Il 19 gennaio il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha dovuto accontentarsi di sopravvivere alla crisi aperta nelle settimane precedenti. I numeri gli consentono solo di avere una maggioranza semplice per sostituire i 18 senatori di Italia viva, il partito di Matteo Renzi, che nel voto decisivo in senato si è astenuto. Alla fine Conte ha ottenuto una proroga al suo governo con un margine minimo (156 voti a favore e 140 contrari) che non fa ben sperare per il futuro della coalizione. Ora tutto lascia pensare che, dopo essersi consultato con il presidente della repubblica Sergio Mattarella, andrà avanti per risolvere le questioni pendenti e cercare l’appoggio di un numero maggiore di parlamentari.
In aula Renzi ha sfidato Conte: “Lei ha scelto di arroccarsi. Ha scelto di giocare la carta dell’attacco sull’altro in nome dell’irresponsabilità. Vediamo se arriverà a 161 senatori”. Renzi sapeva che Conte non ci sarebbe riuscito. Il leader di Italia viva avrebbe potuto far cadere il governo, ma ha deciso di non andare fino in fondo. Renzi ha chiesto ai parlamentari del suo partito di astenersi, in una votazione caotica in cui Forza Italia ha espulso due parlamentari transfughi e, in un momento di grande surrealismo, è stato necessario un replay delle immagini registrate per verificare la validità di un voto. La decisione di Renzi di farsi da parte ha ridotto il numero di voti necessari per superare la prova, permettendo a Conte di andare avanti.
Tuttavia nella prospettiva strategica di Renzi questo significa lasciare che nei prossimi giorni il governo cuocia nel suo brodo.
Nessuno vuole nuove elezioni
L’Italia, dove si governa da anni accendendo un cero al sismografo della crisi, è il paese meno indicato per un esecutivo di minoranza. Nei 67 governi che si sono succeduti dopo la seconda guerra mondiale, quelli di minoranza sono stati tredici. Stavolta il governo di minoranza servirà ad approvare alcune misure importanti e a guadagnare tempo. In seguito bisognerà pensare a una soluzione più solida. L’opposizione, guidata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ha detto di voler incontrare Mattarella.
Fino all’ultimo Conte ha cercato disperatamente di formare un gruppo di “costruttori” , cioè di senatori disposti a votare la fiducia, seguendo un suggerimento del presidente della repubblica. “Un mercato indecoroso”, lo ha attaccato Renzi. La maggioranza assoluta al senato è di 161 voti, ma il premier poteva contare soltanto su 139 senatori: 91 del Movimento 5 stelle (un senatore non ha votato per ragioni di salute), 35 del Partito democratico, 6 di Liberi e uguali e 7 del gruppo Per le autonomie. Gli altri bisognava conquistarli.
L’idea di Conte era convincerli della necessità di tenere in piedi il governo stringendo un patto di legislatura. In questo modo avrebbe potuto sostituire Italia viva senza doversi dimettere. Ma il corteggiamento dei parlamentari non ha prodotto i risultati sperati.
In mattinata, prima del voto, Conte si è presentato in senato per cercare di convincere i parlamentari indecisi. Il suo discorso, ricalcato su quello fatto il giorno prima alla camera dei deputati, ha reso evidente la finalità di quelle due giornate di solenne messa in scena parlamentare: concretizzare il lavoro svolto nei corridoi per racimolare voti. Conte, a quel punto, ha capito di dover abbassare le proprie aspettative: “I numeri sono importanti, oggi lo sono in modo particolare, ma ancor più importante è la qualità del progetto politico”, ha sottolineato anticipando un possibile fallimento.
I senatori che hanno cambiato orientamento lo hanno fatto per motivi diversi. L’ex presidente del consiglio Mario Monti e la senatrice a vita Liliana Segre (sopravvissuta all’olocausto) hanno dichiarato che avrebbero appoggiato Conte per senso di responsabilità. Altri invece hanno agito per interesse personale. In gioco ci sono incarichi, una maggiore visibilità o la possibilità di conservare un seggio ed evitare le elezioni. In ogni caso la maggioranza dei senatori aveva già preso una decisione prima che Conte ripetesse in senato il discorso fatto alla camera, quasi punto per punto. Alcuni senatori, come Emma Bonino, hanno deciso di sfiduciare il governo dopo essere stati corteggiati.
Prendere tempo
In ogni caso fin dalla mattina è apparso chiaro che i numeri non sarebbero stati sufficienti per avere la maggioranza assoluta. Eppure Conte ha nuovamente chiuso la porta della riconciliazione con Renzi, con le stesse parole usate il giorno prima alla camera: “Adesso bisogna voltare pagina”.
Il presidente del consiglio sapeva che come minimo avrebbe guadagnato tempo. La verità è che in Italia quasi nessuno vuole andare alle elezioni: né il governo né il presidente della repubblica e neanche gli esponenti di alcuni partiti che potrebbero vincerle. Molti deputati e senatori, infatti, rischiano di restare fuori dal parlamento a causa della riduzione dei seggi in entrambe le camere imposta dall’esito del referendum costituzionale. Tra l’altro Conte ha aggiunto un elemento rispetto al discorso fatto alla camera: l’ipotesi che il malcontento sociale si trasformi in rabbia se non si arriverà a un accordo. “Servono forze parlamentari volenterose. Servono persone disponibili a riconoscere l’importanza della politica perché solo la politica ci offre la possibilità di interpretare il malessere della società, impedendo che esso esploda in contrapposizioni distruttive”.
L’aspetto più sorprendente della vicenda è che il reclutamento dei parlamentari si è svolto alla luce del sole. Lo stesso Conte ha chiesto aiuto agli altri senatori: “Chi ha idee, progetti, volontà di farsi costruttore, sappia che questo è il momento giusto per contribuire a questa prospettiva.” La crisi, però, con questo risultato, non si chiude definitivamente. ◆ as
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati