Il 4 ottobre, a Washington, mentre i senatori erano impegnati nel dibattito sulla nomina del giudice Brett Kavanaugh alla corte suprema, a pochi isolati dal congresso si verificava un evento altrettanto importante. Il vicepresidente statunitense Mike Pence, ospite all’Hudson Institute, ha pronunciato un’arringa di quaranta minuti contro la Cina. Nulla di ciò che ha detto Pence è stato casuale. È stato piuttosto l’esito di un’intensa attività dietro le quinte e potrebbe segnare un punto di svolta nella complessa traiettoria dei rapporti tra Washington e Pechino.
Con sorprendente franchezza, Pence ha accusato la Cina di approfittare del suo potere economico, di rubare tecnologia statunitense, di avere un atteggiamento prepotente con le aziende americane che hanno contribuito alla sua crescita, di intimidire i vicini, di militarizzare il mar Cinese meridionale e di perseguitare i credenti. “Avevamo sperato che la liberalizzazione economica avrebbe consolidato la collaborazione della Cina con noi e con il resto del mondo”, ha detto Pence. “Pechino ha invece scelto la via dell’aggressione economica, che a sua volta ha consolidato il suo settore militare in espansione”.
Pence ha inoltre accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni di metà mandato del 2018 e di lavorare sotto traccia per impedire al presidente Donald Trump di essere rieletto. Quest’affermazione, secondo cui il presidente statunitense sarebbe a tal punto duro con la Cina che Pechino vorrebbe sbarazzarsi di lui, è abbastanza egocentrica da poter essere respinta senza grossi problemi. Ma l’accusa di interferenze elettorali è stata solo la punta dell’iceberg.
Pence ha detto che i cinesi vogliono “interferire nella politica interna” degli Stati Uniti estendendo la loro influenza “con un sistema di premi e pressioni nei confronti di imprese, case cinematografiche, università, centri studi, accademici, giornalisti e funzionari locali, statali e federali statunitensi”. Non si tratta di accuse casuali. Per mesi una squadra di funzionari della sicurezza nazionale ha indagato sui modi in cui la Cina usa denaro, potere e premi per influenzare la percezione che negli Stati Uniti si ha del paese. L’indagine, dice chi ne è al corrente, aveva in parte lo scopo di screditare le istituzioni statunitensi che secondo il governo vengono usate dalla Cina.
In un passaggio chiave, Pence ha dichiarato: “Pechino finanzia università, centri studi e accademici con l’accordo tacito che eviteranno di occuparsi di questioni delicate per il Partito comunista cinese. Gli esperti di Cina sanno che le loro richieste di visto potrebbero essere ritardate o respinte se con le loro ricerche dovessero contraddire ciò che sta a cuore a Pechino”. Questa descrizione delle tattiche cinesi è importante perché colloca le controversie commerciali tra Washington e Pechino in un contesto molto più ampio e preoccupante. Per l’amministrazione Trump la Cina non cerca solo dei vantaggi economici, ma combatte una battaglia più ampia per conquistare l’egemonia globale muovendo qualsiasi leva a sua disposizione.
Questa descrizione trascura alcuni problemi importanti interni alla Cina. Il suo debito è in aumento e la sua crescita economica potrebbe rallentare. Il mercato azionario e dei titoli di stato è in declino, e lo stesso vale per la valuta. Al tempo stesso, il culto della personalità costruito attorno a Xi Jinping è un segnale del suo potere, ma potrebbe riflettere anche una più profonda insicurezza nei rapporti tra il regime e i cittadini.
È anche possibile che la portata dell’onnipresenza cinese sia ingigantita dagli americani, come già accaduto negli anni ottanta con il Giappone, la cui ascesa era vista come una minaccia economica. Demonizzare la Cina può inoltre diventare una profezia che si autoavvera, spingendo ulteriormente Pechino verso il genere di azioni ostili denunciate dagli Stati Uniti. Tuttavia la tensione espressa dal discorso di Pence è reale e sta avendo riscontri su diversi fronti. Di recente la Cina ha cancellato un colloquio sulla sicurezza con gli Stati Uniti programmato da tempo, e il segretario della difesa Jim Mattis ha cancellato una visita a Pechino. Questo mentre una nave da guerra cinese ne attaccava una della marina militare statunitense che navigava in acque internazionali nel mar Cinese meridionale, vicino alle isole al centro di una disputa territoriale e rivendicate da Pechino.
Nonostante le tensioni, l’8 ottobre il segretario di stato Mike Pompeo era in Cina. A differenza di quanto accadeva durante la guerra fredda, quando i rapporti economici tra Stati Uniti e Unione Sovietica erano ridotti al minimo, Washington e Pechino sono coinvolte in una rete di relazioni economiche che offre a entrambe varie ragioni per cercare un modo di coesistere pacificamente. Pence però ha voluto sottolineare che questa è, e potrebbe continuare a essere, una coesistenza problematica. ◆ gim
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati