Negli Stati Uniti il baseball continua a perdere terreno. Per decenni è stato lo sport simbolo dell’identità americana, ma oggi fatica a competere non solo con il football (Nfl) e il basket (Nba) ma anche con i videogiochi e i social media. Le partite sono considerate troppo lente, il pubblico invecchia e i giovani sono sempre più distanti da uno sport che associano al passato. In questo contesto c’è chi prova a invertire la tendenza e a salvare “il grande passatempo americano”.
C’è chi lo fa dall’interno, cercando di introdurre regole che rendano le partite un po’ più frizzanti, e chi invece ha deciso di creare qualcosa di completamente diverso. Nella seconda fazione rientra Jesse Cole, imprenditore quarantenne sempre vestito di giallo, che ha fondato i Savannah Bananas, una squadra che cerca di trasformare il baseball in uno show continuo e di riportare milioni di persone allo stadio.
I Bananas hanno inventato il “Banana ball”, una versione spettacolare e velocissima del gioco pensata per l’epoca di TikTok. Durante le partite succede di tutto: i giocatori ballano, cantano, fanno acrobazie, entrano in campo con coreografie studiate per diventare virali online. Si può assistere a prese dietro la schiena, battitori sui trampoli, gag comiche e altri momenti costruiti apposta per il pubblico.
Il risultato è un mix tra sport, intrattenimento e cultura dei social che ha trasformato i Bananas in un notevole fenomeno culturale. Nel 2025 le squadre di questo “mini campionato” hanno venduto oltre 2,2 milioni di biglietti, più di diverse franchigie della Major league baseball (la principale lega di baseball del paese, Mlb). A inizio maggio 102mila persone hanno assistito a una partita dei Bananas in Texas.
I Bananas vengono spesso paragonati agli Harlem Globetrotters del basket, ma con una differenza importante: le loro partite non sono preparate in anticipo. Lo spettacolo è reale, così come il risultato finale. Giocano (e a volte perdono) contro un gruppo di squadre, ognuna con personalità e tifosi propri. Tra gli avversari ci sono i Texas Tailgaters, vestiti in jeans, i Party Animals, spesso a torso nudo, e i Firefighters, che entrano in campo in divisa da pompieri.
Nel 2026 il progetto di Cole ha fatto un passo ancora più ambizioso, riportando in vita gli Indianapolis Clowns, storica squadra delle Negro leagues, i campionati creati dagli afroamericani durante la segregazione razziale. I Clowns sono stati una delle squadre più famose del baseball nero, capaci anche di attirare grandi talenti (nel 1952 misero sotto contratto Hank Aaron, che poi sarebbe diventato una leggenda dell’Mlb). La squadra era molto riconoscibile anche per il suo stile spettacolare: sketch comici, acrobazie e il celebre “shadow ball”, una specie di baseball mimato con palline invisibili.
Ricordi dal passato
Ma la storia degli Indianapolis Clowns ha anche aspetti controversi. La squadra era nata negli anni trenta come Ethiopian Clowns, ed era costruita intorno a stereotipi razziali tipici dell’America dell’epoca. I giocatori si esibivano con trucco pesante, parrucche e nomi caricaturali come come Abbadaba e Tarzan. Alcuni numeri riprendevano apertamente i minstrel show, gli spettacoli razzisti che per anni avevano ridicolizzato gli afroamericani nell’intrattenimento popolare. Per questo molti giornalisti e dirigenti afroamericani criticavano duramente i Clowns. Wendell Smith, storico editorialista del Pittsburgh Courier e grande sostenitore dell’integrazione razziale nel baseball, li accusò di rafforzare immagini degradanti dei neri americani.
Ma la squadra ebbe anche un ruolo storico importante. Quando le Negro Leagues entrarono in crisi, dopo l’integrazione della Mlb, i Clowns furono tra le poche squadre capaci di sopravvivere grazie alla loro capacità di attirare pubblico. Nel 1953 ingaggiarono Toni Stone, la prima donna a giocare stabilmente in una lega professionistica maschile di baseball.
Con il passare degli anni il livello tecnico delle Negro leagues diminuì e i Clowns tornarono a puntare soprattutto sull’intrattenimento. Continuarono a esibirsi come squadra itinerante fino agli anni ottanta, quando scomparvero definitivamente.
Oggi la loro rinascita solleva inevitabilmente questioni delicate. Da una parte riporta alla luce gli aspetti più problematici del passato, legati allo sfruttamento dell’identità nera come forma di intrattenimento; dall’altra, offre visibilità alla storia delle Negro leagues e nuove opportunità a molti giocatori afroamericani esclusi dal baseball professionistico.
La partecipazione dei neri al baseball di alto livello è infatti ai minimi storici: se negli anni ottanta rappresentavano il 18 per cento dei giocatori dell’Mlb, oggi sono solo il 7 per cento: più o meno come nel 1956, dieci anni dopo che Jackie Robinson aveva infranto la barriera razziale diventando il primo afroamericano a giocare nell’Mlb.
Le cause sono varie: l’alto costo dell’attrezzatura e delle trasferte, la diminuzione degli investimenti nei quartieri più poveri, l’ascesa della Nfl e della Nba e l’aumento dei talenti provenienti dalla comunità latinoamericana.
Per questo molti dei giocatori dei nuovi Indianapolis Clowns sono ex talenti afroamericani che non sono riusciti a sfondare nell’Mlb. Tra loro c’è Kobe Robinson, lanciatore scelto dai San Diego Padres, una squadra professionistica, ma fermato dagli infortuni. A 23 anni la sua carriera era finita. Faceva turni di assistenza notturni in una casa famiglia e consegnava pacchi per Amazon. Poi ha saputo che i Savannah Bananas cercavano giocatori, ed è tornato nel giro.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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