Quando riceverà a Oslo il premio Nobel per la pace, il ginecologo congolese Denis Mukwege non sarà solo, ma avrà vicino a sé le decine di migliaia di donne che vivono nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Le donne che per tutta la vita lui ha “riparato” dal punto di vista fisico e psicologico, sostenuto dal punto di vista morale e difeso in ogni modo possibile, cercando di dare voce alle loro sofferenze. Queste donne – e con loro tutte le vittime di violenze sessuali – non solo hanno tratto beneficio dall’impegno del dottor Mukwege all’ospedale di Panzi, ma hanno alimentato il suo coraggio e la sua forza.

Anche se è stato minacciato e costretto ad andare in esilio per un certo periodo di tempo, anche se è stato ignorato da un potere che mette in discussione la sua buona fede, il medico ha rifiutato le numerose offerte d’asilo e di incarichi prestigiosi arrivate dall’estero per una semplice ragione: le congolesi avevano bisogno di lui. E lui aveva bisogno di restare vicino ai suoi cari e condividere le lotte del suo popolo.

Denis Mukwege (Safin Ahmed, Afp/Getty)

I congolesi infatti non si sono mai rassegnati alle ingiustizie che hanno subìto nel corso degli anni: dall’est del paese sono partiti i movimenti di rivolta contro il dittatore Mobutu Sese Seko, nei due Kivu si è organizzata la resistenza contro l’occupazione straniera e la balcanizzazione del paese. Oggi nei capoluoghi del Nord Kivu e del Sud Kivu, Goma e Bukavu, sono nati movimenti civici come la Lucha e i Chemins de la paix, promossi dallo stesso Mukwege e da altre associazioni.

Il medico di Panzi, che unisce la capacità di testimonianza e l’eloquenza all’azione concreta sul campo, è il frutto di questa società. Il premio Nobel, tra i più importanti riconoscimenti al mondo, rafforza inoltre la lotta per la democrazia che si combatte oggi nella Rdc, dove il 23 dicembre si voterà per le elezioni presidenziali.

Nadia Murad (Brendan Smialowski, Afp/Getty)

La portata del riconoscimento a Denis Mukwege supera i confini dell’Africa centrale: la sua lotta riguarda le donne di tutto il mondo. A un anno dalla nascita del movimento #MeToo, lo stupro non è più un tabù. Si riconosce finalmente il carattere universale di quest’arma usata per la dominazione o la distruzione di massa. La vittoria di Mukwege è la vittoria di tutte le donne che, nel Kivu o altrove, hanno osato alzare la voce, accusare i loro torturatori e i loro molestatori, per rivendicare la loro dignità. ◆ gim

Su una strada di montagna che porta al tempio di Lalish, in Iraq, alcuni pellegrini yazidi si preparano a celebrare una festività. Il 5 ottobre hanno accolto con gioia l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Nadia Murad, una di loro. A piedi nudi, nei loro abiti tradizionali, cucinano per i sette giorni della grande festa di Gama. I loro volti sono illuminati da un grande sorriso.

La voce si è diffusa a macchia d’olio: Nadia Murad, una yazida di 25 anni diventata la portavoce di questa minoranza vittima delle violenze del gruppo Stato islamico (Is), ha vinto il premio Nobel per la pace. Murad avrebbe potuto trascorrere una vita tranquilla nel villaggio di Kosho, vicino alla roccaforte yazida di Sinjar, in una zona montuosa al confine tra Iraq e Siria. Ma la rapida avanzata dell’Is nel 2014 ha cambiato per sempre la sua vita. Portata a forza a Mosul, la “capitale” irachena dell’autoproclamato “califfato” (riconquistata nel luglio del 2017), è stata ridotta in schiavitù, violentata e torturata per mesi. I jihadisti hanno rapito più di 6.400 yazidi, che considerano eretici. Circa 3.200 sono stati salvati o sono riusciti a fuggire. Ma la sorte degli altri è ancora sconosciuta.

Gli yazidi sono una minoranza di lingua curda. Seguono una religione monoteista esoterica che non ha un libro sacro e la loro società è organizzata in caste. Essendo iracheni non arabi e non musulmani, gli yazidi sono da tempo una delle minoranze più vulnerabili del paese.

Nadia Murad, dal 2016 ambasciatrice di buona volontà dell’Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta, ha perso sei fratelli e la madre, uccisi dall’Is. Oggi si batte affinché la persecuzione del suo popolo sia riconosciuta come genocidio e ha parlato delle sofferenze degli yazidi nelle più importanti sedi internazionali, dal parlamento europeo al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Secondo il giornalista e attivista yazida Jaber Jendo, 30 anni, Murad è un “simbolo della resistenza delle donne” e “ha spianato la strada alla campagna per la liberazione degli yazidi ancora prigionieri”. ◆ _ fdl_

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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati