Il 28 settembre tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati in assenza per il rapimento di Giulio Regeni, il dottorando italiano di 28 anni il cui corpo martoriato è stato ritrovato alla periferia del Cairo nel 2016. I tre accusati – il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi – sono stati condannati a dieci anni di detenzione e a risarcire la famiglia Regeni e le spese processuali. Il maggiore Sharif, l’unico tra i tre accusato di aver ucciso Regeni, non è stato riconosciuto colpevole per questo reato. Un quarto agente imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto.

Il governo egiziano non ha commentato la sentenza. In precedenza i magistrati egiziani avevano dichiarato che il caso era stato avviato senza “prove concrete”. Non è stato possibile contattare gli imputati e non si sa dove siano.

Secondo l’avvocata della famiglia Regeni, la sentenza dimostra che “tutti i cittadini nel mondo possono sentirsi più sicuri”

Secondo Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, la sentenza dimostra che “tutti i cittadini nel mondo possono sentirsi più sicuri” e obbliga i regimi autoritari a “ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile”.

La sentenza arriva dopo una vicenda processuale che per un decennio ha dominato il dibattito italiano, accendendo i riflettori sul governo autoritario del Cairo e mettendo alla prova i rapporti diplomatici tra i due paesi. Gli striscioni gialli con scritto “Verità per Giulio Regeni” sono comparsi un po’ ovunque in Italia.

Regeni, dottorando dell’università di Cambridge, si trovava al Cairo per studiare le evoluzioni del mercato del lavoro informale. Il giorno in cui scomparve, il 25 gennaio 2016, gli agenti dei servizi di sicurezza occuparono la capitale per reprimere le manifestazioni nel quinto anniversario delle proteste che avevano portato alle dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak.

Nove giorni dopo il corpo di Regeni fu trovato alla periferia del Cairo, con evidenti segni di tortura. Un’autopsia fatta a Roma ha dimostrato che per quattro giorni Regeni era stato picchiato, bruciato, accoltellato e probabilmente frustato sulle piante dei piedi. E che la morte era avvenuta per una frattura cervicale.

La vicenda innescò una crisi diplomatica quando l’Egitto negò ogni responsabilità dichiarando che forse Regeni era stato ucciso da una banda che prendeva di mira gli stranieri.

Ma il tipo di ferite – che molti egiziani paragonavano ai tanti casi di abusi sui detenuti da parte dei servizi di sicurezza – spinsero le autorità italiane a sospettare un loro coinvolgimento.

Un processo difficile

Nel 2017 il New York Times riferì che nelle settimane successive alla morte di Regeni, gli Stati Uniti avevano acquisito le prove che gli ufficiali egiziani avevano rapito, torturato e ucciso il ricercatore italiano. Secondo il quotidiano, i magistrati italiani andati al Cairo per assistere all’indagine egiziana erano stati costantemente ostacolati. Commentando la sentenza, il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, si è detto soddisfatto dell’esito nonostante “una cooperazione non particolarmente proficua da parte delle autorità egiziane”.

Secondo Paola Armellin, legale del generale Sabir, l’Egitto ha “fornito sistematicamente tutta la documentazione necessaria”. Ballerini, invece, ha descritto il caso come un “percorso a ostacoli in salita”. La vicenda ha alimentato un dibattito sui diritti degli imputati. I quattro egiziani non sono mai stati formalmente informati delle accuse e non sono mai comparsi in tribunale, un’anomalia che secondo i loro avvocati ha compromesso l’andamento del processo.

Il procedimento cominciò nel 2018, quando i procuratori di Roma identificarono alcuni egiziani – che secondo loro facevano parte dell’agenzia di sicurezza nazionale – come possibili sospettati. Gli avvocati della difesa assegnati dallo stato italiano sostennero che non fosse possibile avviare un processo perché i loro clienti non erano mai stati informati dei capi d’accusa.

La procura di Roma affermò che, vista l’attenzione mediatica suscitata dal caso a livello italiano e internazionale, era impossibile che gli imputati non fossero a conoscenza delle accuse a loro carico. Nonostante questo, il processo fu sospeso. Il caso è rimbalzato da un tribunale all’altro fino a quando, nel 2023, la corte costituzionale ha stabilito che il processo si poteva fare anche senza la presenza degli imputati. È cominciato nel febbraio 2024 sulla base delle prove raccolte al Cairo dalla polizia italiana e dei video e dei tabulati telefonici relativi all’area in cui Regeni era stato prelevato.

Il 28 settembre gli avvocati della difesa hanno sottolineato che i loro assistiti non hanno potuto difendersi in tribunale o chiamare testimoni a loro favore. Inoltre hanno sollevato dubbi sulla giurisdizione e contestato alcuni capi d’accusa. “Si sono verificate gravi violazioni del diritto alla difesa. Questo processo ha attratto una grande attenzione mediatica e per questo è andato avanti, anche se non avrebbe dovuto” , ha dichiarato Armellin. L’avvocata ha ricordato che le circostanze eccezionali di un processo in assenza rendono complicato fare appello, poiché spetta agli imputati presentare la richiesta. ◆as

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati