Jair Messias Bolsonaro è un politico autoritario, razzista, maschilista e omofobo. Ammira la dittatura che ha fatto sprofondare il Brasile in una delle sue epoche più buie per vent’anni, dal 1964 al 1985, e difende quei valori reazionari che si stanno diffondendo a macchia d’olio nel mondo. Ora è a un passo dalla presidenza del paese. Alle elezioni del 7 ottobre il leader di estrema destra del Partito social-liberale ha ottenuto il 46 per cento dei voti contro il 29,2 per cento di Fernando Haddad, il candidato del Partito dei lavoratori (Pt, sinistra) indicato dall’ex presidente Lula, in carcere per corruzione. Solo un capovolgimento radicale e improbabile potrà evitare che al ballottaggio, previsto il 28 ottobre, l’estrema destra vinca e governi a partire dal 1 gennaio il gigante latinoamericano.

Il Brasile ha davanti a sé tre settimane decisive. In un clima di grande polarizzazione, i candidati dovranno convincere gli elettori a scegliere qualcosa che finora hanno respinto. Nel caso di Bolsonaro, è una domanda da un milione di dollari: perché dovrebbe spostarsi al centro se essere un radicale di estrema destra lo ha portato dove teoricamente non avrebbe dovuto arrivare? E vale la pena di farlo quando il 44 per cento dell’elettorato è determinato a schierarsi contro di lui? Per quanto riguarda Haddad, forse userà tutti i mezzi a sua disposizione, tutte le armi della vecchia politica che il Pt sa (o sapeva) usare benissimo. Il partito storico della sinistra brasiliana si scaglierà con ancora più forza contro Bolsonaro, un ex capitano dell’esercito, accusandolo di violare i diritti umani e di voler far tornare il paese indietro di quarant’anni.

Ma dalla sua parte Bolsonaro ha il fatto che queste critiche non sono una novità e finora non l’hanno fermato. Il disinteresse brasiliano per la democrazia, un sentimento che sembrava inesistente fino alla sua entrata in scena, lo protegge da qualsiasi attacco. Inoltre gioca a suo favore l’antipetismo, cioè la rabbia verso il Pt, un sentimento che sembrava diffuso ma nessuno immaginava fino a che punto. Se dieci giorni fa il 59 per cento degli elettori di Bolsonaro era dichiaratamente ostile al Pt, ora l’ex capitano dell’esercito deve sedurre gli elettori di centro che sono rimasti orfani: forse non sarà il candidato ideale, ma secondo molti almeno non è del Pt.

Haddad affronta una sfida molto più complessa. Deve riconquistare i voti che erano destinati a Lula da Silva e allo stesso tempo allontanarsi dalla lunga ombra del suo mentore per guadagnarsi le simpatie di almeno una parte dei cittadini che ce l’hanno con il Pt. La sua unica speranza di sconfiggere Bolsonaro è unire questi due fronti in conflitto da anni e diventare il candidato del centro, dove l’antipetismo è diffuso e dove maggiore è la tentazione di passare nelle file di Bolsonaro. Haddad può presentarsi come il candidato più democratico. Non è un caso che appena ha saputo di essere arrivato al ballottaggio ha ripetuto che il Brasile deve proseguire sulla strada della democrazia.

Da sapere
Verso il ballottaggio
Risultato del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane del 7 ottobre, percentuale di voti (Fonte: Folha de S.Paulo)

Gli sconfitti

Le prossime tre settimane obbligheranno anche gli altri politici e partiti brasiliani a prendere posizione. Il silenzio sarà interpretato come un tacito sostegno al progetto dell’ultraconservatore Bolsonaro. Finora la frattura sociale ha impedito alle posizioni più moderate di trasformarsi in un’opzione di voto. Il candidato di centrosinistra Ciro Gomes, arrivato terzo con il 12 per cento dei voti, ha detto di essere contrario a Bolsonaro e di voler sostenere Haddad. Ma non mancano precedenti di sostegno a Bolsonaro in tutti gli ambiti del potere brasiliano. Gli ultimi giorni della campagna elettorale, quando le intenzioni di voto davano Bolsonaro in netta ascesa, la borsa ha cominciato a chiudere al rialzo, gruppi di deputati hanno osato esprimere il loro sostegno al probabile vincitore e gli evangelici lo hanno indicato come il loro favorito.

Da sapere
L’ultima occasione del Pt

◆ “Ci sono elezioni che si possono perdere, ma non queste”, scrive il sociologo Celso Rocha de Barros. “Il Partito dei lavoratori **(Pt, sinistra) deve abbandonare qualsiasi risentimento e desiderio di vendetta alimentati dalla crisi politica innescata nel 2016 dalla messa in stato d’accusa della presidente **Dilma Rousseff. Se il candidato del Pt, Fernando Haddad, sarà sconfitto dal candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, c’è la possibilità concreta che i brasiliani poveri non riusciranno più a farsi sentire nel sistema politico brasiliano, almeno per una generazione. Il Pt non ha il diritto di imporre ai cittadini più disagiati questa tragedia a causa della sua incompetenza o del suo radicalismo. La campagna elettorale per il ballottaggio dev’essere più inclusiva possibile e difendere la democrazia da Bolsonaro”. Folha de S.Paulo


Il chiaro trionfo di Bolsonaro al primo turno lascia sul campo diversi sconfitti. Il contraccolpo subìto dal Partito dei lavoratori è enorme. L’ombra di Lula, il politico più carismatico della storia del paese e protagonista della caduta in disgrazia più clamorosa della storia recente, è stata tossica. All’inizio di settembre, quando il tribunale superiore elettorale ha stabilito che Lula non poteva candidarsi, i sondaggi indicavano che aveva il 39 per cento dei consensi. Nessun altro candidato lo superava. Poi Lula ha designato l’ex sindaco di São Paulo, Haddad, come suo successore. Ma i brasiliani hanno dimostrato di amare Lula, non un generico rappresentante di un partito segnato dalla corruzione e ormai sgradito alle classi medie e basse, le stesse che gli avevano dato fiducia per tredici anni.

Anche i sondaggi hanno sbagliato. Nessuno ha colto la crescita esponenziale del leader di estrema destra. Il 6 ottobre Bolsonaro era dato al 40 per cento, sei punti meno di quelli che ha poi ottenuto. La stessa cosa che è successa con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, il trionfo della Brexit nel Regno Unito, il no al processo di pace in Colombia e alle elezioni brasiliane del 2014. In quell’occasione quando tutto lasciava presagire un ballottaggio tra Dilma Rousseff e Marina Silva, il candidato di centrodestra Aécio Neves ha avuto la meglio su Silva. Alla fine Rousseff ha ottenuto 54 milioni di voti e Neves 51. Ora i brasiliani devono evitare che l’autoritarismo in espansione nel mondo metta radici nel loro paese e offrire una lezione su come si difendono i valori democratici. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati