Una tentazione a cui è difficile resistere quando si scrive di ambiente è usare il modo di dire dell’ultima spiaggia, secondo cui il prossimo vertice o appuntamento elettorale sarà l’ultima occasione per contrastare la crisi climatica e la perdita della biodiversità. Ho dedicato varie pagine a smontare questa frase fatta, anche se ne comprendo il fascino. Ha senz’altro una sua efficacia, mentre l’alternativa è ricordare che, in realtà, un’altra spiaggia è possibile e il fallimento non è definitivo. Ma ogni immagine, quando se ne abusa, perde forza. Specialmente se non è vera.
Non escludo, però, che nel 2021 potremo lasciarci definitivamente alle spalle questo stereotipo. Fare previsioni è sempre azzardato, ma stanno aumentando i segnali positivi. È come se, tornando all’ultima spiaggia, l’umanità abbia passato al sole buona parte dell’anno scorso, ne sia rimasta scottata e abbia deciso che è ora di cambiare.
Tante chiacchiere
Anche se il riscaldamento globale e la perdita della biodiversità sono tuttora in corso, nell’aria c’è un certo ottimismo verde. In gran parte dipende dai risvolti positivi di un 2020 drammatico, che esattamente un anno fa definivo cruciale per il pianeta. Avevo ragione, ma per i motivi sbagliati. All’epoca mancavano pochi mesi agli importanti appuntamenti internazionali sul clima e la biodiversità. La pandemia ha costretto a rinviare entrambi alla fine del 2021, e forse è stato meglio così. Se si fossero tenuti in un normale 2020, probabilmente avrebbero prodotto, come al solito, tante chiacchiere e pochi fatti.
Oggi le cose sono cambiate. La pandemia ci ha fatto capire quanto siamo vicini al baratro, ma ha anche dimostrato che l’umanità è in grado di reagire a gravi minacce. Non penso sia una coincidenza che nel 2020 sono stati assunti alcuni tra i più importanti impegni sul clima: la promessa di Cina, Giappone e Corea del Sud di azzerare le emissioni; il patto verde europeo; la decisione del Regno Unito d’imporre alle grandi aziende di comunicare la loro esposizione ai rischi climatici; un accordo sulla Brexit più verde del previsto. Inoltre, le fonti rinnovabili hanno continuato la loro rimonta su quelle fossili e si parla con insistenza di ricostruire un mondo migliore dopo la pandemia.
C’è stato anche il cambio della guardia negli Stati Uniti. Fallito il colpo di stato di Donald Trump, Joe Biden è diventato presidente, mentre il Partito democratico controlla la camera dei rappresentanti e il senato. Almeno fino alle elezioni di metà mandato del 2022 il governo, dopo il rientro immediato nell’accordo di Parigi sul clima, potrà attuare delle politiche a favore dell’ambiente.
Probabilmente le tensioni politiche degli ultimi mesi negli Stati Uniti produrranno un terremoto internazionale nel 2021 e oltre. Secondo Akshat Rathi, giornalista di Bloomberg Green, sono il segnale che il mondo si sta finalmente avviando verso un futuro a basse emissioni di anidride carbonica. La necessità di agire contro la crisi climatica, scrive Rathi, “comincia a essere ‘istituzionalizzata’, cioè inglobata nei meccanismi mondiali”.
Quest’anno, inoltre, potrebbero sbocciare alcune iniziative internazionali (dopo anni di sforzi vani e frustranti). A giugno le Nazioni Unite annunceranno il Decennio per il ripristino dell’ecosistema, il cui obiettivo è prevenire, fermare e riparare il degrado ambientale “in tutti i continenti e in tutti gli oceani”. Il prossimo decennio sarà anche quello delle “scienze marine per lo sviluppo sostenibile”. I venti obiettivi fissati nel 2010 ad Aichi, in Giappone, per tutelare la biodiversità, e scaduti il mese scorso senza che nessuno sia stato raggiunto appieno, saranno aggiornati e rilanciati. A luglio il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) presenterà il suo nuovo rapporto di valutazione scientifica, che sicuramente chiederà misure urgenti, e a novembre si terrà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima Cop26, in cui i governi potrebbero assumersi obiettivi molto ambiziosi.
Continueremo a seguire questi sviluppi giorno per giorno, cercando di evitare l’espressione “ultima spiaggia”. È una promessa. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati