**◆ **Un po’ per affetto e un po’ per scherzo li chiamo con il nome collettivo di “geriatria”: mio padre e suo fratello, che non ha figli. Mi divido tra l’uno, allettato dalla lombosciatalgia, e l’altro, ricoverato in ospedale. Il maggiore quasi novantenne, il minore lo segue. Mi prendo cura della loro salute e di qualche capriccio. Uno mangia troppo, l’altro troppo poco. Non mi sento buona, soffro, mi arrabbio pure. Non so con chi, ma mi arrabbio. La domenica non posso incontrarmi con nessuno perché sto con la geriatria, così rispondo a ogni invito. Mi arrabbio perché sacrifico il mio tempo a loro. Da giovane mi rivoltavo quando dicevano che i figli erano i bastoni della vecchiaia. Nel mondo contadino da cui provengo i figli li facevano anche per quello. Ora eccomi pronta, lascio che i miei anziani si appoggino a me. Il pensiero di tenerli in una struttura, lontani dalle loro cose e abitudini, nemmeno mi sfiora. Non ne troverei una adeguata, all’altezza dell’affetto anche nervoso che ricevono a casa. Sono nata ribelle e invece ho preso tanto da loro. Nei miei luoghi questa dedizione è ancora forte, mi è stata tramandata. Sono soli e io figlia unica, sento l’obbligo morale di aiutarli. Per tutti noi figli il conflitto è inevitabile, ne siamo lacerati. Possiamo sentirci in colpa nella distanza dai genitori o rinunciare a tanta parte di vita nel ruolo di caregiver. È vita pure questa, ma ne usciamo vecchi anche noi.

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati