Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione europea, aveva l’abitudine di dire ai politici europei: “Voi non dovete negoziare. Voi dovete trovare una soluzione”. L’accordo sul piano di rilancio europeo, raggiunto nonostante le forti tensioni tra i leader, dimostra che questa saggezza ha risuonato nuovamente tra le mura della sede del consiglio europeo.
I 27 hanno trovato un accordo su una soluzione storica che era difficile immaginare fino a pochi mesi fa, anche se con un taglio di cento miliardi rispetto alle ambizioni iniziali. Il piano prevede di condividere il debito per aiutare i paesi più colpiti da una crisi sanitaria ed economica che nessuno ha provocato e nessuno poteva prevedere. È lo strumento di stabilità economica che l’eurozona non era riuscita a creare un anno e mezzo fa. È una svolta storica per la Germania, che ha abbandonato l’ambiguità degli ultimi due anni. Da settimane Berlino si è schierata con decisione al fianco della Francia, facendo cadere il tabù della condivisione del debito.
È davvero il salto decisivo verso il federalismo e l’integrazione europea che molti attendevano? In realtà non è ancora detto che questo strumento di solidarietà rappresenti una mutazione genetica della nostra Unione, perché i paesi che si sono opposti hanno fatto in modo di inserire una data di scadenza precisa. Il primo ministro olandese Mark Rutte, che ha dichiarato di non essere andato a Bruxelles per farsi nuovi amici, incarna l’idea secondo cui il pragmatismo economico deve prevalere sulla fratellanza tra i popoli e sulla consapevolezza di un destino comune. Gli aiuti non rimborsabili devono restare un’eccezione, anche in tempi di crisi. L’accordo dimostra anche che i paesi contrari a un cambiamento nella natura dell’Unione sono capaci di organizzarsi.
A febbraio, quando era stato fatto il primo tentativo per trovare un accordo sul bilancio europeo, questi paesi erano riusciti a paralizzare il consiglio europeo. Ma stavolta gli altri leader sono riusciti a superare il loro muro e a dimostrare l’incoerenza della loro posizione, dato che i tagli al prossimo bilancio europeo riguardano soprattutto le politiche promosse da questi paesi.
A breve termine i tagli danneggeranno le ambizioni europee. Ma questo dimostra che i paesi favorevoli all’integrazione sono pronti a fare dei sacrifici per costruire un’altra Europa. Nei prossimi anni bisognerà rendere permanenti queste conquiste, perché i sacrifici non siano stati vani. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati