Poco prima che il Movimento 5 stelle lo scegliesse come suo candidato alla carica di presidente del consiglio, il trentunenne Luigi Di Maio era andato nella cattedrale di Santa Maria Assunta, a Napoli, per un rito d’iniziazione. Voleva assistere per la prima volta al “miracolo di San Gennaro”, secondo il quale il presunto sangue del santo patrono della città torna ogni anno a liquefarsi sotto gli occhi dei fedeli.

Per Napoli quel giorno di settembre era stato di buon auspicio, perché il sangue si era sciolto in modo insolitamente rapido, scatenando un enorme applauso. Era un presagio incoraggiante anche per l’onorevole Di Maio, che aveva baciato l’ampolla contenente la sacra reliquia, come molti politici più tradizionali avevano fatto prima di lui. “Ho provato una forte emozione”, ha detto Di Maio ai giornalisti. “Questo è un grande momento per la nostra religione e la nostra fede”.

Luigi Di Maio durante la campagna elettorale. Torino, 17 febbraio 2018  (Guido Montani, OneShot/Luz)

Domenica 4 marzo Di Maio ha compiuto il suo miracolo personale, portando i cinquestelle a una travolgente vittoria alle elezioni politiche e facendo risorgere lo spettro del populismo nell’Unione europea. L’M5s, che è stato fondato nel 2009 dal comico genovese Beppe Grillo come movimento di protesta online, ha ottenuto il 32 per cento dei voti, più di qualsiasi altro partito. I giovani, i più poveri e i meridionali, si sono schierati in modo preponderante dalla parte di Di Maio, attirati dalla promessa di spazzare via la corruzione dalla pubblica amministrazione, di porre fine alle politiche di austerità dell’Ue e di garantire ai meno ricchi un sostegno al reddito. La sua strada per diventare presidente del consiglio è ancora in salita perché il movimento non ha la maggioranza dei seggi in parlamento, ma Di Maio sarà uno dei protagonisti delle consultazioni che cominceranno a fine marzo per formare una coalizione di governo.

L’ascesa di Di Maio ai vertici della politica italiana è stata rapida e, come sostiene qualcuno, puramente casuale. Nato nel 1986 da una famiglia cattolica, borghese e conservatrice, è cresciuto a Pomigliano D’Arco, una cittadina industriale alla periferia di Napoli, nota per le sue fabbriche automobilistiche e aerospaziali. La madre insegna italiano e latino, mentre il padre è un imprenditore edile ed ex dirigente del Movimento sociale italiano – l’erede postbellico del partito fascista – un fatto usato dai suoi critici per definirlo un uomo di destra. A scuola Di Maio prendeva buoni voti e aveva una passione per l’informatica e l’attivismo studentesco. Quando il terremoto del 2002 distrusse una scuola elementare in Molise causando 28 vittime, partecipò alle lotte per avere strutture migliori. All’università non ha mai ingranato, passando da ingegneria a giurisprudenza per poi rinunciare. Di Maio ha svolto una serie di lavori diversi tra loro, dal marketing online al ruolo di steward presso il San Paolo, lo stadio della squadra di calcio del Napoli.

Calmo e rassicurante

Di Maio è entrato presto nell’orbita dei cinquestelle, quando il loro slogan era ancora “Vaffanculo” all’establishment. Peppino Gambardella, il parroco di Pomigliano, racconta che hanno combattuto insieme per impedire la privatizzazione delle risorse idriche pubbliche e proteggere i piccoli commercianti. “Era diventato un paladino dei diritti della gente”, afferma il sacerdote. Nel 2010 Di Maio è stato candidato senza successo alla carica di consigliere comunale – neanche suo padre l’ha votato – ma nel 2013 ha vinto le primarie online ed è diventato uno dei candidati al parlamento dell’M5s. Una volta entrato, è stato eletto vicepresidente della camera. “A Pomigliano molti lo considerano un uomo fortunato”, dice il suo biografo Paolo Picone. “Ma, come afferma Seneca, ‘la fortuna è quello che capita quando la preparazione incontra l’opportunità’”.

I leader dei cinquestelle hanno visto in Di Maio l’uomo di punta perfetto per passare da partito della rabbia a potenziale forza di governo. Sempre vestito in modo impeccabile in giacca e cravatta, raramente si lascia coinvolgere nelle polemiche sopra le righe per le quali sono noti i cinquestelle. “Non supera mai i limiti, non si lascia trasportare, è sempre molto composto”, afferma Picone. Il suo stile è in netto contrasto con quello dell’altro vincitore delle elezioni del 4 marzo, Matteo Salvini, che nel nord Italia ha fatto guadagnare molti voti alla Lega con un programma contro gli immigrati e a favore del nazionalismo economico.

Invece Di Maio, che ora vive al centro di Roma, ha cercato di far spostare l’M5s verso posizioni più moderate, soprattutto per quanto riguarda l’euro. Ha avuto vari incontri con industriali e ambasciatori dei paesi dell’Ue ed è perfino andato a Londra per rassicurare gli investitori.

Beneficio del dubbio

Ma i cinquestelle rimangono un movimento fuori del comune: la loro aggressività al vetriolo, le loro simpatie per il Cremlino in politica estera e il loro scetticismo sui vaccini obbligatori preoccupano ancora più d’uno, anche se in campagna elettorale Di Maio li ha messi da parte. Quando nella primavera del 2017 infuriavano le proteste contro i migranti, Di Maio ha attaccato le ong che prestavano soccorso nel Mediterraneo. Però durante la campagna elettorale ha abbassato i toni. È un “camaleonte che si adatta al mutare delle situazioni”, dice Massimiliano Panarari, che insegna _campaigning _e organizzazione del consenso all’università Luiss di Roma.

Di Maio ha commesso anche delle gaffe incredibili – per esempio quando ha detto che il dittatore cileno Augusto Pinochet era venezuelano – e ogni tanto sbaglia i congiuntivi. Tuttavia accusarlo di non conoscere la grammatica e la storia è da snob, e nessun altro attacco finora si è rivelato efficace, anche se qualcuno sostiene che sia il burattino di Grillo. “Non è né populista né moderato. È soprattutto un’invenzione”, dice Anna Ascani del Partito democratico, la formazione di centrosinistra sconfitta alle elezioni. “È stato scelto per ricoprire questo ruolo perché spaventa di meno”.

Di Maio sarà anche l’ennesimo politico italiano che fa promesse irrealistiche a una generazione e a un paese con una voglia disperata di cambiamento, ma gli elettori gli hanno concesso il beneficio del dubbio per permettergli di diventare il primo presidente del consiglio meridionale dal 1989. “Abbiamo aperto una breccia nel vecchio modo di fare politica e non torneremo indietro”, ha detto Di Maio a Pomigliano durante i festeggiamenti per la vittoria. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati