L’opera di Sergio Toppi, se riletta cronologicamente, a partire dai grandiosi racconti brevi – spesso incentrati sullo scontro di civiltà – usciti per Alterlinus negli anni settanta, seppur pervasa da un sottile velo di ironia sulla futilità delle ambizioni umane, è la rappresentazione del passaggio tra l’era delle finzioni moderne, che ancora racchiudono la grandiosità imperscrutabile e ieratica del mondo arcaico (in verità crudo quanto crudele), e quella postmoderna, dove la grandiosità della storia si sbriciola, come l’Urss e il sogno comunista. Poi a un certo punto l’ironia prende il sopravvento e la storia umana diventa risibile, l’epica e la ieraticità perdono ogni significato, tipico del postmoderno. Come in questi racconti, mai riproposti dalla prima pubblicazione, tutti con l’Italia sullo sfondo. Lo straordinario racconto d’apertura, Verrà Orlando, omaggio ai pupi siciliani, è però uno strano caso. Da un lato è ancora pienamente partecipe della prima epoca (è del 1986), poiché la narrazione trasmette quasi per intero questa dimensione granitica dell’imperscrutabile, propria al mondo antico. Ma il finale sovverte tutto e annuncia la seconda epoca dell’opera dell’autore, dove il gioco di maschere prende il sopravvento. Ironia del risibile già più forte nel secondo lungo racconto in Toscana, che dà il titolo al volume. Resta però integra la foresta del segno di pietra, granitico appunto, di Sergio Toppi.
Francesco Boille
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati