“I mucchi di carri armati carbonizzati in Ucraina non sono molto diversi dai mucchi di armi dell’età del ferro a Illerup Ådal”, valle danese in cui si deponevano le armi nei primi secoli dopo Cristo. Osservata dal punto di vista dell’archeologia la violenza sembra una costante della storia umana. Ma questo libro, scritto da un archeologo specializzato nell’età post-medievale e contemporanea, invita a rifuggire dai luoghi comuni. La brutalità estrema – spiega – è al tempo stesso diffusa, perché compare in molte culture e in molti periodi, ed eccezionale, perché non costituisce la norma. L’ordine sociale e i rapporti di dominazione (a cominciare da quelli di genere) non sono sovvertiti, ma rafforzati dalla violenza, come mostrano la nascita e lo sviluppo dello stato nell’età calcolitica che corrono di pari passo all’organizzazione della guerra e all’impiego per scopi bellici della tecnologia più avanzata. Analizzando sito dopo sito, González-Ruibal racconta cosa abbiamo capito sul modo in cui la violenza collettiva era vissuta in Grecia e a Roma (entusiasticamente), nel medioevo (con un parziale ritorno di pratiche preistoriche) e poi nel corso della modernità, che ha visto la nascita di una guerra globale e totale capace di trasformare sempre di più, in modo diretto e indiretto, il paesaggio e l’esperienza di vita di masse di persone. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati