Il 6 marzo, una settimana dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, Washington ha annunciato che il primo volo charter con cittadini statunitensi provenienti dal Medio Oriente era atterrato nel paese. Anche Germania, Regno Unito, Spagna, India e altri hanno organizzato voli simili per far rientrare diplomatici, turisti e persone rimaste bloccate nei paesi coinvolti in questa guerra che ha coinvolto non solo Israele e Iran ma anche gli stati del golfo Persico.

Poca attenzione è stata data però alla difficile situazione di 41,4 milioni di lavoratori migranti e di rifugiati, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro si trovano lì. Più di 24 milioni sono nei paesi del Golfo: l’83 per cento di loro sono uomini e rappresentano una parte significativa degli occupati totali. Ci sono inoltre milioni di donne provenienti dal sudest asiatico e dall’Asia meridionale assunte come collaboratrici domestiche.

Rivolgendosi a queste persone i governi di Filippine, Indonesia, Thailandia e Pakistan le hanno invitate a rimanere dove si trovano e a cercare riparo. Gli aeroporti commerciali in tutta la regione sono chiusi e molte di loro sono pagate poco e spesso non hanno protezioni adeguate. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), siamo davanti a una “tempesta perfetta” che mette insieme pericolo fisico, disperazione economica e, in molti casi, abbandono da parte dei datori di lavoro.

Il conflitto ha già provocato morti e feriti tra i lavoratori migranti, tra cui filippini, pachistani, nepalesi e bangladesi. Migliaia sono bloccati nei loro alloggi, senza poter andare al lavoro e con un accesso limitato ai generi alimentari e all’assistenza medica. Manila ha rimpatriato finora più di mille persone, che hanno perso così il reddito con cui si mantenevano e sostenevano le famiglie.

Consegne ad alto rischio

◆ “I lavoratori migranti nei paesi del Golfo Persico sono esclusi dalle comunicazioni ufficiali sulle misure di sicurezza, le indicazioni per i rifugi e le vie di evacuazione”, scrive Middle East Eye. “E dato che sono impiegati in settori chiave – edilizia, attività ricettive, sanità, sicurezza, servizi domestici e logistica – molti sono tenuti a continuare a lavorare, spesso rischiando la vita. Particolarmente allarmante è la situazione dei rider e di altri lavoratori della gig economy, costretti a stare per strada per consegnare pasti e altri beni di consumo a clienti ricchi al sicuro nelle loro case. E il volume delle consegne a domicilio è cresciuto molto dall’inizio della guerra”.


L’ascesa economica dei paesi del Golfo è dovuta anche ai vantaggi in termini di manodopera a basso costo offerti da persone che sono lì solo per lavorare. I paesi ricchi di petrolio impiegano gente proveniente da contesti di povertà per svolgere quelli che sono definiti lavori “3D” (dirty, dangerous, difficult, cioè sporchi, pericolosi e difficili) nel settore dell’edilizia, dell’ingegneria, della salute e delle mansioni domestiche che ai locali non interessano. Queste occupazioni sono in gran parte gestite attraverso il sistema della kafala (sponsorizzazione), che dà ai datori di lavoro un forte controllo sullo status legale dei dipendenti e sulla loro libertà di movimento. In Qatar e negli Emirati Arabi Uniti i lavoratori stranieri costituiscono l’88 per cento della popolazione; il 60 per cento in Kuwait, il 55 per cento in Bahrein, il 44 per cento in Arabia Saudita e il 43 per cento in Oman.

Da dove arrivano i migranti
I primi dieci paesi di provenienza degli stranieri che lavorano nei sei paesi del Consiglio di cooperazione del golfo (Gcc), cioè Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in milioni di persone. (global media insight)

Rimesse fondamentali

All’estremo opposto di questa catena, le rimesse rappresentano un contributo fondamentale al pil di molti paesi poveri. Per questo gli emigrati vengono spesso definiti “eroi economici”. Tuttavia, considerando le pressioni e i danni che la migrazione può causare ai legami familiari e alle comunità nei paesi d’origine, forse sarebbe più appropriato parlare di “ostaggi economici”.

Secondo la Banca mondiale, l’India –che è il principale destinatario di rimesse al mondo e conta dieci milioni di lavoratori nei paesi del Golfo – nel 2024 ha ricevuto 137 miliardi di dollari dai propri cittadini impiegati all’estero, tra cui anche un numero crescente di lavoratori altamente qualificati assunti negli Stati Uniti e in Europa. È solo una frazione dell’economia indiana, ma per altri paesi l’impatto è molto più significativo. Il Nepal, per esempio, con circa 1,7 milioni di cittadini che vivono e lavorano in Medio Oriente, ricava il 25,2 per cento del pil dalle rimesse. Più di 4,5 milioni di pachistani occupati nei paesi arabi mandano a casa soldi pari a circa il 10 per cento del pil del loro paese. Secondo i dati del 2022-2023, le rimesse verso il Bangladesh rappresentavano circa il 5 per cento del pil. Nel 2025 i risparmi inviati da tutti i filippini impiegati all’estero hanno raggiunto la cifra record di 35,63 miliardi di dollari, pari al 7,3 per cento del pil. Anche se la gran parte di questi soldi arriva dagli Stati Uniti, i paesi del Medio Oriente – in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – sono circa il 30 per cento del totale. Le rimesse complessive dei 946mila lavoratori indonesiani all’estero hanno raggiunto un record di 12,7 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2025.

Per milioni di queste persone tornare a casa prima del previsto significa non solo perdere il lavoro – rischiando magari di aumentare il debito che avevano contratto per mantenere il posto – ma anche togliere un reddito alle loro famiglie nei paesi d’origine, con gravi conseguenze per le economie locali, soprattutto nell’Asia meridionale. Tuttavia, restare può voler dire trovarsi direttamente sulla linea del fuoco. Molte di loro sono state costrette a trovare dei rifugi, mentre missili e droni colpivano le aree vicine alle loro abitazioni e ai luoghi di lavoro. Sembra che non ci sia una scelta davvero praticabile. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati