Sempre estremo, seppur con modalità delicata e minimale, l’arte dello statunitense Edward Gorey, scomparso nel 2000, meriterebbe ben maggiore notorietà e successo. Il suo tratto fine, sottile, sembra quello di un tessitore di delicati ricami che vanno a comporre raffinati arazzi esplicitamente surrealisti dietro a una rivestitura gotica stemperata da una vena umoristica da maestro del nonsense. Ha molto del miglior fumetto d’autore, così come della tradizione della miglior illustrazione: in altre parole è un perfetto punto d’incontro. Per quanto riguarda il fumetto, tutto farebbe di lui un maestro del segno grafico e della sua espressività mediante gesti minimalisti ma sapienti, così come un maestro dell’arte sequenziale. Qui è quasi un giallo sulla morte misteriosa di un’anziana autrice di gialli di successo (evidente omaggio ad Agatha Christie), destrutturato non tanto nella narrazione, come oggi si è soliti fare, ma nella rappresentazione visiva. Quella degli oggetti e delle persone, tutti suddivisi in minime parti: ne esce una galleria di personaggi speculare a una miriade di oggetti ingranditi come persone. Entrambe le categorie hanno una valenza ambigua e mutevole, e si confondono tra loro. La suggestione di questo “giallo speculativo” è grande e stimolante grazie anche un pizzico di irritante oscurità apparente nella significazione che però aumenta il fascino e la voglia di indagine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati