si è tenuta online il 18 e 19 maggio, i 194 paesi membri hanno votato all’unanimità una risoluzione che dà il via libera a un’indagine indipendente sulla risposta globale alla pandemia. La risoluzione, presentata dall’Unione europea per conto di più di 120 paesi, consente inoltre di chiarire il ruolo della stessa Oms, apertamente criticata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. In una lettera al segretario generale dell’organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus, pubblicata su Twitter il 19 maggio, Trump ha elencato una serie di errori che dimostrerebbero le responsabilità dell’Oms, giudicata “un burattino nelle mani della Cina”. Trump ha minacciato di cancellare definitivamente il contributo statunitense, per ora solo sospeso, e di ritirare il suo paese dall’organizzazione se entro trenta giorni non ci saranno “miglioramenti sostanziali”. La lettera, però, contiene varie inesattezze poi rettificate dai soggetti chiamati in causa e fa riferimento a rapporti mai pubblicati. La rivista Lancet, per esempio, ha dovuto smentire pubblicamente di aver scritto un rapporto nel dicembre 2019 sull’epidemia scoppiata a Wuhan, citato da Trump nel primo punto della sua lettera. Il presidente cinese Xi Jinping il giorno prima aveva sostenuto l’idea di una “revisione approfondita della risposta globale al covid-19, una volta che la pandemia sarà sotto controllo”. Ma, scrive SupChina Access, è escluso che Pechino permetterà a degli investigatori stranieri di lavorare in modo davvero indipendente nel paese. Anche quest’anno l’assemblea si è svolta senza la presenza di Taiwan, che fino al 2016 poteva partecipare almeno come osservatore e contribuire quindi alla condivisione di dati e protocolli. Da quando nel 2016 è stata eletta presidente Tsai Ing-wen, favorevole all’indipendenza de facto di Taiwan dalla Cina, l’Oms la esclude su richiesta di Pechino.


Margine di manovra

Nel frattempo Pechino sta cercando di riscrivere le regole del sistema liberale che gli Stati Uniti si vantavano di aver costruito. In una testimonianza scritta presentata alla Commissione sulla sicurezza e i rapporti economici tra Cina e Stati Uniti, Melanie Hart ricorda che la Cina ha fatto approvare due risoluzioni al Consiglio per i diritti umani dell’Onu: nella prima Pechino “proponeva di valutare il rispetto dei diritti umani anche tenendo presenti le necessità delle economie in via di sviluppo”, mentre nella seconda chiedeva di considerare il contesto culturale nella valutazione degli standard per i diritti umani. Hart mi confessa che in questo momento “gli Stati Uniti non si preoccupano minimamente del Consiglio per i diritti umani, al contrario della Cina” (Washington si è ritirata dall’organizzazione nel 2018, quando Nikki Haley, all’epoca ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite, ha accusato il Consiglio di essere prevenuto nei confronti di Israele). Secondo Hart il peggioramento degli standard internazionali “crea un margine di manovra” per i governi autoritari di tutto il mondo.

“Lasciare che i dittatori gestiscano le agenzie dell’Onu è una pessima idea”, conferma Bernard. “Il problema non è legato solo al ruolo della Cina, ma in generale al rischio che alcune categorie possano essere gravemente danneggiate da questa situazione. Attualmente il governo di Pechino tiene un milione di musulmani uiguri rinchiusi in quelli che chiama “campi di rieducazione”, in condizioni definite proibitive dagli attivisti per i diritti umani e da altri paesi.

“Se un qualsiasi altro governo detenesse un milione di musulmani arbitrariamente penso che ci sarebbe un dibattito molto acceso, non solo sulla necessità di fare chiarezza ma anche sulle responsabilità”, spiega Sophie Richardson, referente per la Cina di Human rights watch (Hrw). Le Nazioni Unite, invece, non hanno nemmeno avviato un’indagine. Secondo un rapporto dell’organizzazione, nell’aprile del 2017 un agente di sicurezza avrebbe scortato un attivista uiguro fuori dalla sede dell’Onu, a New York, dove stava partecipando a una conferenza. Nella sua testimonianza alla Commissione, Hart ha sottolineato che in seguito un diplomatico cinese aveva rivendicato sulle testate nazionali il merito dell’espulsione dell’attivista.

Da sapere
Chi contribuisce di più
Contributi all’Oms nel 2020, milioni di dollari (Fonte: Oms)

Un altro caso riportato da Human rights watch riguarda l’arresto da parte delle autorità cinesi di un’attivista che aveva cercato di raggiungere Ginevra per partecipare a una sessione del Consiglio per i diritti umani. Dopo sei mesi di detenzione l’attivista, Cao Shunli, è morta e i diplomatici cinesi a Ginevra hanno bloccato la proposta di un momento di raccoglimento per ricordarla. “Il programma di Pechino sui diritti umani non riguarda affatto i diritti umani, ma la politica cinese”, afferma Bernard.

**Un passo indietro **

Lo stesso vale per tutti gli altri provvedimenti adottati da Pechino per incrementare il suo peso ai quattro angoli del pianeta. La Cina ha fatto in modo di piazzare i suoi rappresentanti alla guida dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao) e dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), e non necessariamente perché il Partito comunista s’interessa dei problemi di cui si occupano le due agenzie. Pechino pensa soprattutto a conquistare un’influenza politica ed economica. Un caso eclatante è quello del Camerun: il governo camerunese aveva proposto un candidato per la presidenza della Fao, ma ha fatto marcia indietro non appena la Cina ha cancellato una parte del debito del paese. Inoltre Pechino avrebbe minacciato di bloccare importanti esportazioni verso altri paesi se i relativi governi si fossero rifiutati di sostenere il suo candidato, che alla fine ha prevalso.

L’esempio più lampante del modo in cui la Cina usa la sua influenza riguarda Taiwan, isola governata democraticamente ma rivendicata dal Partito comunista cinese. Hart sottolinea che dopo l’elezione nel 2016 della presidente Tsai Ing-wen, sostenitrice dello status quo e quindi dell’indipendenza de facto di Taiwan da Pechino, l’Oms ha smesso di invitare i rappresentanti di Taipei all’assemblea annuale. Nel 2015, quando l’isola era ancora governata da un presidente filocinese, Taiwan aveva invece partecipato ai vertici come osservatore. “Nel momento in cui i taiwanesi hanno eletto la candidata sgradita a Pechino si è scatenato il finimondo”, spiega Hart. “Nessuno riuscirà a convincermi che l’Oms abbia deciso indipendentemente di non invitare più Taiwan a causa del cambio di presidenza”. Più recentemente un alto funzionario dell’Oms ha evitato di rispondere alle domande sul successo di Taiwan nella gestione della pandemia, dichiarando invece che “in diverse aree della Cina il governo di Pechino ha fatto un ottimo lavoro”.

Eppure questo genere di manovre ha i suoi limiti. Uno studio condotto dal Pew research center a dicembre, prima che la crisi sanitaria bloccasse il mondo, ha raccolto opinioni negative sulla Cina in gran parte degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale e dell’Asia. Pechino può contare su un forte potere economico e lo usa al meglio, ma questo non le ha consentito di influenzare come avrebbe voluto gli altri grandi centri economici del pianeta.

La propaganda non basta

Secondo il Pew in questo momento l’opinione che gli statunitensi hanno della Cina è ai minimi storici. Anche se non ci sono dati sugli effetti della pandemia sull’opinione pubblica, i leader cinesi sono evidentemente preoccupati. Pechino ha spinto a pieno regime la macchina della propaganda, criticando la gestione statunitense dell’emergenza e sventolando promesse di aiuti per assicurarsi il favore dei paesi più colpiti dal virus. L’agenzia Reuters ha rivelato l’esistenza di un documento interno al partito che mette in guardia Pechino da una possibile reazione negativa globale nei suoi confronti, simile a quella seguita al massacro di piazza Tiananmen.

Oggi la Cina è molto più ricca e militarmente potente di quanto non fosse nel 1989, ma in un mondo travolto dalla pandemia e con gli Stati Uniti che incolpano constantemente Pechino per la crisi, la Cina potrebbe scoprire che il denaro non risolve tutti i problemi. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati