Di fronte alla crisi climatica che rende più cupe le prospettive dell’industria dei combustibili fossili, le aziende chimiche e petrolifere fanno a gara per produrre più plastica. Devono però affrontare due problemi: molti mercati sono già saturi e pochi paesi sono disposti a diventare le discariche per i rifiuti in plastica di tutto il mondo.
Una soluzione, per il settore, potrebbe essere l’Africa. Secondo alcuni documenti consultati dal New York Times, l’American chemistry council (l’associazione che rappresenta le aziende chimiche e di combustibili fossili più grandi del mondo) sta cercando di influenzare i negoziati commerciali in corso tra gli Stati Uniti e il Kenya per convincere il governo di Nairobi a rinunciare alle rigide limitazioni imposte all’uso della plastica. Inoltre sta facendo pressioni affinché il Kenya continui a importare rifiuti in plastica dall’estero, un’attività che il paese si è impegnato a limitare. Ma i produttori di plastica guardano ben oltre i confini keniani. “Prevediamo che grazie a un eventuale accordo commerciale il Kenya possa diventare un centro nevralgico per rifornire altri mercati africani con i prodotti chimici e plastici realizzati negli Stati Uniti”, ha scritto Ed Brzytwa, direttore del commercio internazionale dell’American chemistry council, in una lettera del 28 aprile 2020 indirizzata all’ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti e il Kenya sono attualmente impegnati in negoziati commerciali e il presidente keniano Uhuru Kenyatta ha fatto capire di non vedere l’ora di arrivare a un accordo.
Tuttavia l’attività della lobby petrolifera preoccupa i gruppi ambientalisti che, in Kenya e altrove, hanno fatto di tutto per ridurre l’uso della plastica e i suoi rifiuti.
Come molti altri paesi, il Kenya deve fare i conti con la proliferazione di questo materiale. E le proposte dell’American chemistry council “si tradurrebbero in un inevitabile aumento di plastica e sostanze chimiche nell’ambiente”, afferma Griffins Ochieng, direttore esecutivo del Centre for environmental justice and development, un’ong di Nairobi. “È sconvolgente”.
Queste strategie sono anche il riflesso di un settore petrolifero che contempla il suo inevitabile declino mentre il mondo lotta contro il riscaldamento globale. I profitti sono crollati a causa della pandemia e si teme che l’emergenza climatica porterà il mondo ad accantonare i combustibili fossili.
La pandemia di covid-19 non ha fatto crollare solo i prezzi del petrolio e del gas
Il settore ha investito nella plastica 200 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni, soldi che sono stati spesi per la costruzione di nuovi impianti chimici e manifatturieri negli Stati Uniti. Tuttavia gli Stati Uniti consumano già una quantità di plastica che è fino a sedici volte superiore a quella di molti paesi poveri. E il rifiuto sempre più diffuso della plastica usa e getta complica la possibilità di immettere nuovi prodotti sul mercato interno.
Secondo le statistiche commerciali, nel 2019 gli esportatori statunitensi hanno spedito quasi settecentomila tonnellate di rifiuti plastici in 96 paesi, compreso il Kenya. Ufficialmente sono destinati al riciclo, ma in realtà la maggior parte di questi materiali – tra cui ci sono le plastiche più difficili da riciclare – finisce nei fiumi e negli oceani.
Dopo che la Cina, nel 2018, ha chiuso i suoi porti a gran parte dei rifiuti plastici, gli esportatori hanno dovuto cercare nuove discariche, così nel 2019 le esportazioni verso l’Africa sono più che quadruplicate rispetto all’anno precedente.
Ryan Baldwin, un portavoce dell’American chemistry council, afferma che le proposte dell’associazione sottolineano l’importanza di una gestione dei rifiuti globale. Nella lettera dell’aprile scorso si legge che “c’è un bisogno globale di sostenere lo sviluppo di infrastrutture per raccogliere, differenziare, riciclare e processare la plastica usata, soprattutto in paesi in via di sviluppo come il Kenya”. L’American chemistry council comprende le aziende petrolchimiche Exxon Mobil, Chevron e Shell, e grandi aziende chimiche come la Dow.
Le trattative commerciali sono ancora alle battute iniziali e non è chiaro se i negoziatori ascolteranno le proposte del settore chimico e petrolifero statunitense. Di solito, però, l’industria ha un peso determinante nelle politiche commerciali del governo di Washington e già in passato i lobbisti hanno ottenuto concessioni simili. Per il Kenya “suona un campanello di allarme”, dichiara Sharon Treat, avvocata dell’Institute for agriculture and trade policy, un’organizzazione indipendente che da più di dieci anni offre consulenze al governo statunitense nei negoziati commerciali. I lobbisti “fanno proposte molto specifiche, che i governi spesso accettano”, spiega Treat.
Profitti in fumo
La pandemia di covid-19 non ha fatto crollare solo i prezzi del petrolio e del gas, ma anche quelli della plastica. Il mese scorso Shell, Exxon Mobil e Chevron hanno registrato alcuni dei risultati finanziari peggiori della loro storia, spingendo gli analisti a chiedersi se gli investimenti fatti in nuovi impianti per la produzione di plastica assicureranno a queste aziende i profitti sperati.
Un portavoce della Shell ha affermato che anche se “le prospettive a breve termine sono preoccupanti”, sul lungo periodo “i prodotti derivati dai composti petrolchimici continueranno a crescere e a garantire guadagni interessanti”. La Exxon Mobil ha affermato di “condividere le preoccupazioni della società sui rifiuti plastici” e di voler investire sulle soluzioni per eliminarli. La Dow ha girato le richieste di commento all’American chemistry council. La Chevron non ha risposto.
In questo contesto, lo scorso febbraio il presidente keniano Uhuru Kenyatta ha visitato la Casa Bianca esprimendo il desiderio di avviare negoziati commerciali. Al momento il Kenya può esportare molti prodotti negli Stati Uniti senza pagare dazi grazie a un programma regionale che scade nel 2025.
Il settore petrolchimico ha intuito una possibile apertura. La Exxon Mobil ha previsto per i prossimi dieci anni un aumento della domanda globale di prodotti petrolchimici di quasi il 45 per cento, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’economia globale e della richiesta di energia. Gran parte di questa domanda proverrà dai mercati emergenti.
La lettera del 28 aprile inviata dall’American chemistry council all’ufficio del rappresentante per il commercio statunitense spiega bene gli obiettivi del settore. Le reti portuali, ferroviarie e stradali keniane, in fase di sviluppo, “possono sostenere un’espansione del commercio di prodotti chimici non solo tra gli Stati Uniti e il Kenya, ma in tutta l’Africa orientale e nel resto del continente”, ha scritto Brzytwa.
187 paesi nel 2019 hanno firmato un accordo, promosso dalle Nazioni Unite, che aggiunge la plastica ai rifiuti pericolosi controllati dalla convenzione di Basilea.
**680mila **tonnellate di rifiuti di plastica sono state spedite dagli Stati Uniti – i primi consumatori di plastica al mondo – all’estero nel 2019.
96 paesi hanno preso questi rifiuti. A riceverne le quantità maggiori sono stati la Malesia (60mila tonnellate), il Messico (37mila tonnellate) e la Thailandia (27mila tonnellate). In Africa la plastica americana è finita in Ghana, Uganda, Tanzania, Sudafrica, Etiopia, Senegal e Kenya. Per Washington la plastica esportata viene “riciclata”, ma spesso finisce dispersa nell’ambiente. The Intercept
Per favorire la nascita di un hub della plastica, proseguiva Brzytwa, un accordo commerciale con Nairobi dovrebbe garantire che il governo keniano non prenda provvedimenti per ostacolare la produzione e l’uso della plastica, e che continui a importare rifiuti plastici. Queste richieste, secondo alcuni esperti, sono insolite e molto invadenti.
Le condizioni potrebbero riguardare ogni tipo di divieto sui sacchetti o le bottiglie di plastica, mette in guardia Jane Patton, esperta di plastica del Center for international environmental law. A suo avviso siamo di fronte a un tentativo di “erodere politiche adottate in modo democratico” in paesi stranieri.
Daniel Maina, fondatore della Kisiwani conservation network di Mombasa, sottolinea che i negoziati commerciali si svolgono in un momento di particolare vulnerabilità per il Kenya, che soffre le conseguenze economiche della pandemia: “Se gli Stati Uniti dovessero imporci accordi commerciali di questo tipo, temo che saremo una preda molto facile”.
L’American chemistry council dà battaglia a persone come James Wakibia, uno degli ispiratori della legge keniana che vieta i sacchetti di plastica, considerata una delle più rigide del mondo.
L’Africa è uno dei leader mondiali nella messa al bando dei sacchetti di plastica, con 34 paesi su 52 che hanno approvato dei divieti o adottato leggi contro le plastiche monouso. Ma la pandemia di covid-19 ha segnato un ritorno della plastica usa e getta, inizialmente circoscritto al settore sanitario ma che ultimamente si è diffuso anche nella ristorazione, scrive Fredrick Njehu sul quotidiano keniano Business Daily. “I consumatori nei centri urbani usano sempre più spesso contenitori e coperchi di plastica per gli alimenti e le bevande, posate e cannucce, oggetti che dopo pochi minuti diventano dei rifiuti. La grande domanda che dobbiamo farci è: la pandemia di covid-19 basta a giustificare tutta questa plastica usa e getta? Che effetto avrà sull’ambiente? Abbiamo visto che il taglio drastico nell’impiego dei sacchetti di plastica – in vigore dal 2017 – ha dato diversi benefici”, innanzitutto riducendo la quantità di rifiuti dispersi nell’ambiente, in particolare nei mari, e l’inquinamento atmosferico, perché viene bruciata meno plastica.
Di recente l’Unione europea, ricorda Fredrick Njehu, ha ribadito di voler vietare l’esportazione di materie plastiche difficili da riciclare, “una scelta lungimirante, segno di una coscienza ambientale”, che rispetta il trattato delle Nazioni Unite noto come convenzione di Basilea sulla regolamentazione dei movimenti internazionali dei rifiuti pericolosi.
Questa convenzione permetterà a molti paesi africani di respingere i carichi di rifiuti di plastica in arrivo dall’occidente. Le aziende produttrici di materie plastiche insistono spesso sul fatto che per risolvere il problema dell’inquinamento basta riciclare. Ma questo non vale per realtà come quella keniana, dove non ci sono le infrastrutture necessarie. Qui appena il 9 per cento dei rifiuti plastici viene riciclato e il 12 per cento viene bruciato, mentre il restante 79 per cento finisce nelle discariche, o disperso nell’ambiente. ◆
Quando era uno studente universitario, Wakibia, che oggi ha 37 anni, per andare a lezione doveva attraversare una discarica a Nakuru, la quarta area urbana più grande del Kenya. La puzza e i rifiuti plastici riversati sulle strade, racconta, l’hanno convinto a passare all’azione. Ha lanciato una campagna sui social network per chiedere la messa al bando della plastica. Nel giro di poco tempo il suo appello ha raccolto molti consensi in un paese inondato dalla plastica. I sacchetti sono ovunque, per aria, appesi agli alberi, nei corsi d’acqua, che spesso esondano perché intasati di rifiuti.
Senza sacchetti
Grazie a un forte supporto dell’opinione pubblica, nel 2017 Nairobi ha vietato l’uso dei sacchetti di plastica. È una norma molto rigida, che prevede pene fino al carcere per chi la infrange. Quest’anno il Kenya ha messo al bando altri tipi di plastica monouso, come le bottigliette e le cannucce, nei parchi nazionali e in altre aree protette.
“Abbiamo fatto qualcosa”, commenta Wakibia. “Ma non dobbiamo fermarci perché c’è ancora tantissimo inquinamento”. Il Kenya non è l’unico paese ad aver preso provvedimenti contro la plastica. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, i paesi che prevedono delle norme per regolamentarne o limitarne l’uso sono 127.
In risposta, l’industria ha cercato di occuparsi dello smaltimento dei rifiuti. La Alliance to end plastic waste – formata da giganti petroliferi come la Exxon Mobil e la Chevron, e dalla Dow – nel 2019 ha destinato 1,5 miliardi di dollari per combattere l’inquinamento da plastica. Ma questa cifra, fanno notare gli ambientalisti, è solo una piccola parte delle somme che le stesse aziende hanno investito in nuovi impianti. L’industria dice “di volersi occupare dei rifiuti, ma per noi il problema è la plastica in sé”, dichiara Ochieng. “Non possiamo permettere una crescita esponenziale della produzione di plastica”.
Per i produttori di plastica gli accordi diretti con paesi come il Kenya sono diventati quindi molto importanti. Tanto più da quando il settore ha subìto una grave battuta d’arresto su un’altra questione di portata globale: le esportazioni di rifiuti in plastica. Nel maggio del 2019, 187 paesi hanno siglato un accordo, basato sulla convenzione di Basilea, che equipara i rifiuti di plastica a rifiuti pericolosi, e rende molto più difficile esportarli nei paesi in via di sviluppo. L’industria petrolchimica era contro l’accordo e i negoziatori commerciali statunitensi si sono allineati. È quanto si deduce da alcune email interne che sono state scambiate tra l’Ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati Uniti e altri negoziatori.
Dai messaggi emerge come l’American chemistry council sia stata ascoltata dai funzionari commerciali statunitensi. Nell’aprile del 2019 l’associazione ha invitato alcuni funzionari governativi a discutere la proposta di stanziare 1,5 miliardi di dollari nella lotta contro l’inquinamento. Mentre i gruppi ambientalisti avevano criticato le proposte dell’industria, ritenute inadeguate, una funzionaria, Maureen Hinman, ha reagito diversamente. “Quello che state facendo è mettere in campo un’importante narrazione alternativa”, ha scritto in un’email a proposito dell’idea di formare l’Alliance to end plastic waste.
Nonostante le difficoltà, l’accordo è stato approvato e dal 2021 per i paesi ricchi sarà molto più difficile inviare rifiuti indesiderati nei paesi poveri. Gli Stati Uniti, che non hanno ancora ratificato la convenzione di Basilea, non potranno più mandare la loro spazzatura negli stati che l’hanno firmata. “Gli Stati Uniti erano soli contro il resto del mondo”, ha affermato Jim Puckett della Basel action network, un’ong che fa pressioni contro il commercio di rifiuti plastici. “Penso fossero sotto shock”. Secondo gli analisti questa battuta d’arresto ha spinto il settore a puntare sugli accordi bilaterali per stimolare il mercato della plastica e cercare nuove destinazioni per i rifiuti.
A Nairobi i gruppi ambientalisti locali sono preoccupati. “Ho paura che il Kenya diventi una grande discarica di plastica”, afferma Dorothy Otieno del Centre for environmental justice and development. “Non è solo il Kenya a rischiare, ma tutta l’Africa”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1375 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati