L’Argentina è fallita per la nona volta nella sua storia. È un _default _accompagnato da un aggettivo: a seconda di chi ne parla è definito “morbido”, “leggero”, “selettivo”, “tecnico” o “controllato”, perché la trattativa con i creditori continuerà fino al 2 giugno e, almeno per ora, la questione non è arrivata in tribunale. Ma il rischio di sprofondare in questo fallimento disastroso rimane, mentre la situazione economica del paese continua ad aggravarsi. Intanto, paradossalmente, la popolarità del presidente Alberto Fernández (centrosinistra) si mantiene altissima.

Davanti alla grande alternativa posta dalla pandemia – la salute o l’economia – Fernández non ha esitato. Un rigido lockdown imposto precocemente il 20 marzo, quando i morti per covid-19 nel paese erano quattro e i casi di contagio non arrivavano a 160, ha limitato finora i danni fatti dal virus in Argentina, soprattutto se paragonati a quelli nel vicino Brasile. Il 25 maggio le vittime in Argentina erano meno di cinquecento, in Brasile più di 23mila. La popolarità di Fernández, vicina all’80 per cento, si spiega con la fermezza dimostrata nell’applicazione delle misure sanitarie. Ma la fermezza ha i suoi limiti. Buenos Aires e l’intera area metropolitana della capitale sono la zona che subirà più a lungo le severe restrizioni alla circolazione e al lavoro. Il 23 maggio, infatti, il governo ha annunciato l’estensione fino all’8 giugno delle misure d’isolamento e distanziamento sociale. Nella città cinese di Wuhan, dove sarebbe cominciata la pandemia, il blocco delle attività è durato 77 giorni. Buenos Aires dovrebbe arrivare a 79 giorni. Le conseguenze economiche sono catastrofiche.

Buenos Aires, i quartieri Villa 31 e Recoleta, 18 maggio 2020 (Victor R. Caivano, Ap/Lapresse)

Finora l’emergenza sanitaria ha permesso al governo di sviare l’attenzione dalle difficoltà e dagli errori emersi in altri ambiti. Secondo il ministro dell’economia Martín Guzmán anche la trattativa con i creditori ha risentito della quarantena: discutere in videoconferenza, ha detto, non è la stessa cosa che farlo di persona. I creditori, però, sostengono che i problemi sono altri. Il governo di Fernández, affermano, si è insediato l’8 dicembre 2019 e sapeva da mesi di aver vinto le elezioni. Ma ha aspettato fino a marzo per presentare la prima proposta ai creditori. Alcuni incolpano Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia e mentore di Guzmán, per la rigidità del governo. Guzmán ha fatto un’offerta (riduzione del capitale e degli interessi, tre anni di sospensione dei pagamenti e prolungamento delle scadenze) e da lì non si è mosso fino all’8 maggio, il termine fissato per ristrutturare il debito. È stato un fiasco: solo un creditore su cinque ha accettato la sua proposta. La scadenza è stata frettolosamente spostata al 22 maggio, ma anche in quest’occasione non si è raggiunto un accordo.

Il piano del governo

L’insolvenza potrà anche essere accompagnata da un aggettivo, ma il dato di fatto è che c’è stata. Il 22 aprile l’Argentina non ha pagato 503 milioni di dollari d’interessi sul debito alla scadenza di titoli di stato soggetti alla legislazione di New York. Aveva un mese di tempo, fino al 22 maggio, per regolarizzare la sua situazione e non l’ha fatto. Fernández ha sminuito i fatti: “Siamo insolventi da mesi, da prima di dicembre”, ha detto il 21 maggio. È vero: dall’agosto del 2019, quando l’allora presidente Mauricio Macri (destra) è stato sconfitto alle urne e il peso argentino e la borsa sono crollate, si sa che l’Argentina non può far fronte al suo debito estero. La differenza è che oggi, se volesse, un gruppo che rappresenta almeno il 25 per cento dei creditori potrebbe andare in tribunale e chiedere il pagamento integrale e immediato del debito. Non succederà fino a quando la trattativa resterà aperta, quindi almeno fino al 2 giugno. A meno che la scadenza non sia rimandata di nuovo, come ha indicato il ministero delle finanze il 21 maggio. Alcune ore prima dell’inizio dell’insolvenza, il 22 maggio, il ministro Guzmán ha annunciato di voler modificare la sua proposta. Anche i creditori più inflessibili, come il fondo d’investimento statunitense Blackrock, hanno tentato degli avvicinamenti. Con un debito da ristrutturare di 66 miliardi di dollari, la differenza tra la posizione di Guzmán e quella degli obbligazionisti è di circa cinque miliardi. Non sembra una cifra insormontabile, considerando che i pagamenti sarebbero scaglionati su più di dieci anni.

Da sapere
Prossime sfide

◆ L’economia argentina è in recessione, nel 2019 l’inflazione ha raggiunto il 53 per cento e la povertà è in aumento. Finora il presidente Alberto Fernández, un peronista in carica dal dicembre del 2019, ha gestito l’emergenza sanitaria governando per decreto e assumendo pieni poteri. Il sostegno tra i cittadini è molto alto. Ma quando l’emergenza sanitaria sarà passata, Fernández dovrà fare i conti con una realtà economica difficile. Si stima che quest’anno la produzione rallenterà almeno del 10 per cento, che la metà della popolazione cadrà in povertà e che il peso continuerà a svalutarsi rispetto al dollaro. Afp, El País


L’ultimo scoglio è il periodo di grazia, cioè il periodo in cui l’Argentina non dovrebbe pagare né la quota né gli interessi sulle obbligazioni. Guzmán punta a una sospensione di tre anni, per lasciare quasi tutto il mandato presidenziale di Fernández libero dal carico del debito. È questa la chiave del piano economico del governo: guadagnare tempo per accumulare riserve monetarie e sostenere il peso, la moneta nazionale, sempre in crisi. La mossa potrebbe anche favorire la rielezione di Fernández nel 2023. Ma i creditori sono scettici.

Restano pochi giorni per sapere se si arriverà a un accordo o se l’Argentina perderà ogni tipo di accesso ai mercati internazionali del credito. Anche il Fondo monetario internazionale è un’opzione impraticabile, perché l’Argentina gli deve già 44 miliardi di dollari, anche loro da ristrutturare in futuro. Nelle attuali condizioni economiche, un fallimento definitivo sarebbe catastrofico. Il paese è in recessione da tre anni. A marzo l’economia ha registrato un calo dell’11 per cento. I dati di aprile, un mese trascorso in lockdown, saranno ancora peggiori. Per il 2020 ci si aspetta un calo annuale almeno del 10 per cento. In mancanza di credito, la banca centrale sta stampando trecento milioni di pesos al mese. Il 70 per cento del bilancio pubblico è coperto dall’emissione di contante. Sono cifre che spaventano, e che possono far sprofondare anche un presidente popolare come oggi è Alberto Fernández. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati