Se un marziano atterrasse sulla Terra con la missione di capire come funziona la politica mondiale resterebbe sorpreso dal ruolo ingombrante della Russia di Vladimir Putin nell’immaginario occidentale del ventunesimo secolo. Quasi metà degli statunitensi crede che Mosca abbia truccato le elezioni presidenziali americane del 2016. Molti europei sospettano che il Cremlino manipoli l’opinione pubblica dei loro paesi. Alcuni mezzi d’informazione sostengono che Putin sia il leader politico più influente del mondo. La Russia è un modello.

Onestamente né l’annessione della Crimea né l’intervento militare in Siria o l’ingerenza nelle elezioni statunitensi bastano a giustificare l’ossessione nei confronti del Cremlino. È vero, la Russia è una potenza militare, ma il suo potere e è una copia sbiadita di quello che aveva l’Unione Sovietica. Il paese ha un tasso di natalità basso quanto quello europeo e un’aspettativa di vita quasi paragonabile a quella dei paesi africani. La sua popolazione ha uno dei livelli d’istruzione universitaria più alti del mondo industrializzato, ma ha anche uno dei tassi di produttività più bassi. Lo stato è corrotto. Anche se Putin è un leader forte, le prospettive di uno sviluppo russo dopo la sua uscita di scena sono incerte.

La Russia è una non democrazia che funziona all’interno di una struttura democratica, un regime in cui si svolgono le elezioni ma dove il partito al potere non perde mai

Ma allora perché l’occidente è spaventato più dalla Russia che dal successo economico della Cina o dal terrorismo islamico o dalla Corea del Nord? Possiamo trovare la risposta nel romanzo Il sosia di Fëdor Dostoevskij, la storia di un impiegato che incontra un uomo identico a lui, che però possiede tutto il fascino e l’autostima che mancano al protagonista. Piano piano, l’impiegato si trasforma nel sosia e finisce in manicomio. Quando si parla della Russia, l’occidente si sente come l’impiegato di Dostoevskij, ma con una differenza: mentre nel libro il sosia è la persona che il protagonista avrebbe sempre voluto essere, la Russia è diventata il sosia che l’occidente teme di poter diventare. Quello che succede in quel paese oggi potrebbe succedere in occidente domani.

La Russia è l’esempio di una non democrazia che funziona all’interno di una struttura istituzionale democratica, un regime politico in cui si svolgono le elezioni ma dove il partito al potere non perde mai. Il paese di Putin può insegnarci che l’esistenza di governi formalmente eletti non significa che la voce dei cittadini venga ascoltata. Forse le elezioni occidentali – indirizzate dal potere del denaro, sfigurate dalla polarizzazione politica e svuotate di significato dall’assenza di vere alternative politiche – somigliano alle elezioni russe più di quanto vogliamo pensare?

L’esperienza di Mosca lascia presagire che nel mondo stia crescendo il rifiuto nei confronti della società aperta, dell’idea liberale secondo la quale l’apertura delle frontiere e la libera circolazione delle informazioni migliorano la vita dei cittadini. I presunti tentativi di Mosca d’interferire nelle elezioni occidentali mostrano il lato oscuro di un mondo senza confini. Inoltre la Russia fornisce l’esempio più radicale di feudalizzazione e incoerenza dello stato all’epoca della globalizzazione, accanto all’ascesa di una società del post-lavoro. Dentro lo stato russo diversi dipartimenti – ministeri, polizia, magistratura – passano il tempo a combattersi tra loro senza collaborare per raggiungere un obiettivo condiviso. Uno stato simile non può imporsi sulla società né rispondere alla pressione sociale. Gli osservatori occidentali sono turbati perché, nonostante le cause della crescente incoerenza degli stati occidentali siano diverse da quelle che hanno plasmato la realtà russa, la tendenza è simile.

La Russia di Putin è un esempio impressionante della tendenza globale verso la disuguaglianza economica. Ma allo stesso tempo, in un certo senso, è un’utopia socialista: le uniche a essere sfruttate sono le risorse naturali. La classe dirigente russa non si è arricchita sfruttando la manodopera, ma privatizzando il patrimonio pubblico, a cominciare dall’industria degli idrocarburi. I poveri non sembrano neanche degni di essere sfruttati e non c’è molto da guadagnare costringendoli a giurare fedeltà a un’ideologia ortodossa. Invece di cercare di controllare il popolo, i privilegiati gli hanno semplicemente voltato le spalle. Questo meccanismo di sfruttamento ci fa capire cosa sta andando male in occidente. Inoltre, il fatto che molti dei disoccupati russi abbiano una laurea evidenzia il ruolo ambiguo dell’istruzione, che non garantisce l’accesso al mondo del lavoro.

Mosca dimostra come un manipolo di persone ricche e di governanti intoccabili possa dominare una società frammentata senza usare la violenza. Questo modello, né democratico né autoritario, né sfruttatore in senso marxista né repressivo in senso liberale, è un’immagine del futuro che non dovrebbe farci dormire la notte. Quello che preoccupa l’occidente liberale non è la possibilità che la Russia governi il mondo, ma che il mondo possa essere governato come la Russia. Il problema è che l’occidente ha cominciato a somigliare alla Russia di Putin più di quanto sia disposto ad ammettere. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati