Il nuovo libro di Majid Bita, giovane artista iraniano residente in Italia, è straordinario quanto l’esordio autobiografico di Nato in Iran. L’autore dà l’impressione costante di essere lì, nel raccontare un episodio reale ma poco noto degli anni novanta della vita degli intellettuali nel regime degli ayatollah in Iran, regime medioevale di una crudeltà dal sapore kafkiano. Ventuno di loro, invitati a un convegno in Armenia, si trovano a percorrere in autobus un lungo viaggio “tra cime e gole di montagna”, oppressive quanto l’atmosfera. Irreale e realtà sono una cosa sola per tutta la durata del racconto e si concretizzano nel paradosso continuo come norma.

La differenza con Franz Kafka è la solitudine dell’individuo, ma Bita è grande nel far assurgere una collettività, quella degli intellettuali, a una sorta di solitudine individuale. Immersi in una nera fuliggine del segno grafico, giocando sui punti di fuga prospettici e soprattutto sulle line cinetiche del movimento del bus che si fondono in osmosi con il movimento ondulato e nervoso del paesaggio e delle montagne, così come con l’isteria, la cattiveria o la tensione dei volti (si pensa all’espressionismo tedesco, da Otto Dix a George Grosz), a Bita riesce un capolavoro di narrazione visiva, metaforica e allegorica, degno dei capolavori del cinema iraniano. Ma fondato sulla forza del segno grafico nell’immobilità raggelata della narrazione (a fumetti).

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati