Se qualcuno vi avesse detto che “probabilmente” per cena avrebbe mangiato un piatto di pasta ma poi aveste scoperto che aveva preso una pizza, vi sentireste sorpresi, o addirittura ingannati? Più seriamente, cosa significa quando sentiamo dire che “molto probabilmente” il riscaldamento globale supererà gli 1,5 gradi entro la fine del decennio, come hanno avvertito le Nazioni Unite? Tradurre la vaghezza del linguaggio nella precisione della probabilità matematica (e viceversa) è un esercizio complicato, ma può essere più scientifico di quanto pensiate.

Parlando di probabilità, esistono due parole su cui siamo quasi tutti d’accordo. Quando qualcosa è “impossibile”, la probabilità che accada è dello 0 per cento, mentre un evento “certo” ha il 100 per cento di probabilità di verificarsi. Tra questi due estremi, le cose sono più complicate. Gli antichi greci come Aristotele distinguevano tra eikós, ciò che è probabile, e pithanon, plausibile o convincente. E già qui emergono i primi problemi. Per un oratore abile, qualcosa di convincente non doveva necessariamente avere una probabilità elevata di essere vero. A peggiorare le cose, eikós e pithanon venivano usati a volte in modo intercambiabile, al punto che Cicerone traduceva entrambe le espressioni con il latino “probabile”.

L’idea di un approccio misurabile e matematico alla probabilità non è emersa fino a molto tempo dopo. Il concetto è stato sviluppato per la prima volta a metà del seicento da alcuni matematici che volevano risolvere diversi problemi legati al gioco d’azzardo, come la corretta divisione delle vincite nel caso in cui una partita venisse interrotta. Nello stesso periodo, i filosofi si sono domandati se fosse possibile quantificare i diversi livelli di convinzione. Nel 1690, per esempio, John Locke definì i gradi di probabilità in base alla loro forza all’interno di uno spettro che andava dalla sicurezza (“il consenso generale di tutti gli uomini in tutti i secoli, fin dove si può conoscere”) alla fiducia nella nostra esperienza, fino alla testimonianza, che è indebolita dal fatto di essere trasmessa una o più volte, un principio legale importante oggi come allora.

Da sapere
Sette scalini
Come definire la probabilità di un evento secondo le linee guida dell’Ipcc, percentuale (Ipcc)

Poeti contro matematici

Questo legame tra legge e probabilità è rimasto molto rilevante per i filosofi. Nerlla prima metà dell’ottocento Jeremy Bentham sottolineò che per quantificare la credibilità di una testimonianza, “il linguaggio ordinario è assai sterile e difettoso”. Il filosofo inglese si domandava se “il grado di forza probante” potesse “essere espresso con dei numeri come lo sono i gradi di probabilità dai matematici”. Bentham suggeriva di chiedere ai diversi soggetti di quantificare la forza delle proprie convinzioni, positive o negative, in una scala da 0 a 10. Alla fine concluse che nonostante l’idea non fosse priva di merito, la soggettività e le variazioni tra un individuo e l’altro rendevano poco pratico il sistema.

Un secolo dopo l’economista John Maynard Keynes criticò la scala proposta da Bentham, preferendo un approccio più relazionale alla probabilità. Anziché concentrarsi sui numeri, Keynes pensava che fosse più sensato parlare di maggiore o minore probabilità di un evento rispetto a un altro: “Possiamo fissare la nostra attenzione sulla nostra stessa conoscenza e, considerandola come il nostro punto di partenza, esaminare la probabilità di ogni altra supposizione”. In questo caso abbiamo una gerarchia, ma non un meccanismo sistematico per trasmettere il significato specifico di “probabile” da una persona all’altra.

Tuttavia non è stato un matematico né un filosofo a risolvere per primo il problema, ma un analista della Cia. Nel 1964 Sherman Kent scrisse un promemoria riservato intitolato Words of estimative probability. La preoccupazione di Kent era la stesura dei National intelligence estimates, una serie di documenti segreti usati per informare i politici. Per fare un esempio: se un analista scrive che una foto scattata da un satellite spia mostra “quasi certamente” una pista d’atterraggio militare, quali conclusioni dovrebbe trarne il presidente degli Stati Uniti?

Kent ha evidenziato il conflitto ormai familiare tra quelli che definiva “poeti”, ovvero le persone che cercano di trasmettere un significato attraverso le parole, e i “matematici”, che si affidano ai numeri. L’analista propose che parole specifiche fossero usate per indicare probabilità specifiche, in modo che “quasi certo”, per esempio, corrispondesse a un 93 per cento di probabilità – anche se ammise un margine di variazione in un senso e nell’altro. In seguito l’idea di una struttura condivisa per comprendere la probabilità è passata dall’intelligence alle discipline scientifiche. Una revisione di studi ha analizzato il modo in cui i pazienti e gli operatori sanitari interpretano parole come “probabile” nel contesto di una diagnosi o di una terapia, rilevando alcune sovrapposizioni con lo schema di Kent anche se non una corrispondenza totale.

Restare positivi

Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa significa “molto probabile” nel contesto del cambiamento climatico? A fare chiarezza ci ha pensato il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) nelle linee guida su come gli scienziati dovrebbero esprimere l’incertezza nei loro rapporti. Ufficialmente, “molto probabile” significa che un evento ha una probabilità di verificarsi compresa tra il 90 e il 100 per cento. Considerando che molti ricercatori sostengono che abbiamo già superato la soglia degli 1,5 gradi, la stima sembra esatta.

Detto questo, niente è mai davvero semplice. Dal punto di vista logico le frasi “è probabile che l’evento A si verifichi” ed “è improbabile che l’evento A non si verifichi” dovrebbero essere equivalenti, ma uno studio pubblicato nel 2025 ha dimostrato che le persone a cui veniva detto che una particolare previsione climatica era “improbabile” avevano l’impressione che l’informazione fosse sostenuta da prove meno solide e avesse meno consenso tra gli scienziati rispetto a una frase equivalente che usava l’aggettivo “probabile”. Il motivo potrebbe essere legato al bias cognitivo che ci porta a preferire le espressioni affermative a quelle negative.

Cosa possiamo concludere da tutto questo? Prima di tutto che quando comunichiamo l’incertezza i numeri possono essere molto utili. Nei casi in cui è meglio non affidarsi alla matematica – se diceste che “c’è una probabilità del 75 per cento” che stasera mangerete pasta potrebbero guardarvi in modo strano – provate ad assicurarvi che le persone con cui state comunicando interpretino allo stesso modo le parole che usate. Infine, se possibile, concentratevi sulla forma positiva: in questo modo sarà più probabile che la gente creda alle vostre previsioni. Quanto più probabile? Be’, questo non saprei proprio dirvelo. ◆ sdf

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati