Se il 14 gennaio avete sentito la terra tremare, è probabile che sia stato a causa delle enormi quantità di denaro che cominciavano a spostarsi. Terremoto è l’unica parola che può descrivere la recente decisione del fondo di gestione patrimoniale BlackRock: ammettere l’urgenza della crisi climatica e cominciare ad allontanarsi dai combustibili fossili. Se è vero che nel mondo ci sono circa ottantamila miliardi di dollari, allora la BlackRock, che gestisce settemila miliardi, controlla quasi dieci centesimi per ogni dollaro in circolazione. Perciò quando Larry Fink, l’amministratore delegato del fondo, nella sua lettera annuale agli investitori ha spiegato che il cambiamento climatico ci ha posto “davanti a una sostanziale riorganizzazione della finanza”, ha segnato uno spartiacque nella storia del clima.
Chi segue questi temi sa già da tempo come stanno le cose. Ora però sono cambiati un paio di fattori. Innanzitutto, le azioni legate ai combustibili fossili hanno cominciato a spingere verso il basso i portafogli. Come ha sottolineato il New York Times, “se Fink avesse deciso dieci anni fa di togliere i fondi alle aziende che contribuiscono al cambiamento climatico, avrebbe reso un buon servizio ai suoi clienti. Negli ultimi dieci anni le imprese del settore energetico dell’S&P 500 (l’indice delle 500 principali società quotate a Wall street) hanno guadagnato il 2 per cento, mentre l’S&P 500 nel complesso è quasi triplicato”.
Altrettanto importante, però, è la crescente pressione dell’opinione pubblica. Le campagne degli attivisti hanno spinto il settore finanziario a prestare attenzione al problema del clima. La banca d’affari Goldman Sachs e i fondi d’investimento Liberty mutual e Hartford financial services group hanno cambiato le loro strategie tenendo conto della crisi climatica. Questa, dice Fink, è “quasi sempre la prima questione che ci pongono i clienti”. E i clienti della BlackRock non sono gli unici a essere preoccupati, perciò nei prossimi mesi altri due giganti della gestione patrimoniale, la Vanguard e la State Street, potrebbero muoversi in questa direzione.
Le effettive novità introdotte dalla BlackRock sono modeste. Almeno in un primo momento il cambiamento principale sarà sbarazzarsi del portafoglio di azioni nel settore del carbone gestito direttamente dal fondo (circa 1.800 miliardi di dollari). Tuttavia quello del carbone è già oggi un settore in declino ovunque a eccezione dell’Asia. Le aziende che lo estraggono hanno perso valore. Quindi per un investitore eliminare il carbone è un po’ come mettersi a dieta eliminando le torte, ma continuando a mangiare crostate e ciambelle. Il piano, invece, non riguarda in modo diretto l’attività principale della BlackRock, cioè i fondi passivi (quelli che seguono l’andamento di altri titoli). L’azienda ha precisato che non può fare niente per i titoli contenuti in quegli indici. Nei prossimi mesi, tuttavia, non mi stupirei se la società convincesse Standard & Poor’s e altre aziende che elaborano indici a produrre versioni “sostenibili” dei loro prodotti principali.
L’inizio della fine
In ogni caso la BlackRock è talmente grande che il suo segnale arriverà comunque. “È l’inizio della fine per il sistema basato sui combustibili fossili”, mi ha detto Kingsmill Bond, un analista della Carbon tracker initiative. “Ora chi vorrà tenersi le azioni dell’era dei combustibili fossili? Se hai una rete di gas naturale o una nave che trasporta carbone, Fink sta dicendo che tra poco non ci saranno acquirenti per queste attività. E poiché i mercati ne tengono conto, la prossima volta che cercherai di rifinanziare il tuo prestito su questi beni o che cercherai di venderli sarai in difficoltà”.
C’è ancora molto lavoro da fare. Oggi però accontentiamoci del fatto che uno come Fink ha cominciato ad arrendersi alla realtà. “Questa dinamica conoscerà un’accelerazione quando la prossima generazione guiderà il governo e l’economia”, ha scritto. “Quando migliaia di miliardi di dollari passeranno in mano ai millennial, quando loro diventeranno amministratori delegati e faranno le leggi”.
È tardi per salvare l’Artico, le specie estinte negli incendi australiani e le case che milioni di persone hanno abbandonato in mezzo a siccità e mari che s’innalzano. Ma se per un momento volete nutrire un po’ di speranza per il futuro del clima, quel momento è arrivato. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati