Il fatto che esistano delle magliette su cui c’è scritto “stasera non parlerò di ai” in inglese fa capire bene il livello di saturazione del discorso. Ed evidenzia una certa rigidità d’animo, per cui la dichiarazione del premio Nobel Olga Tokarczuk in cui dice di usare l’ia per accompagnare la scrittura dei suoi romanzi – a cui rivolge nomignoli vezzeggiativi e chiede di aiutarla a sviluppare “qualcosa di bello” – è stata accolta in modo scandalizzato. Dall’alto della sua posizione, l’autrice saluta un mondo tradizionale che sta sparendo e ammette che forse per fare qualcosa di bello non bisogna per forza faticare. Forse non bisogna neanche soffrire. Allora cosa c’è, oltre alla fatica e alla sofferenza? Ci avviciniamo alla metà del 2026 e la musica italiana ha fornito diverse risposte a questa domanda, queste sì felicemente tradizionali e ben impiantate su ispirazione, artigianato e lavoro. Ora sono un lago di Bono/Burattini e Un sequestro lungo 10.000 anni di Blak Saagan sono dischi di cui ho scritto di recente e di cui rinnovo l’invito all’ascolto, perché rappresentano una forma di resistenza alla sfiducia generalizzata che non ci possano essere gesti nuovi nella familiarità delle forme, e che l’arte sia sempre più espressione di un’attualità in cui manca il senso del presente (Menzioni che sottolineano la lungimiranza della Maple Death Records, etichetta che ricorre in questa rubrica, reduce da un momento di popolarità nazionale con la vittoria di Krano ai David di Donatello). E poi l’ultimo disco solista di Antonio Di Martino: oltre alla fatica, c’è sicuramente la pazienza, la gentilezza. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati