Un sondaggio recente ha sconvolto gli israeliani: a quanto pare gli ebrei statunitensi apprezzano più il sindaco di New York Zohran Mamdani del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Anche se la destra statunitense ha demonizzato in ogni modo il sindaco di New York, accusandolo di essere sia un fondamentalista islamico sia un comunista, il 44 per cento degli ebrei statunitensi ha una buona opinione di lui, mentre solo il 32 per cento giudica positivamente Netanyahu. Lo studio dell’Associated Press-Norc center for public affairs research evidenzia un altro aspetto ancora più sconvolgente per i cittadini dello stato ebraico: il 30 per cento degli ebrei statunitensi ritiene che Israele stia commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza.

Si tratta di una frattura storica all’interno della più numerosa comunità ebraica fuori da Israele, che in passato lo ha sempre sostenuto incondizionatamente. Da decenni la “lobby ebraica”, come la chiamano i suoi detrattori, esercita una forte pressione su entrambi i partiti statunitensi per mantenere un’alleanza tra la prima potenza mondiale e lo stato di Israele, accompagnata da generosi aiuti finanziari e militari. Ma ora qualcosa è cambiato: il sostegno bipartisan che ha permesso di mantenere il legame a prescindere dagli avvicendamenti a Washington non esiste più. Gli israeliani più lucidi sanno bene che la colpa di questa evoluzione, le cui conseguenze rischiano di essere molto pesanti, è di Netanyahu.

Già nel 2015, quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama, il primo ministro israeliano aveva cercato di alimentare il conflitto tra repubblicani e democratici per bloccare l’accordo nucleare con l’Iran. Ignorando i consigli dell’amministrazione Obama, Netanyahu aveva addirittura esortato personalmente il congresso degli Stati Uniti a votare contro l’accordo, poi ratificato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel 2018 Trump ha fatto saltare l’intesa, con le conseguenze che conosciamo bene. Quindi non c’è da sorprendersi se la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran al fianco di Israele sia percepita dagli americani come una “guerra di Trump”, e non come una guerra al fianco del principale alleato statunitense in Medio Oriente.

Parole dure

Uno dei segni di questa frattura è arrivato dalla visita in Israele di Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto di Barack Obama ed ex sindaco di Chicago, il cui nonno è nato a Gerusalemme e il cui padre ha partecipato alla guerra arabo-israeliana. Il messaggio di Emanuel, ripetuto negli studi televisivi e all’interno delle università, è stato chiaro: l’appoggio degli Stati Uniti a Israele non è più scontato.

Emmanuel ha accusato Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra di aver portato Israele all’“impasse”, sottolineando che per mantenere il sostegno di Washington (e soprattuto quello del futuro candidato del partito democratico alle presidenziali del 2028) lo stato ebraico dovrà introdurre cambiamenti sostanziali, a cominciare dal riconoscimento del diritto dei palestinesi alla sovranità e dalla rinuncia all’annessione della Cisgiordania.

Alla rottura del sostegno bipartisan si accompagna una frattura anche all’interno degli elettori di Donald Trump. Oggi la stragrande maggioranza dei giovani democratici è contraria alla guerra israeliana a Gaza, ma esiste anche un’ala isolazionista del movimento Maga (make America great again) che non segue più la linea del presidente statunitense. Per motivi opposti a quelli citati da Emmanuel, anche il vicepresidente J.D. Vance ha inviato un messaggio poco rassicurante a Israele in seguito alle critiche rivolte a Trump sull’Iran: “Se facessi parte del governo israeliano eviterei di attaccare l’unico alleato che mi resta”.

Un linguaggio così crudo è assolutamente insolito. A pochi mesi da due votazioni cruciali – quelle di mid-term negli Stati Uniti e le legislative in Israele – una rottura storica rischia di compromettere un’alleanza che sembrava indistruttibile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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