Nell’accumularsi di “storie concentriche”, Dash Shaw realizza un romanzo a fumetti estremamente complesso e stratificato sulla vita del giovane americano di oggi (uomo o donna). Ken riceve la notizia del matrimonio del fratello e la scelta della camicia per la cerimonia diventa la grande questione d’apertura. Sorta di variante del battito d’ali di una farfalla che provoca una tempesta. Così il personaggio d’apertura, Ken, che immaginavamo il vettore della narrazione, scompare ben presto, inghiottito da un buco nero di storie infinite e da una galleria di personaggi perfettamente esemplificativi di psicologie di oggi, di narcisismi, ipocrisie, immaturità e di una generale scarsa onestà intellettuale personale. Speculari alla franchezza, ai sussulti di onestà, alla gentilezza e alla delicatezza vere. Lo sguardo dell’autore, insieme implacabile e umano, interroga al contempo la questione della creazione artistica e il fumetto stesso. Per Shaw, “gli spazi tra le parole, ora le forme tra le lettere, ora le forme dentro le lettere”, così come i bimbi che giocano, cioè “gli spazi tra i bambini, gli spazi dentro i bambini”, si equivalgono. E in questa grande opera, sia della memoria sia metafisica, incentrata sulle relazioni umane di futuri fantasmi (cioè noi tutti), si metaforizza lo spazio bianco tra le vignette (lo spazio intericonico) del fumetto e l’astrazione veicolata dallo stesso segno grafico. Tutto è nell’invisibile.
Francesco Boille
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati