Oblomov,152 pagine, 20 euro Dopo aver rivisitato il folklore popolare giapponese, Menini si riallaccia qui ai cosiddetti yōkai, esseri più o meno mostruosi della mitologia giapponese. Ma la definizione racchiude in maniera ampia un po’ tutte le manifestazioni inquietanti del mondo circostante in una cultura animista, che tende a dare un’anima praticamente a tutte le cose, anche non giapponesi. I racconti questa volta sono racchiusi in una cornice – quella del Gioco delle dieci storie, per citare il sottotitolo – di grande suggestione. Disegnata in un bianco e nero che oscilla tra astrazione e rappresentazione concettuale, è perfetta per un’opera che lavora su simboli e archetipi. I racconti, sia fiabe sia parabole, sono invece a colori e attingono alla tradizione dello ukiyo-e, le cosiddette immagini del mondo fluttuante. Menini, però, annulla con finezza i confini tra ukiyo-e e manga moderno antropologico (come quello di Shigeru Mizuki), folclore e mito, facendoci riflettere sulla labilità dei confini tra tutte le cose dello scibile, così come è indefinibile lo yōkai. La magia personale dell’autrice è espressa meglio nella prima metà del libro, dove la rappresentazione simbolica di un percorso d’iniziazione alle prove dolorose della vita, in cui s’impara ad affrontare quello che nasconde il buio dell’inconscio collettivo, si esplica in racconti che suscitano empatia, poesia e inquietudine vera nel far parlare alberi, gatti, fiocchi di neve, orchi o dragoni.
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati