Oggi più che mai due colori si contrappongono nella Repubblica islamica d’Iran. Il nero, colore del lutto, della celebrazione della morte, compresa quella “da martire” della guida suprema Ali Khamenei, che durerà quaranta giorni e sarà osservata rigorosamente da tutti i sostenitori del regime. E il rosso (o altri colori vivaci), simbolo di vita e rinascita, la tinta predominante tra le persone che il 20 marzo hanno festeggiato il Nowruz, il nuovo anno persiano. I due colori rappresentano mondi opposti. Il Nowruz ha un posto complesso nell’ideologia della repubblica, che non ha mai amato i riti preislamici dell’antica festa zoroastriana. Il potere iraniano però l’ha recuperato e oggi lo considera uno strumento della sua legittimità. Ogni anno, in questa occasione, nella città santa di Mashhad la guida suprema tiene una predica trasmessa in tv, durante la quale enuncia gli obiettivi da raggiungere. Ma il 20 marzo Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema, non ha tenuto il discorso né ha pubblicato un video. Gli è stato attribuito un messaggio scritto in cui assicura che l’Iran “è vittorioso”, però nulla indica che l’autore sia davvero lui. Potrebbe essere un segno che il leader è morto o gravemente ferito, o che si trova all’estero.
** Davanti ai falò**
Anche se quest’anno la festa aveva un sapore amaro a causa dei massacri di gennaio e dei bombardamenti israelo-statunitensi, è stata comunque celebrata.
A Qom tre giovani che avevano partecipato a una protesta sono stati impiccati
“Nei video che ho potuto raccogliere si vedono gli abitanti di Teheran fare acquisti in previsione del Nowruz e il traffico nelle principali strade della città”, spiega l’esperto di Iran Reza Moini. “Alcuni ne hanno approfittato per lasciare la capitale e rifugiarsi in Turchia. La vita va avanti nonostante le bombe e lo stretto controllo dei miliziani nelle strade. Tuttavia, per le persone povere la situazione è difficile a causa dei prezzi esorbitanti dei prodotti alimentari”.
Un’altra preoccupazione è la chiusura delle banche dal 28 febbraio e della maggior parte dei negozi, delle scuole e degli uffici pubblici. I bancomat non vengono più riforniti dall’inizio della guerra e c’è una grave carenza di contanti, senza considerare i ritardi nei pagamenti di stipendi e pensioni.
Il Nowruz è preceduto da un’altra antica festa zoroastriana, il “mercoledì del fuoco”, nell’ultimo mercoledì dell’anno. All’inizio della rivoluzione islamica il regime aveva cercato di vietare la ricorrenza, in cui bisogna saltare sopra un falò acceso nelle strade, nei parchi o nei giardini. Forse a causa dei bombardamenti, per paura delle forze di sicurezza o semplicemente perché le persone non erano in vena di festeggiare, le celebrazioni sono state meno numerose che in passato, anche se il blackout di internet e delle comunicazioni imposto dal regime dall’inizio della guerra non permette di avere informazioni precise.
Alcuni video testimoniano che a Teheran e nelle periferie, in particolare a Karaj, ci sono stati festeggiamenti. In uno dei filmati, ripreso nel quartiere di Chitgar (nell’ovest della capitale) e verificato dall’Afp, si vedono alcuni miliziani basij sparare sulla folla radunata intorno ai falò.
“Il regime cerca di reprimere le celebrazioni pubbliche e di dirottare l’energia sociale verso le manifestazioni di lutto a favore del regime”, osserva Andres Ilves, ex direttore del servizio in persiano e in pashtu della Bbc, sul sito Iran Briefing. “Le autorità considerano i festeggiamenti in strada una mancanza di rispetto verso la guida suprema defunta e un regalo al nemico”.
Intanto il regime continua a terrorizzare la popolazione. Il capo della polizia Ahmad-Reza Radan ha minacciato di trattare “come nemico” chiunque osi manifestare. Un recente comunicato dei Guardiani della rivoluzione (pasdaran) si spinge oltre. “Dice molto chiaramente”, spiega Reza Moini, “che ogni manifestante sarà trattato come un soldato israeliano o statunitense”.
A Qom tre giovani che avevano partecipato a una protesta, Saleh Mohammadi, Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, sono stati impiccati pubblicamente a una gru alla vigilia del Nowruz, dopo essere stati condannati per il crimine di moharebeh, “ostilità a Dio”. Saleh Mohammadi, noto per aver partecipato ad alcune competizioni internazionali di wrestling, aveva diciannove anni. Secondo Amnesty international non ha potuto avere “una difesa adeguata” ed è stato costretto a rilasciare “confessioni” attraverso “procedure sommarie che non somigliano a un regolare processo”. Un quarto condannato era stato ucciso il giorno prima per “complicità con il nemico sionista”. Almeno altri 56 contestatori sarebbero in attesa della pena capitale. “Penso che i leader iraniani continueranno con le esecuzioni”, aggiunge Moini. “Per intimidire la popolazione e per far sapere all’estero che non hanno paura”.
Non è solo la repressione a intensificarsi, ma anche i bombardamenti. Buona parte dei vertici militari è stata eliminata: gli ultimi sono stati il comandante dei basij Gholamreza Soleimani, il ministro dell’intelligence Esmail Khatib e il generale Ali Mohammad Naini, ucciso il 20 marzo a Teheran. Ma soprattutto pesa l’uccisione di Ali Larijani, il potentissimo capo del consiglio superiore per la sicurezza nazionale, responsabile della gestione della guerra e considerato la testa pensante del regime. Anche se era un ex comandante dei pasdaran e aveva orchestrato la sanguinosa repressione di gennaio, Larijani non era considerato vicino ai Guardiani perché aveva un approccio meno ideologico ai conflitti. La sua morte in un attacco israeliano potrebbe significare che il premier israeliano Benjamin Netanyahu vuole chiudere la porta all’ipotesi di colloqui con Teheran.
La scomparsa di Larijani rafforzerà la fazione dei pasdaran più radicale. Ahmad Vahidi, il loro nuovo capo, è l’incarnazione di questa corrente. Sul generale incombe dal 2007 un mandato d’arresto internazionale (red notice) dell’Interpol su richiesta di Buenos Aires, che lo accusa di aver organizzato l’attentato del 1994 contro il centro ebraico della capitale argentina.
Gli attacchi israelo-statunitensi non prendono di mira solo la gerarchia militare: anche gli ufficiali di rango intermedio sono dei bersagli. Quindi i gruppi di miliziani che controllano le strade possono in qualunque momento essere attaccati con i droni. “Questo li costringe a nascondersi dove possono, sotto i ponti, negli edifici amministrativi”, osserva Nasser Etemadi, giornalista e analista franco-iraniano. A volte “confiscano le scuole quando sono vuote”.
Resistenza asimmetrica
Ma anche l’Iran continua a colpire duramente, soprattutto i suoi vicini. Migliaia di missili e droni sono stati lanciati verso i paesi arabi del Golfo dal 28 febbraio. Il 20 marzo è stata colpita una raffineria in Kuwait e due giorni prima in Qatar era stato preso di mira un grande impianto per il gas naturale liquefatto.
Secondo Andres Ilves, “la strategia iraniana si fonda su una resistenza asimmetrica. L’Iran si è dedicato per anni alla costruzione di ‘città dei missili’, reti di tunnel sotterranei, disseminate in varie province e pensate per immagazzinare e lanciare missili anche dopo che le infrastrutture in superficie venivano attaccate”. Anche le strutture di comando sono decentralizzate: i Guardiani della rivoluzione sono organizzati in 31 unità provinciali in grado di operare autonomamente in caso di collasso del comando centrale.
Alcune azioni hanno sorpreso gli osservatori, come quelle contro l’Oman, che ha legami stretti con Teheran. Invece di prevenire gli attacchi, questo sistema è concepito per sopravvivere alle offensive. L’arsenale di missili è meno fornito rispetto a prima della guerra del giugno 2025, ma il regime lo sta usando con parsimonia e precisione.
Secondo Reza Moini, in Iran molti sono preoccupati anche da un’eventuale guerra civile e guardano con inquietudine al Kurdistan iraniano e a quello iracheno, dove hanno sede i principali gruppi d’opposizione armati curdi. “Stanno resistendo alle pressioni statunitensi che li spingono a intervenire. I timori non riguardano molto i grandi partiti tradizionali curdi, come il Partito democratico del Kurdistan iraniano, che è stato bombardato dal regime, ma le organizzazioni legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, che potrebbero essere tentate”.
“Il loro ingresso in guerra rischia di causare l’intervento della Turchia o dell’Azerbaigian e di complicare ulteriormente la situazione. Alla paura dei bombardamenti e alla folle repressione del regime, se ne aggiunge una terza: quella di una guerra interna”, conclude. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati