La kippà è un antico simbolo delle fede ebraica. Alcuni la indossano non solo quando pregano, ma durante tutto il giorno, in Israele, a New York e altrove. In Germania invece no. A Berlino quasi nessuno va in giro con la kippà. Alcuni si mettono un cappellino con la visiera o addirittura portano un cappello sopra la kippà, uno stratagemma che gli ebrei nelle città tedesche e dell’Europa dell’est devono aver inventato centinaia di anni fa. L’odio nei confronti di chi porta la kippà non è una cosa nuova, ma nei giorni scorsi Josef Schuster, il presidente del Consiglio degli ebrei tedeschi, ha sconsigliato di indossarla in pubblico: a Berlino alcuni giovani hanno insultato due uomini che la portavano e li hanno colpiti con una cinghia.
Il 25 aprile in molte città tedesche ci sono state manifestazioni. I partecipanti hanno indossato la kippà per dire: chi aggredisce una persona con la kippà, attacca l’intera società. È un gesto che tutti possono fare, non solo i presidenti delle associazioni, dei sindacati e dei partiti. La Germania non ha mai superato l’antisemitismo. Solo gli ottimisti potevano credere che una volta morti gli ex nazisti tutto sarebbe passato. C’era l’antisemitismo che si nutriva della vergogna e dei sensi di colpa. Ci sono stati rigurgiti antisemiti anche nei dibattiti sull’imperialismo e sul capitalismo. E i gruppi neonazisti come l’Npd considerano ancora l’antisemitismo una parte del loro folclore. Ma c’è anche un antisemitismo più sfuggente, quello dei moderati a cui scappa una frase allusiva. C’è l’antisemitismo che arriva dal Medio Oriente e dalla Turchia. In Germania l’odio contro gli ebrei ha molte facce: a volte è affabile, altre ideologico, altre ancora grossolano. E a volte brutale come nei giorni scorsi.
Bisogna opporsi all’antisemitismo nel suo complesso, ma anche a questa aggressione. Non c’entra il conflitto tra Israele e Palestina, e non è semplicemente una di quelle buone azioni che non hanno conseguenze. Se una società non fa niente quando viene aggredita una minoranza che è stata oppressa un milione di volte, fa male a se stessa. Arriva un momento in cui bisogna rispondere. E quel momento è ora. ◆ al
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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati