Gli elaborati dessert dipinti dell’artista britannica Florence Houston appaiono così immacolati e perfetti che è difficile immaginare di mangiarli. Il soggetto di Wackelberry, per esempio, è un budino di gelatina su un piatto giallo con bordi in oro, troppo scultoreo per immaginare di tagliarlo con un cucchiaio da dolci. In Neon whip, una crema dalla tonalità pistacchio in una coppa di vetro appare torreggiante e immacolata. Sospesa nel tempo, non mostra alcun segno di scioglimento imminente.
Nel mondo dell’arte i dessert non sono un soggetto nuovo, ma di recente sembrano aver guadagnato un posto speciale. Houston non è l’unica a subirne il fascino. C’è anche Yvette Mayorga, con la sua pittura acrilica (spesso di colore rosa-Barbie) spremuta da tasche da pasticcere per creare dipinti che sembrano coperti di glassa. Di recente l’artista canadese Laura Rokas ha dedicato la sua mostra alla galleria Rebecca Camacho Presents di San Francisco a pietanze da buffet ispirate alle ricette di Betty Crocker e della Weight Watchers, compresi alcuni dessert di gelatina sbiaditi come una vecchia fotografia rimasta per troppo tempo sul davanzale della finestra. E tra le opere di Will Cotton esposte in primavera alla galleria Templon figuravano dipinti di sirene e cowboy a spasso tra nubi di zucchero filato e foreste di lecca-lecca. Un soggetto porta una meringa sulla testa.
Dopamina e consumismo
Nella nostra epoca dipendente dalla dopamina queste delizie lucentemente artificiali, lussuriose e spolverate di zucchero sembrano offrire un rifugio momentaneo in un piacere sensoriale. Ma dietro questo dolce sollievo si nasconde una critica al capitalismo estremo e a questi tempi di recessione. In un’epoca caratterizzata dal sovraccarico sensoriale siamo costretti a chiederci se siamo forse drogati di immagini seduttive.
Mentre l’appetito per la pittura figurativa è in caduta libera, tornano alla ribalta forme diverse di natura morta. Queste tendenze seguono una varietà di stili, ma resta il fatto che lo scorso autunno era difficile entrare in una fiera d’arte o in una galleria senza imbattersi in uno splendente bouquet di fiori in olio o acrilico, o in qualche variazione di motivi floreali. Queste reinterpretazioni delle tradizionali vanitas – basta pensare alle tavole di Hilary Pecis o alle nature morte meticolosamente inscenate di Awol Erizku – simboleggiano l’inevitabilità del passare del tempo.
Nelle vanitas dei secoli scorsi il cibo rappresentava la caducità dell’esistenza. Un calice di vino, fette di carne sui vassoi, un frutto non sbucciato e i dolci infornati offrivano una metafora della brevità della vita. Oggi l’attenzione degli artisti contemporanei pare concentrarsi sui piatti più pittoreschi e vulnerabili, ovvero l’ultima portata del pasto, che di solito deperisce più rapidamente di un fiore. In un’economia globale definita dal lusso, chiaramente a disagio con la recessione, il dessert sembra aver surclassato perfino la nostra ossessione per foglie e fiori.
Queste visioni contemporanee contengono significativi sviluppi di temi vecchi di secoli. Una tavola di dolci di Jan Davidsz de Heem (1640 circa), famosa _vanitas _esposta al Louvre, raffigura una sontuosa natura morta e al contempo mette in guardia sulla natura effimera dei suoi succulenti soggetti e, per estensione, della vita dell’essere umano. La tavola riccamente imbandita – con frutta e una torta pronte da mangiare – veicola un sottinteso morale: i dolci e le vettovaglie lussuose possono essere apprezzate, ma allo stesso tempo simboleggiano anche l’ineluttabile decadimento.
L’eco del lavoro di de Heem è evidente nelle opere di Florence Houston, che potrebbe aver raccolto le pietanze che raffigura da una delle tavole del maestro olandese. Eppure le opere di Houston non raffigurano un banchetto. Al contrario, i suoi dessert sono separati, rappresentati da soli, e in questo senso iper-individualizzati. Sono incredibilmente belli, e possiamo vederli come specchio di noi stessi in un mondo online virtualmente filtrato e sempre più isolato.
È fin troppo semplice liquidare questo simposio contemporaneo d’immaginario dolciario come un’evasione, anche se probabilmente è proprio questo elemento ad attirare la maggior parte dei collezionisti. Queste meraviglie visive, in effetti, offrono un facile conforto in un mondo politicamente fratturato, ma dietro la patina di zucchero gli artisti scelgono questi temi come strumenti alla fine ambigui: seducono, ma allo stesso tempo criticano.
Bello ma non appetitoso
I dessert sono simbolo di entropia e quindi anche del desiderio (e dell’impossibilità) di fermare il tempo. Houston, per esempio, crea le sue gelatine con rigore quasi scientifico. L’artista usa rame di epoca vittoriana e stampi di vetro di foggia modernista. Poi, nel suo studio londinese, dipinge usando modelli reali, prima che deperiscano, e con squisita attenzione alla luce e all’ombra.
In un’intervista recente, in occasione della sua mostra alla galleria Lyndsey Ingram di Londra, Houston ha fornito una lettura preziosa delle sue opere: “Sono oggetti belli ma non appetitosi”, sottolinea. “Il gusto in realtà non c’entra. Per me il punto centrale è il loro aspetto”.
La nostra cultura inchiodata agli schermi è schiava dei dolci e dell’indulgenza. Esiste un intero filone pieno di giocose illusioni all’interno del mondo frastornante del food porn, a cominciare dal fenomeno “is this cake?”: una mano impugna un coltello e taglia un oggetto comune rivelandone il cuore di pan di spagna e crema insieme alla sua caducità. Un brain rot virtuale, magari pure divertente, che sembra riconoscere l’idea del deperimento e dell’essere effimero.
Questa apparente fascinazione stratificata per l’abbandono nell’artificio è terreno fertile per una pittura sovversiva. In questo senso il lavoro di Yvette Mayorga è sapientemente ingannevole: composti a prima vista di glassa rosa, i suoi dipinti acrilici con cordonatura sono un’intelligente trasformazione degli eccessi formali del rococò (Mayorga fa parte di un nutrito gruppo di artisti che s’ispirano apertamente al movimento francese settecentesco) e lei rende la tavolozza di sfumature rosa attraverso il punto di vista di un’immigrata latinoamericana.
In una recente intervista ha spiegato che i dolciumi sono parte di una strategia: “Chiunque può identificare la bellezza, perché è un elemento universale. Io lo sfrutto per creare un invito seducente e zuccheroso a una conversazione molto più profonda”, spiega l’artista. “Dietro gli eccessi c’è sempre una storia, una storia sulla bellezza, sulla sopravvivenza, sulla gioia, sulla migrazione e sulla memoria. La mia intenzione è dare spazio a queste storie in luoghi dove di solito non sono raccontate”.
Per Mayorga questa storia è personale. Figlia d’immigranti messicani negli Stati Uniti, negli anni settanta sua madre lavorava come panettiera in un grande magazzino. La gigantesca installazione Magic grasshopper – un’imponente scultura alta nove metri sorretta da una carrozza trainata da quattro cavalli e interamente decorata con la sua glassa rosa che sarà esposta quest’autunno in Times square, a New York – può essere letta come una potente critica ai dilaganti attacchi contro i diritti degli immigrati negli Stati Uniti.
Tocco femminile
In altre parole, dietro questi dessert si nasconde qualcosa di molto reale e tutt’altro che perfetto. In una mostra recente intitolata A meal in itself, presso la galleria Rebecca Camacho Presents, la pittrice Laura Rokas ha rielaborato con il suo linguaggio particolare i dessert e altri snack di metà novecento. Da un lato le opere di Rokas esprimono nostalgia per la cena perfetta, ma quando pensiamo all’epoca del marchio Betty Crocker, negli anni sessanta, subito ricordiamo che quelle cene perfette nascevano dalla fatica di donne che pur lavorando anche fuori casa erano ancora costrette a sbrigare tutte le faccende domestiche.
La casalinga archetipica esegue un artificio, e in quest’ottica viene in mente il lavoro concettualmente sfrontato dell’artista performativa Karen Finley, nonostante il suo approccio formale molto diverso. Finley ha usato la glassa, il cioccolato fuso e le caramelle per affrontare temi politici, tra cui la disparità di genere nel mondo del lavoro e l’oggettivazione delle donne.
I dolciumi fanno parte dei lussi della vita e possono offrire sollievo in una società alle prese con una flessione economica
Nessuna conversazione sui dessert e l’arte potrebbe essere completa senza citare i mondi colorati dell’artista pop Wayne Thiebaud, le cui torte glassate sono al contempo gioiose, nostalgiche e malinconiche. La serialità di Thiebaud ha sempre fatto allusione a qualcosa di più che alla semplice meraviglia. Viste insieme, le torte parlano della vacuità del consumo di massa. Sulla stessa scia, la pittrice Kay Kurt ha incanalato per decenni il suo iperrealismo da pop art nel mondo delle caramelle gommose Scottie Dogs e Swedish Fish.
Anche lo svedese-staunitense Claes Oldenburg ha trovato il suo percorso verso la dolcezza grazie a un’ossessione pluriennale per i gelati. Le sue sculture infondono nel gelato – simbolo di piacevolezza e del tempo libero, in cono o coppetta – una vena di surrealismo e pop art. I suoi capolavori di grandi dimensioni, come _Dropped cone _(installato sul tetto di un centro commerciale a Colonia) li ha realizzati insieme alla partner Coosje van Bruggen. _Dropped cone _mostra l’attimo fatale in cui un gelato precipita al suolo.
In un’intervista rilasciata in occasione di una mostra di Oldenburg nella sede di Tokyo della galleria Pace, dove sono in mostra molti dei suoi dessert, la figlia Maartje ha descritto la costante fascinazione di suo padre per i dolci: “Voleva rendere unico un oggetto comune, sorprendendo il pubblico”. Un approccio simile alle iconografie tematiche di Houston e Rokas, in cui il quotidiano è dipinto e trasformato in qualcosa di gloriosamente surreale.
Sul fronte dell’eccesso, Will Cotton usa i dolci come materiale anche quando immagina figure e panorami (le torte diventano una montagna, gli incarti delle caramelle si trasformano in un vestito). I bizzarri panorami caramellosi di Cotton giocano con riferimenti culturali statunitensi e mettono in discussione i meccanismi del desiderio. In questo senso, un _cupcake _è allegoria dell’individualismo, della superficialità e dell’innocenza. Nei lavori di Cotton c’è una morale nascosta che si collega a quadri storici come _I romani della decadenza _di Thomas Couture. Il dipinto del 1847 mostra un’immagine immacolata del piacere e della bellezza, ma la pittoresca atmosfera allude al declino di Roma, simbolo dell’oscurità sempre alle porte.
Consolazione
In generale le raffigurazioni delle dolci tentazioni sono un velato racconto morale. Come per Hansel e Gretel che mangiano la casa di zucchero della strega, la tentazione diventa un canto delle sirene. Ma allo stesso tempo i dolciumi fanno parte dei lussi della vita e possono offrire sollievo in una società alle prese con una flessione economica. Mentre la prosperità della borghesia si riduce e la vera sicurezza appare sempre più fuori portata, queste piccole cose contano eccome.
L’attuale moda dei Labubu, pupazzetti economici e collezionabili venduti in scatole a sorpresa con una grande varietà di colori, è stata considerata da alcuni critici come il sintomo della stagnazione economica. La scarica di dopamina che i consumatori ricevono dai piccoli dolciumi è stata descritta da Leonard Lauder, dell’impero Estée Lauder, dopo aver scoperto che le vendite di rossetti erano aumentate in seguito all’11 settembre. In altre parole, i piccoli piaceri, commestibili o meno, acquistano valore in una società sconvolta dalla violenza della realtà.
I dessert sono diventati strumenti allegorici potenti, al contempo affascinanti e critici, nostalgici eppure profondamente legati alle complessità del presente. Gli artisti contemporanei prendono in prestito la tradizione secolare delle _vanitas _ma affilano il loro sguardo indirizzandolo verso i piaceri fugaci, in un mondo iper-mediatizzato ed economicamente ansioso. In tal modo creano una delicata tensione tra la superficie e la sostanza, tra il desiderio e la caducità, tra la meraviglia e la disillusione.
Che siano dipinti o compressi in tasche da pasticcere, questi dolci ci attirano con il loro fascino glassato ma rispecchiano anche l’instabilità del presente. In un’epoca in cui anche i più piccoli piaceri possono sembrare un salvagente, il dessert non è più solo la dolce conclusione di un pasto, ma una metafora stratificata della precaria ricerca di bellezza, comfort ed eternità. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati