Dopo tre mesi di battaglia, dopo tanti morti e vite salvate, Annalisa Malara può finalmente tirare un sospiro di sollievo. È attraverso questa brillante anestesista del pronto soccorso che è arrivata la terribile notizia il 21 febbraio: il covid-19, la malattia infettiva provocata dal coronavirus apparsa due mesi prima a Wuhan, nella provincia cinese di Hubei, era arrivato in Europa. Quel giorno Mattia Maestri, ricoverato a Codogno, è risultato positivo al tampone fatto su richiesta di Malara. Lei ancora non lo sapeva, ma la sua diagnosi annunciava un’epidemia che avrebbe fatto della Lombardia la regione più colpita d’Europa e della provincia di Bergamo un epicentro ancora più letale, in proporzione, di Wuhan.
Dal 4 maggio l’Italia ha avviato la riapertura del paese con la paura di una nuova ondata di contagi, ma è ancora difficile rendersi conto della tragedia che ha colpito la pianura lombarda. Secondo i dati ufficiali, dall’inizio della crisi sanitaria in Italia ci sono stati 34.114 morti (dati aggiornati al 10 giugno) causati dal covid-19. Un numero che molti considerano sottostimato. Un’intera generazione, quella che custodiva la memoria delle vicende del secolo scorso, è stata decimata. I piccoli paesi hanno perso i loro anziani, che se ne sono andati senza un saluto.
“Mi hanno chiamato il 29 febbraio per visitare un uomo di 38 anni, fisico sportivo, arrivato due giorni prima al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno con una polmonite”, racconta Annalisa Malara, incontrata all’ospedale di Lodi, dove lavora di solito. “Soffriva di gravi problemi respiratori. Sono subito andata dai miei colleghi radiologi. È stato uno shock, le sue lastre erano terribili. Ho trasferito il paziente in terapia intensiva. Le sue condizioni erano gravi. Ho dovuto intubarlo. Era terrorizzato all’idea di morire”.
I protocolli dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) confermati dalle autorità sanitarie italiane stabilivano di fare il tampone solo a chi tornava dalla Cina o a chi aveva avuto un contatto prolungato con persone provenienti dall’Asia. Di fronte alle condizioni gravi e inspiegabili del paziente, Malara ha deciso di fare ugualmente il tampone. Poi parlando con la moglie del paziente, Valentina, incinta di sette mesi, ha scoperto che Maestri aveva cenato, due settimane prima, con un collega rientrato dalla Cina. Il risultato del tampone fatto a Maestri è arrivato in serata da un laboratorio milanese: positivo.
Il paziente uno
È stato come se un fulmine si fosse abbattuto sull’ospedale di Codogno. “Ancora prima del risultato del tampone, avevo considerato il paziente come potenzialmente positivo. L’avevo messo in quarantena e avevo fatto chiudere il reparto di terapia intensiva”, ricorda la dottoressa. “Anch’io mi sono messa in quarantena, insieme ad alcune infermiere”. La sua lucidità ha evitato al personale medico che si era occupato di Maestri, diventato ufficialmente il “paziente uno” d’Italia e d’Europa, di essere contagiato.
Alle 00.45 del 21 febbraio l’agenzia Ansa ha dato la notizia del primo caso di covid-19 in Italia. Più tardi, in mattinata, è arrivata la conferma che c’erano altre quattro persone positive. Nello stesso momento un secondo focolaio veniva scoperto nel comune di Vo’ Euganeo, in Veneto. Ed è qui che, la sera, c’è stato il primo morto positivo al Sars-cov-2: Adriano Trevisan, operaio in pensione di 77 anni. A partire da quel momento i malati sono cominciati ad “arrivare a ondate”, ricorda il primario del pronto soccorso di Lodi, Enrico Storti: “Purtroppo siamo stati il primo ospedale in Italia e in Europa a dover fare i conti con l’epidemia. Non avevamo alcun precedente”. Mattia Maestri si salverà dopo tre settimane di terapia intensiva.
Fin dai primi giorni, e una volta stabilito il fatto che il collega di Maestri rientrato dalla Cina, risultato negativo, non era il “paziente zero”, le autorità sanitarie sono state costrette ad arrendersi all’evidenza: il virus circolava in Italia già da tempo. Il numero di persone contagiate dal virus è aumentato velocemente. Il 29 febbraio, una settimana dopo la scoperta del primo caso, l’Italia ha superato i mille casi positivi, di cui più di seicento in Lombardia. A quel punto, come avrebbero scoperto gli epidemiologi, era già tardi per fermare il contagio.
“Pensiamo che il virus sia entrato in Lombardia intorno al 25 gennaio, proveniente da Monaco di Baviera, dove è arrivato verso il 20 gennaio, trasmesso da una imprenditrice tornata da Shanghai, che ha contagiato almeno quattro persone. L’infezione è stata circoscritta e fermata, ma qualcuno arrivando dalla Germania ha trasmesso il virus in Italia”, spiega Massimo Galli, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano ed esperto di epidemiologia. “Non sappiamo chi sia. Forse una persona che ha incontrato questa donna o uno degli altri quattro contagiati di Monaco.
In Italia il virus si è diffuso per un mese senza alcun controllo”. Alcuni pensano che il contagio sia avvenuto ancora prima, visto che già a gennaio o addirittura a dicembre alcuni medici di famiglia avevano osservato strane polmoniti in pazienti anziani. Questo aveva spinto un medico generico, Pietro Poidomani, di Cividate al Piano, in provincia di Bergamo, ad avvertire le autorità sanitarie regionali a gennaio. Nel suo primo giorno di visite del 2020, al ritorno dalle vacanze di Natale, aveva scoperto “cinque pazienti febbricitanti con una tosse strana. I casi simili si sono moltiplicati. Ogni volta prescrivevo delle radiografie del torace che rivelavano delle polmoniti atipiche”. Le autorità sanitarie però non hanno risposto alla sua richiesta di indagine. Solo dopo il caso di Mattia Maestri e l’allarme lanciato da Annalisa Malara l’Italia si è resa conto della presenza del virus sul suo territorio. L’interruzione del traffico aereo con la Cina il 31 gennaio, all’epoca un provvedimento eccezionale in Europa, non ha cambiato la situazione. Un’indagine compiuta ad aprile dai servizi sanitari lombardi, che hanno raccolto le testimonianze di persone malate da gennaio, ha identificato 1.200 casi sospetti precedenti a quello diagnosticato a Codogno. E questa stima è parziale e incompleta. Non solo Maestri non è il vero “paziente uno”, ma ci possono essere stati diversi “pazienti zero” oltre alla donna di Monaco. Queste domande rimarranno senza risposta forse per sempre.
L’epidemia si è impadronita della Lombardia, e successivamente di grandi metropoli come Parigi, Londra o New York, in modo velocissimo e in un primo tempo incontrollato. Le ragioni sono molte: la Lombardia è una regione industriale e ricca (produce il 20 per cento del pil nazionale), densamente popolata (dieci milioni di abitanti, un sesto della popolazione italiana), dove gli scambi con i paesi stranieri, tra cui la Cina, sono intensi. Gli scambi commerciali e il turismo sono fiorenti e il settore industriale ha fatto pressioni sul mondo politico per non far chiudere le aziende.
Impreparati
In Lombardia la popolazione ha un’età media piuttosto avanzata ed è quindi vulnerabile. Anche dopo la quarantena dei malati ricoverati in ospedale e la chiusura delle chiese il contagio si è diffuso con le visite dei medici di famiglia e dei sacerdoti nelle abitazioni private o nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Medici e sacerdoti italiani hanno pagato un pesante tributo alla malattia, rispettivamente con più di 165 e più di 120 morti, mentre tra il personale sanitario sono stati contagiati in ventimila. Il primo medico morto, Roberto Stella, esercitava a Varese.
E poi a Bergamo una serata particolare ha contribuito alla diffusione dell’epidemia. Il 19 febbraio allo stadio di San Siro di Milano, l’Atalanta, la squadra di calcio di Bergamo, ha battuto 4 a 1 il Valencia nella partita di andata degli ottavi di finale della Champions League. Era la prima volta che l’Atalanta partecipava alla più prestigiosa competizione europea di calcio. L’evento sportivo è stato una vera e propria bomba epidemiologica: non solo 40mila persone si sono accalcate e abbracciate nello stadio in occasione di ognuno dei quattro gol dell’Atalanta, ma i bar della provincia di Bergamo, fino al più remoto villaggio, hanno riunito davanti ai televisori amici e vicini che a loro volta si sono abbracciati e hanno festeggiato fino a notte, raggiunti in serata dai tifosi rientrati da Milano.
A Milano solo i rider in bici percorrevano i viali deserti. Bergamo è una città morta
L’infettivologo Massimo Galli pensa che “la Lombardia non fosse pronta. Seguiva le raccomandazioni su un virus proveniente dalla Cina. I medici non erano preparati a diagnosticare un virus presente da settimane nelle nostre città e campagne. Quando la prima diagnosi è stata fatta, i contagiati erano già migliaia. È stato quindi impossibile contenere l’epidemia con i metodi tradizionali, cioè isolando le persone in contatto con i malati”.
Quel 21 febbraio l’Italia si è ritrovata in una situazione del tutto inedita. Era il presidente del consiglio Giuseppe Conte a gestire le varie fasi della crisi, ma in Italia i sistemi sanitari sono di competenza delle regioni. E le due zone colpite, la Lombardia e il Veneto, sono governate da politici della Lega, in aperta opposizione al governo. Le decisioni quindi si sono rivelate molto delicate. “L’epidemia è stata una sorpresa”, ricorda il sindaco di Codogno Francesco Passerini, della Lega, “perché i politici e i mezzi d’informazione parlavano di una sorta di ‘malattia cinese’. Non avevamo alcuna informazione, alcun protocollo”.
Il giorno dopo un primo decreto del consiglio dei ministri ha stabilito la creazione di due “zone rosse”. Una interessava il comune di Vo’ Euganeo, l’altra, molto più vasta, comprendeva dieci comuni intorno a Codogno. All’interno di queste due zone gli abitanti sono stati sottoposti a un lockdown assoluto. Era vietato uscire, le scuole erano chiuse, così come le fabbriche e i servizi non essenziali. Ma l’isolamento dei dieci comuni della provincia di Lodi si è rivelato quasi impossibile da applicare. I cinquecento carabinieri incaricati di bloccare le entrate e le uscite sono arrivati in ordine sparso e migliaia di abitanti avevano già lasciato la zona per andare nelle seconde case o dai parenti.
Nel corso di quelle ore cruciali un altro dramma era in corso ad Alzano, in provincia di Bergamo. Da giorni l’ospedale della città, dove non c’era un reparto di malattie infettive, era preso d’assalto da persone che presentavano sintomi compatibili con il covid-19. Il giorno dopo l’annuncio del caso di Codogno sono stati fatti i primi tamponi. Il 23 febbraio sono stati identificati due pazienti positivi. Verso mezzogiorno il pronto soccorso di Alzano è stato chiuso, ma il personale ha continuato i suoi turni di guardia. Tuttavia a fine giornata la direzione dell’azienda sanitaria Bergamo Est ha deciso, dopo una sanificazione, di riaprire l’ospedale. Il personale medico ha chiesto, invano, di essere almeno controllato.
Oggi è chiaro che già in quei giorni c’era un focolaio infettivo nei comuni confinanti di Alzano e Nembro, a est di Bergamo. L’ospedale di Alzano è stato a sua volta un luogo da cui si è diffusa l’epidemia? Gli studi epidemiologici non permettono di affermarlo con certezza. Quello che si sa, invece, è che nella provincia di Bergamo (poi diventata la più colpita d’Italia) avrebbe dovuto essere istituita una “zona rossa” .
Intanto a Bergamo nessuno si preoccupava. “La sera del 21 febbraio ho ricevuto un messaggio di un amico medico dell’ospedale di Bergamo che parlava di un caso sospetto”, ricorda Alberto Ceresoli, direttore dell’Eco di Bergamo, il principale quotidiano locale. “Sono tornato al giornale e abbiamo preparato la prima pagina sul caso di Codogno con un sottotitolo sul caso sospetto di Bergamo. Il giorno dopo mi hanno accusato di essere allarmista. Poi in 36 ore il pronto soccorso è stato preso d’assalto”.
Errore di valutazione
L’ospedale Papa Giovanni xxiii della città lombarda si è ritrovato nell’occhio del ciclone. “I primi pazienti erano persone anziane con febbre, tosse e problemi respiratori”, dice Roberto Cosentini, primario del pronto soccorso. “In poco tempo sono arrivate molte altre persone, tra cui anche dei giovani”. “E in pochi giorni”, aggiunge Maria Beatrice Stasi, direttrice dell’ospedale, “siamo stati sommersi dai malati”.
A palazzo Frizzoni il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, del Partito democratico, riconosce il suo iniziale errore di valutazione. “Ho capito solo il 1 marzo che l’epidemia era veramente arrivata, quando un amico medico dell’ospedale mi ha mandato un sms che diceva: ‘Abbiamo un problema, un vero problema’. Lodi era già stata dichiarata zona rossa, ma pensavo che avremmo potuto affrontare la malattia senza cambiare il nostro modo di vivere. Mi sbagliavo”.
Un video di 38 secondi trasmesso il 27 febbraio sui social network da un’associazione di ristoratori e ripreso dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, del Partito democratico, mostra bene questa situazione. Nel video si vede una città attiva, persone sorridenti sedute ai tavoli dei caffè o che si abbracciano e uno slogan: “Milano non si ferma”. Nel frattempo a Milano molti grandi eventi venivano rinviati o annullati, come è successo per il Salone del mobile. I dirigenti politici temevano che l’economia italiana si fermasse, facendo sprofondare un paese fragile nella recessione. In quel momento il sindaco di Milano si è limitato a condividere un’opinione dominante in Lombardia, dove l’etica del lavoro è considerata un segmento dell’identità locale.
Tra i gruppi che facevano più pressione sui politici per permettere alla regione di continuare a lavorare c’era Confindustria, che sui social network ha lanciato la campagna #Yeswework. I sindacati si sono molto arrabbiati per questa volontà di tenere le fabbriche aperte a ogni costo. Oggi Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, smentisce: “L’alternativa era tra proteggere delle vite umane e far sopravvivere l’industria. Abbiamo deciso che la salute veniva prima degli interessi economici. Così abbiamo preparato dei protocolli di protezione che poi sono stati adottati in tutta Italia. Solo le aziende che rispettavano queste misure sono rimaste aperte, le altre hanno dovuto chiudere”. Tutto vero, ma questa decisione, come molte altre, è stata tardiva.
I primi giorni della crisi sono stati caratterizzati da una cacofonia che ha impedito una presa di coscienza dell’estensione della catastrofe. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, della Lega, un fedelissimo di Salvini anche quando il leader cambia opinione nel giro di ventiquatt’ore, sembrava navigare a vista. Il 21 febbraio il segretario della Lega ha chiesto al governo di “chiudere tutto”, poi il 27 febbraio ha affermato che il paese stava “crollando” e che bisognava rapidamente “tornare alla normalità”. Questo però non gli ha impedito, dieci giorni dopo, di osservare che il lockdown dell’Italia non bastava e di chiedere che “tutta l’Europa diventasse ‘zona rossa’”. I sostenitori della Lega hanno diffuso inoltre molte notizie false, influenzate da teorie complottiste. Senza una linea chiara, il governatore Fontana si è permesso anche di dare un parere scientifico sul covid-19 dichiarando: “Non è più grave di una semplice influenza. Non c’è nessun pericolo”.
Oggi il sindaco di Milano Sala, sull’esempio di Giorgio Gori a Bergamo, riconosce che “c’è stato un malinteso sulla situazione sanitaria”. “Sulla base delle informazioni che avevamo, in un primo tempo abbiamo cercato di rimanere aperti, per poi arrivare al lockdown”.
Ma prima del lockdown c’è stato il caos. Il 7 marzo molti siti d’informazione hanno pubblicato una bozza del decreto in cui si decideva di isolare la Lombardia e altre undici province del nord. Migliaia di persone sono andate nelle stazioni di Milano per prendere gli ultimi treni prima del blocco. Altre sono partite verso sud in auto. In poche ore decine di migliaia di persone hanno lasciato in fretta e furia la regione. Ma se il potente sistema lombardo non era riuscito a contenere la malattia, che cosa potevano sperare di fare gli ospedali della Calabria o della Puglia?
A Milano solo i rider in bici percorrevano i viali deserti. Bergamo è diventata una città morta, dove il silenzio era interrotto solo dalle sirene delle ambulanze e dalle campane delle chiese.
Al di là delle tensioni politiche e della difesa degli interessi economici, l’Italia ha assistito sbigottita all’implosione del sistema sanitario lombardo. Ospedali prestigiosi come il Papa Giovanni xxiii di Bergamo o quello di Brescia, considerati tra i migliori d’Italia, sono stati travolti. In pochi giorni l’intero sistema ospedaliero lombardo ha ceduto. “Non testare tutti i pazienti e gli asintomatici ha portato a una carneficina. È come se avessimo fatto entrare le volpi nel pollaio!”, dichiara l’infettivologo Galli.
La medicina si è mostrata sotto aspetti che si osservano solo nei momenti più tragici della storia di un paese. Non era la guerra, ma era una catastrofe. In una lettera aperta 13 medici dell’ospedale Papa Giovanni xxiii hanno descritto “un’epidemia fuori controllo”, dove “i pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine” e dove l’ospedale è “altamente contaminato”. Gran parte del personale medico era contagiato e doveva stare a casa e, nonostante i rinforzi arrivati da tutta Italia, mancavano le braccia.
Alla domanda come mai la regione più ricca d’Italia si sia trovata in questa situazione, le risposte variano ma tutte hanno un punto in comune: la ricchezza e la potenza non possono sostituire l’esperienza sul campo, l’attenzione individuale, la medicina tradizionale. “Siamo corsi dietro il virus senza mai riuscire a raggiungerlo”, osserva Gori. “La grande fragilità della Lombardia è emersa in tutta la sua evidenza: abbiamo puntato troppo sull’ospedale, abbandonando la medicina di base. Ora sappiamo che il virus dovrebbe essere combattuto sul campo, nelle case, perché quando il paziente arriva in ospedale è spesso già troppo tardi. E questo ha travolto gli ospedali”.
Da vent’anni, a colpi di decisioni strategiche e tagli di bilancio, la Lombardia si è concentrata sulle strutture ospedaliere, in particolare le cliniche private. Ma contro il covid-19 queste cliniche molto specializzate si sono rivelate inutili, non avendo reparti di terapia intensiva. Sotto questa patina di grande efficienza, nessuno si è preoccupato per la scomparsa dei servizi di medicina di base. La Lombardia si è trovata indifesa di fronte a un virus sconosciuto.
**Visite a domicilio **
Durante l’epidemia Luigi Cavanna ha incarnato, più di chiunque altro, la figura di medico generico che manca. Ematologo e oncologo all’ospedale di Piacenza, in Emilia-Romagna, ha preso la sua borsa di medico di famiglia per andare in giro per la regione con delle unità mobili organizzate fuori del sistema ospedaliero. “Gli ospedali della Lombardia sono tra i migliori d’Europa, ma il covid-19 ha messo in evidenza l’indebolimento del sistema sanitario prodotto dalla scomparsa dei medici di base in favore dei grandi ospedali, e da una politica di tagli di bilancio. Ho capito molto presto che la strategia di organizzare tutte le cure negli ospedali non era la migliore. Così abbiamo creato delle unità mobili capaci di raggiungere i pazienti a domicilio. Quello che fa la differenza è la possibilità di curare rapidamente i pazienti”. Cavanna ricorda di aver provato una “profonda impressione di solitudine” e “la sensazione di dover affrontare una situazione che andava oltre ogni immaginazione”.
Anche se è d’accordo sul fatto che “i pazienti arrivavano in ospedale troppo tardi” e “che ci vogliono più visite a domicilio”, Roberto Cosentini, primario del pronto soccorso all’ospedale Papa Giovanni xxiii, relativizza queste affermazioni: “È facile criticare il sistema sanitario. E se invece la Lombardia fosse stata travolta solo dalla portata dell’epidemia e salvata proprio grazie al suo sistema sanitario? Abbiamo comunque la fortuna di avere degli ottimi medici, che hanno salvato molte vite”. Del resto gli ospedali della regione, nonostante la situazione catastrofica, hanno saputo reagire, portando in dieci giorni la loro capacità di accogliere pazienti in terapia intensiva da mille a 1.700 letti.
Le bare sui camion militari
In attesa di analizzare perché le dighe del sistema sanitario avessero ceduto, il dramma è andato avanti. L’Italia è rimasta sconvolta quando il 18 marzo ha scoperto, attraverso delle immagini amatoriali, i camion militari in colonna che, nella notte, attraversavano una Bergamo deserta. Portavano via le bare dei defunti. Per le strade il convoglio non incrociava nessuno. La città era barricata in casa, chiusa in un dolore indicibile.
Quella sera trenta veicoli militari sono stati mobilitati per portare fuori dalla regione le bare di 65 persone morte a causa del covid-19 che il comune non era più in grado di conservare né di cremare. L’immagine rimarrà nella memoria di un paese straziato dal dolore.
Gli obitori e il crematorio del cimitero erano pieni di cadaveri, così don Mario Carminati, prete della parrocchia del Santissimo Redentore di Seriate, vicino a Bergamo, ha aperto tre chiese per accogliere le bare in attesa della cremazione. “Mai, neanche durante la guerra, le chiese erano diventate depositi di bare. A volte le famiglie dei defunti non sapevano neppure del decesso, così ho deciso di occuparmi di questi morti”, dice.
Prima dell’inizio dell’epidemia L’Eco di Bergamo pubblicava in media due pagine di necrologi al giorno. A marzo i necrologi sono arrivati a occupare tredici pagine, che il direttore ha scelto di inserire nella sezione centrale del giornale, in omaggio ai suoi concittadini morti e alle loro famiglie. Oggi su un maxischermo, che l’Eco di Bergamo ha fatto montare il 30 aprile davanti alla sede del giornale scorrono i nomi delle quattromila persone morte dal 21 febbraio, comprese quelle negative al Sars-cov-2.
Il quotidiano ha anche lanciato quello che è diventato l’emblema di Bergamo: una bandiera con un cuore disegnato dal suo grafico Luca D’Agostino. Distribuita con il giornale, la “bandiera per Bergamo” sventola ormai sui balconi della città e si vede dietro le vetrine dei negozi che riaprono. “Abbiamo scelto di disegnare il cuore e di scrivere lo slogan a mano”, racconta D’Agostino, “in omaggio ai bambini che mettevano i loro disegni sui balconi. Il primo aveva disegnato un arcobaleno e aveva scritto: ‘Andrà tutto bene’”.
Quel bambino si sbagliava: non è andato tutto bene. I bilanci della protezione civile danno solo un’immagine parziale della tragedia, perché registrano solo le persone morte in ospedale dopo essere risultate positive al test diagnostico. Secondo le loro cifre 2.060 vittime di covid-19 sono state registrate a marzo nella provincia di Bergamo. Tuttavia, secondo i dati raccolti dall’Istituto nazionale di statistica, a marzo la provincia ha avuto 6.200 morti, rispetto ai 1.180 in media degli ultimi cinque anni. Migliaia di malati sono morti a casa o nelle case di riposo senza essere stati né testati né curati.
A Casalpusterlengo, dove Mattia Maestri, il “ paziente uno”, è diventato padre della piccola Giulia poco dopo essere uscito dal reparto di rianimazione, il sindaco Elia Delmiglio, della Lega, racconta con fatalismo di aver ordinato un ampliamento del cimitero per dare spazio alle nuove urne funerarie. A Castiglione d’Adda il bar pizzeria La Tentazione, dove il padre di Mattia Maestri giocava a carte contagiando senza saperlo i suoi amici prima di morire, ha chiuso e nessuno sa chi tra i frequentatori abituali sarà di nuovo presente alla riapertura.
Lunga convivenza con il virus
A Codogno, oggi nota in tutta Europa per la diagnosi di Annalisa Malara, i volontari della protezione civile hanno cominciato ad avere un attimo di respiro. Uno di loro ricorda il picco dell’epidemia, evocando con gli occhi lucidi “le due sorelle di 16 e 13 anni che hanno chiamato perché avevano fame, entrambi i loro genitori erano ricoverati in ospedale e non osavano contattare i servizi sociali per paura di essere separate”. Gli ha portato da mangiare. Il sindaco Francesco Passerini ripete che “sono stati momenti incredibili, terribili”.
All’ospedale Papa Giovanni xxiii di Bergamo la direttrice Maria Beatrice Stasi si sente “come una sopravvissuta”. Anche lei ha contratto il covid-19 e ha vissuto tre settimane di quarantena. “Vivremo a lungo con questo virus”, dice il responsabile del pronto soccorso Roberto Cosentini. “Ora siamo pronti ad affrontare una seconda ondata: l’ospedale è ormai diviso in due parti, covid e non covid. Il triage si fa all’arrivo al pronto soccorso”.
A maggio per la giornata degli infermieri sono state deposte all’ingresso dell’ospedale, come indica uno striscione, “cento rose per gli angeli custodi del popolo di Bergamo”. Sulla scrivania della direttrice una copia di Vanity Fair Italia ricorda la fama di cui l’ospedale avrebbe fatto volentieri a meno. Per la prima volta nella storia della rivista non è una star che posa in copertina ma un medico, in questo caso la pneumologa Caterina Conti in camice bianco.
Dopo aver ammesso i suoi errori, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori cerca di essere positivo: “La nostra città è stata la più colpita, ma è stata anche molto solidale. Abbiamo visto molte cose formidabili. In dieci giorni è stato costruito un ospedale da campo con l’aiuto degli alpini, degli artigiani, dei tifosi dell’Atalanta. Mille volontari hanno affiancato il personale del comune per aiutare gli anziani e i più poveri. Bergamo ce la farà. Siamo dei duri”. Gli abitanti hanno tutti degli aneddoti da raccontare sull’aiuto reciproco, sulle canzoni cantate la sera, sul patriottismo e su queste bandiere attaccate ai balconi.
Alcuni cominciano anche a interrogarsi sul disastro lombardo. Stefano Fusco ha creato su Facebook il gruppo Noi denunceremo, dopo la morte di suo nonno Antonio, 85 anni. “Era in una clinica privata di San Pellegrino. L’8 marzo era risultato negativo. L’11 marzo è morto”. Fusco si chiede: “Perché l’epidemia ha colpito così duramente la Lombardia? Posso accettare le scuse di Gori, ma non il fatto che tutti abbiano sottovalutato il problema fino a questo punto. Non credo che sia stata una fatalità. Non chiediamo alcun risarcimento, solo la verità. Se un giudice riterrà qualcuno colpevole, nelle alte sfere della politica, allora chi ha sbagliato dovrà renderne conto”.
30 gennaio 2020 Primi casi accertati di persone infette: sono due turisti cinesi a Roma. Il governo blocca tutti i voli da e verso la Cina.
31 gennaio Il governo proclama lo stato di emergenza per sei mesi.
6 febbraio Primo italiano positivo al covid-19. Ricoverato in un ospedale di Roma, è uno dei 56 rimpatriati da Wuhan.
21 febbraio All’ospedale di Codogno, in Lombardia, viene ricoverato Mattia Maestri. Positivo al test diagnostico del covid-19, è considerato il “paziente uno”. Due casi in Veneto: a Padova e a Vo’ Euganeo. Si registra il primo morto per il virus. A Castiglione d’Adda, in provincia di Lodi, c’è un focolaio.
**23 febbraio **Isolati Codogno, gli altri centri del lodigiano e Vo’ Euganeo, in Veneto.
4 marzo Il governo sospende le lezioni in tutte le scuole e dà ordine ai dirigenti scolastici di avviare “modalità di didattica a distanza”.
7-9 marzo Proteste in decine di carceri per timore del contagio e della restrizione di alcuni diritti. A Modena muoiono nove detenuti.
8 marzo Isolate la Lombardia e 14 province del nord.
**9 marzo **Il governo estende le restrizioni in tutta Italia fino al 3 aprile. Ogni spostamento deve essere motivato con un’autocertificazione.
18 marzo I camion dell’esercito portano via da Bergamo 65 bare. Il forno crematorio della città non riesce più a tenere il ritmo dei decessi.
23 marzo Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli dice che in Italia il numero dei contagiati potrebbe essere dieci volte superiore a quello indicato dalle cifre ufficiali.
**1 aprile **Il governo proroga le misure restrittive fino al 13 aprile.
7 aprile Un decreto governativo mette a disposizione delle aziende 400 miliardi di euro di garanzie finanziarie per accedere ai prestiti a condizioni più favorevoli. I miliardi messi a disposizione dall’inizio della crisi sono 750.
10 aprile Il governo proroga le misure restrittive fino al 3 maggio.
17 aprile Secondo l’Istituto superiore di sanità, tra febbraio e marzo in 266 Rsa della Lombardia sono morte 1.625 persone.
4 maggio Ci si può spostare all’interno della propria regione per visitare i congiunti.
18 maggio Riaprono negozi, servizi di cura alla persona, bar e ristoranti, stabilimenti balneari, uffici pubblici e musei.
**3 giugno **Riaprono i confini tra le regioni.
8 giugno Immuni, l’app per il tracciamento dei probabili contagi, è operativa in Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia.
10 giugno A Bergamo i familiari delle vittime depositano in procura i primi cinquanta esposti. Il Post, Ansa, Corriere della Sera
Nel frattempo i magistrati milanesi hanno cominciato a esaminare alcune delibere delle autorità regionali, in particolare quella che riguarda il ritorno nelle Rsa, dopo il ricovero in ospedale, dei pazienti anziani convalescenti, senza più sintomi, ma ancora contagiosi. Indagano anche su quello che è successo in decine di questi istituti. Una commissione governativa è andata anche al Pio Albergo Trivulzio, la più grande residenza per anziani di Milano, dove sono morte più di cento persone. Di fronte al numero di vittime in questi istituti, l’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di “massacro”.
La Lombardia, simbolo del potere e della potenza economica, si ritrova in un momento critico della sua storia. La gioia per la fine del lockdown nei caffè di Milano non può nascondere il trauma profondo. Sala parla di “salto nel vuoto”. “Dobbiamo ricostruire la Milano internazionale”, dice il sindaco, che aveva dato un contributo importante a questa immagine in qualità di coordinatore dell’Expo del 2015.
Nella capitale italiana della moda, la città di Giorgio Armani e di altri grandi nomi del settore, la star è ormai Chiara Ferragni. Ogni epoca ha le sue celebrità e Ferragni appartiene al ventunesimo secolo, l’era dei social network. Con venti milioni di follower su Instagram l’autrice del blog The blonde salad è stata definita dalla rivista Forbes “l’influencer di moda più importante del mondo”. Icona milanese, creatrice di moda e proprietaria di negozi in giro per il mondo, può vantare due bambole Barbie con il suo volto e ha raccolto insieme al marito, il rapper Fedez, 4,5 milioni di euro per aiutare un ospedale della sua città.
“Volevo donare del denaro agli ospedali e condividere questa esperienza per attirare altre donazioni. Conoscevamo delle persone all’ospedale San Raffaele, che ha aperto un reparto covid-19, così ho fatto un video con mio marito. Usiamo la nostra fama. Abbiamo dato centomila euro e in poche settimane sono arrivati sul conto dell’ospedale 4,5 milioni di euro. È il potere della condivisione”, racconta la ragazza. Oggi Ferragni “aspetta di vedere a cosa somiglierà la nuova normalità. Non lo sappiamo, forse nel mondo della moda ci saranno meno sprechi”.
Lo chef Carlo Cracco, altro personaggio noto di Milano, , che in passato ha ricevuto le prestigiose tre stelle Michelin e ha conosciuto la celebrità grazie al programma televisivo MasterChef Italia, è seduto in uno dei suoi tre ristoranti, il Cracco, nella galleria Vittorio Emanuele II, tra la Scala e il Duomo. È a due passi da qui, davanti alla cattedrale, che il cantante Andrea Bocelli ha offerto in aprile, da solo in una piazza deserta, un’interpretazione di Amazing grace talmente commovente che il suo ricordo dà ancora i brividi ai milanesi.
Anche Cracco si è mobilitato durante l’epidemia. Ha chiuso la sua cucina solo per due giorni, prima di mettersi al servizio dei concittadini fornendo fino a 450 pasti quotidiani agli operai che costruivano l’ospedale da campo. Il fatto di essersi reso utile non guarisce però da tutte le ferite. Cracco ha perso due amici. “Nessuno direttamente a causa del covid-19, ma entrambi sono morti per colpa dell’epidemia: uno di infarto perché non ha voluto andare in ospedale dopo i primi sintomi, l’altro invece si è suicidato perché impazzito durante l’isolamento. Non è una guerra, non ci sono distruzioni, ma c’è stata comunque molta sofferenza”.
Oggi lo chef pensa al futuro. “Avevo appena comprato una fattoria per coltivare frutta, produrre olio e vino. Durante la crisi questo progetto ha acquisito un’enorme importanza”, racconta Cracco. “Bisogna farla finita con le esagerazioni del passato. Bisogna cambiare mentalità. Non farò mai più arrivare il pesce dalla Polinesia. Voglio dare il meglio di me stesso senza provocare effetti negativi sugli altri. Voglio un futuro diverso”. Anche l’architetto Stefano Boeri, uno dei progettisti dell’Expo, è tra quelli che hanno cambiato il loro modo di vedere il mondo a causa dell’epidemia: “Questa crisi ha cambiato la mia visione di urbanista. Dobbiamo ripensare la città, in particolare da un punto di vista ambientale. Questo richiederà un grande coraggio politico”.
Pensare il mondo di domani non è facile e i giornali di tutto il mondo lo scrivono nei loro articoli, che siano idealisti o pessimisti. A Milano due intellettuali molto distanti tra loro condividono, per ragioni diverse, lo stesso pessimismo.
Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, incarna il pensiero dell’estrema destra lombarda e italiana. È un provocatore, contrario al progresso, e un antieuropeista. “L’Italia è precipitata nel caos. La Lombardia ha la più importante industria tessile d’Europa e non è stata neanche capace di produrre abbastanza mascherine”, dice con un sorriso beffardo. “La globalizzazione è stata momentaneamente bloccata, ma non c’è una visione politica. La vita politica rimarrà la stessa e forse peggiorerà. In ogni modo in Italia è sempre peggio”.
Lo scrittore milanese Giuseppe Genna, che afferma di ispirarsi all’eredità artistica di Pier Paolo Pasolini e che si sente vicino a Michel Houellebecq e a Don DeLillo, ed è consigliere del sindaco Sala, ha una visione ancora più cupa del futuro: “Non ho alcuna fiducia in questo paese. Non è un caso se l’Italia è stato uno dei paesi più colpiti al mondo. I nostri politici hanno dimostrato la loro assoluta incompetenza. L’Italia vive un’apocalisse che è cominciata molto tempo fa. La decadenza è permanente e infinita. L’immagine dell’Italia è ormai quella del papa che prega in una piazza San Pietro deserta. È un paese che avanza nel vuoto”.
Genna pubblicherà presto il suo diario del lockdown. Durante l’epidemia ha perso il suo migliore amico, il poeta italiano Mario Benedetti, morto di covid-19. “Viveva in un ospizio, a causa di un ictus avuto due anni fa. Durante l’epidemia nell’istituto ci sono stati 22 morti. È tipico di questa regione, la peggiore d’Italia, votata solo al culto del mercato e del profitto. Un luogo post-umano, spietato”.
Le persone non cambieranno
A Bergamo Bruno Bozzetto, disegnatore e regista di cartoni animati, spiega seduto in uno splendido giardino verdeggiante dove bela una pecora, perché “le epidemie sono il nostro futuro”. “La specie umana è un cancro per il pianeta. L’uomo è folle. Distruggendo le foreste, i mari, gli animali, si distrugge l’umanità. La gente vuole tornare a quella che chiama la ‘normalità’, ma è proprio questa che ci ha portato al disastro di oggi. Io non credo che la gente cambierà. Quante guerre hanno conosciuto i nostri paesi? Eppure le persone non cambiano”.
L’infettivologo Massimo Galli, che si prepara ad andare in pensione dopo 44 anni di ricerche sulle malattie infettive, non ha certo la visione apocalittica di Genna o Bozzetto, ma è comunque preoccupato. “Non siamo affatto preparati ad affrontare quella che in gergo chiamiamo la ‘malattia X’, un’epidemia letale su scala planetaria. Sono convinto che il maggior rischio per l’umanità sarà una versione particolarmente grave dell’influenza. E arriverà un giorno in una forma molto aggressiva. Sarà una sfida gigantesca”. Galli sorride. “Non so se un virus del genere ucciderà la maggior parte della specie umana, ma ci dovremo interrogare sulla nostra sopravvivenza”. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati